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venerdì 27 dicembre 2019

China complex

Questo chart va bene ma non tiene conto della crescita della popolazione

Il quadro descritto da Olympe è veritiero ed è a mio avviso la turbolenza tipica di un' economia che deve necessariamente traghettarsi da un 44% di pil manifatturiero verso un 15-20% e sostituire la differenza con il terziario. Anche il 10% di pil dato dalle produzioni agricole si andrà riducendo. Ciò significa inurbare 20 milioni di contadini l'anno, dirigere le industrie verso produzioni sempre più labour saving -qualificate dal punto di vista del valore relativo, creare un più ampio ricco e stabilizzante mercato interno, il tutto inevitibilmente scendendendo sotto il 6% di crescita annua senza troppo infiammare gli animi degli abitanti. Tutta roba che sta già accadendo. Di rimbalzo i capitali a bassa composizione organica dei paesi limitrofi assorbono all' istante alcune lavorazioni dismesse. Per quanto riguarda il credito, ricordo che il peso del prestito "ombra" al di fuori della ufficialità pare sia ancora grande quanto il suo bisogno e scarsamente controllabile dal governo.

Possiamo anche notare che i passi che la Cina sta compiendo verso lo status di economia avanzata rendono in qualche modo il capitalismo cinese velocemente maturo e, nonostante questo, non riesce ancora a vivere in gran parte di rendita da lavoro altrui. Le cedole dei titoli di stato americani incassati dagli investitori cinesi sono prodotte dal commercio, con tutto ciò che questo implica, di merci...cinesi di cui Walmart rimane il più grande distributore mondiale - pigliandosi una bella tangente ecc. Probabilmente ha ragione chi si chiede se " il pianeta potrebbe reggere un paese con un miliardo e mezzo di abitanti" come leader -cioè rentier- del capitalismo globale.

A mio avviso il disaccoppiamento sul lungo termine delle due più grandi economie mondiali faceva già parte più dei piani cinesi che americani, viste le tempistiche dell' iniziativa "via della seta" ma, in definitiva, hanno tutti bisogno di tempo e la variabili sono in rapido processo. In questo senso la presidenza data a Trump è di una logica molto puntuale. Quando il gioco si farà scoperto ci accorgeremo delle ripercussioni.  

domenica 9 giugno 2019

For what it's worth - il massacro di Pechino





 There's something happening here
What it is ain't exactly clear


Proseguendo nella linea editoriale modello "gazzettino finanziario mondiale", ho trovato questo bel grafico che ci illustra che il nero sull' economia capitalistica è appena agli esordi, prima che l' accordo sul commercio fra USA e Cina saltasse:

"Il mercato nel mese di Maggio ha fatto suonare la sveglia un po per tutti: "Houston, abbiamo un problema." Ed a mio parere la Fed può pure tagliare n volte... ma l' impatto a questo giro sarà molto debole nei fatti, se non buono per fare (appunto) qualche rimbalzello per un po' di brivido in più. Questo lo dico perché la tipologia di slowdown che si trovano di fronte stavolta non è un semplice rallentamento fisiologico da fine ciclo... ma è un qualcosa di autoinferto... qualcosa che impatta sulle supply chains costruite negli ultimi 20/25 anni e che avrà, se non si fermano in tempo, degli impatti epocali sulla geografia dei flussi commerciali e sulle architetture di interi sistemi paese. Insomma, non è per nulla uno scherzo. Le banche centrali possono al massimo attutire (forse) l' impatto ma il botto lo si sentirà certamente. Hai voglia a tagliare i tassi... se il global trade collassa (come sta accadendo dati alla mano...) purtroppo hai poco da fare."

Ora cambiamo argomento, ma non troppo, perchè tutto si tiene. Dal sito Chinafiles una ricostruzione di Tian' anmen (e scopriremo che è meglio chiamarlo "il massacro di Pechino" ) 30 anni fa, in quel particolare 1989, quando parecchi operai e molto pochi studenti si stufarono di una vita invivibile, così com' è sottoposta agli scossoni che ogni fase dello sviluppo capitalistico impone ovunque. Tutti vogliono vivere in pace, solo che per i più proprio non si può.---



Crediamo un po’ tutti di sapere qualcosa di quanto è successo in Cina, in particolare a Pechino, trent’anni fa. Classifichiamo genericamente i «fatti di Tian’anmen» come caratterizzati da proteste e richieste di riforme democratiche da parte degli studenti e dalla dura risposta del Partito comunista che portò al «massacro di Tian’anmen».
Sappiamo anche che Pechino ha cancellato quelle giornate dalla storia: non se ne parla, non se ne può parlare, non si trova niente al riguardo sulla rete cinese «armonizzata», ma non sarà più facile trovare un giovane cinese che ne sappia qualcosa. Questi sono tutti fatti piuttosto noti. In verità, però, nelle giornate di maggio e giugno 1989 confluirono molti più elementi.
Intanto in piazza c’era molta gente, studenti e non solo. Certo, le storie dei «leader» della piazza pechinese hanno avuto ampia attenzione mediatica anche anni dopo i fatti: alcuni sono riusciti a scappare, grazie alla solidarietà di molte persone; alcuni hanno raggiunto Hong Kong e da lì sono poi volati negli Stati Uniti.


domenica 19 maggio 2019

Il capitalismo non è eterno

È per sottrarsi a questo fato minaccioso che uomini, che, or sono quarant'anni, non vedevano salute che nel libero scambio,
oggi invocano con fervore il protezionismo pur tentando mascherarlo coi nomi di «commercio leale» e di reciprocità di tariffe. 


Alla fine il trade deal USA-Cina non è andato in porto, e comunque non sarebbe stata che una tregua. Le avvisaglie sono state quei inaspettati cedimenti americani sulla vitale questione della proprietà intellettuale, annunciati a fine aprile. Una finta, in realtà si chiedeva che  la Cina ammettesse implicitamente il furto e l' hackeraggio di brevetti USA. I cinesi si sono incazzati e hanno fatto saltare il banco. A me sembra che sia una prova di forza dei cinesi che forse ipotizzano di ridiscutere la questione con un altro presidente americano.

La risposta dura su Huawei degli americani e poi in controrisposta la svalutazione dello yuan, unitamente ad una asta di obbligazioni 10 anni americane andata vuota, hanno definitivamente chiuso la trattativa. In seguito a questo anche l' apertura di un fronte europeo dei dazi da parte di Trump è rimandata, questa è una buona notizia per gli europeisti.

Si chiude con questo articolo tratto dall' ultimo numero on line di n+1, il sito è quinterna.lab. Trovo che la rivista, radicata nelle vicende della sinistra comunista italiana, sia  un ottimo punto di vista per guardare al nostro complicatissimo presente, gravido di difficoltà come di possibilità. Devo dire che a volte vi trovo un uso disinvolto del marxismo, ma fa niente. Preziosa la visione di insieme che si offre, in particolare di una politica che letteralmente non gliela fa più a starci dietro.



Nella migliore delle ipotesi l'inconsistente anticapitalismo odierno si basa su di una critica morale a una cattiva ripartizione del reddito. L'operaio sarebbe sfruttato perché pagato "poco". Subito dopo, nella corrente scala dei valori, viene la teoria del cosiddetto attacco padronale: il capitalismo sarebbe un sistema taroccato per avvantaggiare i capitalisti a spese dei lavoratori. C'è chi dice, addirittura, che siccome nella formula del saggio di profitto il capitale costante e quello variabile (impianti e salari) sono al denominatore di una frazione, i capitalisti tramerebbero a favore della guerra generale, in modo da riequilibrare il sistema distruggendo capitale e ammazzando operai.

domenica 10 marzo 2019

Surprise index

Stamattina, nella mia personale veloce rassegna stampa dei pochissimi blog che leggo regolarmente, mi ha irritato trovare già affrontati tutti quei temi a cui vagheggiavo dedicare questo post di oggi: transizione verso il nuovo modo di produzione, Algeria - paese verso cui nutro una attenzione storica particolare, ed i sempre più frequenti rumors su un prossimo crash degli high yield corporate bond - segnalato a suo tempo. Tipico arrivare tardi e trovarsi spiazzato.

Va bè, lasciamo stare la malinconia,  e badate a non investire i vostri sudaticci risparmi negli strumenti sbagliati. La ascoltatissima BIS (Bank of International Settlements), dopo IMF e altri, ha lanciato un allarme sulle obbligazioni societarie ad alto rendimento ( e rischio) che per il solo mercato americano valgono un bel mucchietto di dollaroni, somme che hanno del fantasmagorico e a cui il piccolo borghese guarda contemporaneamente con l' occhio scandalizzato e l' acquolina in bocca: 6,4 miliardi di miliardi. Parrebbe che circa 1 di questi 6,4 triliardi di bond societari, alla prima scossa recessiva americana, verrebbe declassato dal rating "investment grade" a "junk".  Se così fosse gli investitori istituzionali dovrebbero venderli perchè per statuto non possono detenerli in portafoglio, dando così la via alla rovinosa slavina del repricing.

sabato 23 febbraio 2019

Il debito sia con noi



Il protezionismo è, nella migliore ipotesi, una vite senza fine, e non si sa mai quando sbarazzarsene.Proteggendo un'industria, direttamente o indirettamente danneggiate tutte le altre e quindi dovrete proteggere anche queste. Ma in tal modo danneggiate a sua volta l'industria che avete protetta per la prima e siete tenuti a compensarla: ma questo compenso reagisce come prima su tutti gli altri commerci, onde spetta a questi un compenso, e cosi via all'infinito.


Ovunque piovono pietre,  prima sugli italiani però. Fitch non ha declassato per ora nè il nostro debito nè l' outlook ma la situazione è ipertesa. Gli investitori internazionali vogliono rassicurazioni che dopo le europee cada questo governo e se ne faccia uno di centro-destra, con politiche volte ad non incrementare ulteriormente il rapporto deficit/pil all' interno dei paletti posti dalla crescita economica reale, mica le baggianate raccontate da Conte, Di Maio e Tria, che Salvini manda volentieri allo sbaraglio politico. Seguono le parole di un trader che ben riassumono la situazione italiana proiettandola nella attuale configurazione geopolitica, il confuso articolo sotto invece  è di Claudio Antonelli scritto per La Verità, ma che io ho scaricato da Dagospia.---

"Servono urgentemente aiuti che possono venire da vari paesi , in un periodo molto complicato che ci attende (rating in arrivo, elezioni europee, crollo del PIL e relativa manovra correttiva, spread, emissioni sul primario, ecc). Ragionavamo sul fatto che siamo facilmente ricattabili dai mercati, e dai governi che hanno in mano i timoni della finanza mondiale. Che siamo al tempo stesso un entità too big to fail ma anche , per questo essere molto ingombranti, anche una leva enorme da manovrare per interessi strategici all interno dell EU e nel mediterraneo. Concludevamo che la tenuta del sistema italia sarà determinata non solo dall' andamento della nostra economia tout court ma anche dalle alleanze internazionali che il governo riuscirà a tessere nei prossimi mesi."

Il numero due della Lega, Gian Carlo Giorgetti, non parla mai solo per dire una cosa. Di solito ogni messaggio ne contiene due. L' uscita sul rischio di andare incontro a una manovra correttiva da almeno 15 miliardi non solo annunciava la necessità di preparasi già ora alla stesura del Def, documento di economia e finanza, con cui il governo getta le basi per la manovra di fine ottobre. E al tempo stesso era l' amo per avviare un dialogo diretto con banche d' affari, fondi d' investimento e pure gli hedge, che di solito scommettono contro la nostra Borsa. Si tratta di capire quali siano le aspettative o - perché no - i suggerimenti in vista della stesura del Def. Sarà un periodo caldissimo.

domenica 10 dicembre 2017

Boom or bust -il punto sulla crisi capitalistica




Se ci trovassimo di fronte a un imperialismo integrale il quale avesse trasformato
da cima a fondo il capitalismo, il nostro compito sarebbe centomila
volte più facile.
 Avremmo un sistema nel quale tutto sarebbe sottomesso
al solo capitale finanziario.
 Non ci resterebbe allora che sopprimere la
cima e rimettere il resto nelle mani  del
proletariato. Sarebbe cosa infinitamente piacevole, ma che non esiste nella realtà.
 


Articolo tratto dal blog dell' economista "marxista" Michael Roberts in cui si fa abbastanza obbiettivamente il punto sulla crisi che il capitalismo globale sta attraversando, i cui termini sono nella estensione planetaria e nella penetrazione sistemica -tramite il debito- in tutti gli istituti della stessa società borghese, dall' apparato statale alla famiglia. A mio maggior dispetto, i principali indici di Wall Street navigano in territori sconosciuti, nel senso che non hanno mai toccato queste vette e stanno facendo impazzire gli analisti tecnici. Controsenso? Oppure, con un rigurgito di "tutto torna", si pensa che queste performance troveranno la loro nemesi nel prossimo clamoroso tonfo?

Molti stanno mettendo le mani avanti, pure Alan Greenspan, presidente FED durante lo scoppio della bolla dei sub-prime nel 2007, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla, non relativa ai prezzi delle azioni, ma a quelli delle obbligazioni delle imprese». Secondo Greenspan, i tassi d’interesse di lungo periodo sono stati troppo bassi e per troppo tempo, per cui è ragionevole aspettarsi che quando cominceranno a salire lo faranno in tempi rapidi. E questo potrebbe fare esplodere la bolla. Un crollo dei prezzi delle obbligazioni “corporate” inevitabilmente porterebbe con sé anche quello dei titoli azionari.“Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflazione mai vista dal 1970” ha detto.

Anche OCSE e FMI non scherzano, come leggerete, e molti altri stanno attendendo la conferna alle proprie apocalittiche previsioni. Seguo da abbastanza tempo le vicende del Capitale per sapere che potrebbe andare anche avanti per un pezzo così, sul filo del rasoio. Il vantaggio di sapere che il Capitale è in se stesso crisi non deve offuscare lo sguardo sulle sue cazzo di capacità di differire le proprie contraddizioni rilanciandole su un piano più alto o di scatenarle pesantemente per rigenerarsi.---


La scorsa settimana, l'OCSE ha pubblicato il suo ultimo World Economic Outlook. Gli economisti dell'OCSE affermano che "L'economia globale sta crescendo al suo ritmo più veloce dal 2010, con la ripresa che sta diventando sempre più sincronizzata tra i vari paesi. Questo tanto atteso passo avanti verso la crescita globale, sostenuto da stimoli politici, è accompagnato da solidi guadagni occupazionali, da una moderata ripresa degli investimenti e da una ripresa della crescita commerciale ". Mentre la crescita economica mondiale sta accelerando un pò', l'OCSE calcola che "su base pro-capite, la crescita non sarà all'altezza dei livelli pre-crisi nella maggior parte delle economie dell'OCSE e non-OCSE." Quindi l'economia mondiale non è ancora uscita della lunga depressione iniziata nel 2009.
 

giovedì 17 novembre 2016

Il ritardo -italiano


Sembra che non sia cambiato molto in questo misero paese che si accapiglia sul niente e si pregia di lasciare insolute le questioni cruciali Mi riferisco al pluridecennale gap tra lo sviluppo socio economico e la infrastruttura politica, l' eterno ineguale sviluppo. E, allargando lo sguardo, il tutto  in un fortissimo ritardo rispetto ai più diretti, vecchi e nuovi concorrenti nella competizione imperialistica globale. La riforma costituzionale e la legge elettorale sembrano essere  pensati più per mimetizzare, agli occhi degli osservatori internazionali, la strutturale incapacità del personale politico a riformare. Neppure il bipartitismo - nel testo emerge bene la sua necessaria funzione, peraltro oggi parecchio in crisi- qui ha attecchito e i due italici poli -anzichè riformare velocemente per adattare il corpo sociale alle accelerazioni economiche- hanno prodotto inciuci di tutti i generi e quindi immobilismo.   La stessa nozione di capitalismo di stato come qui declinata, dopo che siamo passati attraverso la privatizzazione del IRI e dei principali gruppi industriali e finanziari a capitale "pubblico", in Italia non è mai del tutto tramontata. E che dire poi del parassitismo sociale ?---


La crisi politica esasperata è la più clamorosa manifestazione delle contraddizioni in cui si dibatte la società borghese in Italia. La crisi politica accelera la tendenza al bipartitismo, tendenza che é funzionale al sistema, ma aggrava tutti i problemi economici del capitalismo e le condizioni di vita del proletariato, dalla perdita del potere di acquisto alla disoccupazione. L’ indebolimento dell’ imperialismo italiano in rapporto alle potenze che stanno crescendo rafforzate dalla crisi mondiale di ristrutturazione si accentua sempre più ed ha come effetto,  rapido e precipitato, un ulteriore condizionamento internazionale ed un ulteriore processo di imputridimento sociale e politico.

La crisi politica raggiunge ormai toni parossistici che non fanno altro che aggravare l' indebolimento della metropoli italiana. Il capitalismo italiano ha dimostrato negli ultimi due anni l' incapacità a portare avanti una vera ristrutturazione e questa incapacità, questo ritardo nei confronti dei suoi concorrenti, questo problema rimandato di mese in mese si e accumulato e addensato proprio quando il sistema mondiale esprime confronti e conflitti interimperialistici al piu alto livello.


lunedì 12 settembre 2016

Dalla Cina a Marte


Dal sito dell' economista "marxista" Michael Roberts, per fortuna trovato già tradotto, il resoconto delle conflittualità sottotraccia che traspaiono e che tengono in scacco la classe politica mondiale, a livelli che sfiorano, come qui illustrato, il cinema di Bunuel---


La riunione di fine settimana (4-5 settembre) dei capi di Stato delle prime 20 economie del mondo (G20)  che si è svolta nel resort cinese di Hangzou, ha concluso che l'economia globale si trova ancora nei guai. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) aveva calcolato che il 2016 sarà il quinto anno consecutivo in cui la crescita globale sarà il 3,7% al di sotto della media registrata nel periodo fra il 1990 ed il 2007. E poco prima del vertice del G20, l'IFM ha presentato una relazione che prevede una crescita ancora più lenta di quella prevista:

«I dati ad alta frequenza indicano una crescita meno accentuata per quest'anno, soprattutto nelle economie avanzate del G-20, mentre l'andamento dei mercati emergenti è più vario». 

lunedì 28 marzo 2016

I fondi sovrani e la sindrome olandese

Cosa sono i fondi sovrani ? Se ne sente parlare a volte come gigantesche entità finanziarie che si muovono sui mercati alla ricerca di profitto e che muovono con loro le quotazioni di valute, indici e azioni. Tutto vero ma non finisce lì.  Il lungo estratto che segue (sforbiciato dal sottoscritto) ci spiega meglio la loro genesi e funzione e in particolare le loro correlazioni con le politiche monetarie e fiscali dei paesi che campano di rendita petrolifera.

Negli stati rentier, tramite l' azione dei fondi, si fa la scelta politica di affiancare alla rendita (petrolifera o mineraria) la rendita (finanziaria) e, pur diversificandole, non si sviluppano filiere per la produzione di nuove merci industriali, ovvero di plusvalore primario. Che è poi quello che costringe l' intera società a muoversi estesamente, sganciandola almeno in parte da chi invariabilmente amministra i proventi del oil export con la distribuzione di prebende. La tendenza a contrarre il male olandese* a mio modo di vedere rimane alta, così come -in tempi di alta volatilità- quella di sbagliare investimenti e di portare a casa ingenti perdite finanziarie. 

*Il “Dutch Disease” è stato quello dell’andamento dell’economia olandese a seguito della messa in produzione del grande giacimento a gas di Groningen. La sindrome è nota. La crescita improvvisa del settore energia si riflette in un declino del settore agricolo e di quello manifatturiero; il settore energia che cresce drena capitale dagli altri settori e ne aumenta i costi di produzione; le esportazioni in crescita rafforzano la moneta nazionale; il rafforzamento della moneta deprime la competitività internazionale delle produzioni interne di manufatti a vantaggio dei beni e delle merci importate; infine l' organizzatore statale si addormenta sugli allori delle abbondanti entrate fiscali e perde l' attenzione per i sempre nuovi imperativi posti dal andamento economico internazionale ---


I fondi sovrani (sovereign wealth funds, Swf), a discapito della loro crescente rilevanza, restano un oggetto relativamente misterioso. In generale, i fondi sovrani sono un gruppo eterogeneo di istituzioni finanziarie di proprietà pubblica che investono surplus fiscali o avanzi commerciali con logiche di accumulazione e diversificazione. Nello specifico, si tratta di fondi che originano principalmente dalle esportazioni delle commodities, in particolare petrolio e gas. Non a caso, buona parte dei fondi sovrani sono sorti in paesi e regioni del mondo ricche di risorse naturali quali il Golfo Persico, la Norvegia, la Russia ma anche la Malesia e il sultanato del Brunei. A fianco di questa prima categoria di fondi sovrani, vi sono quelli che non hanno origine dalla rendita delle risorse naturali, ma dalla capacità di penetrazione nei mercati esteri in una varietà di comparti differenti. Ne costituiscono esempi concreti i fondi dei grandi paesi esportatori come Cina, Singapore, Corea del Sud, e alcuni dei fondi di altri paesi emergenti.

domenica 13 marzo 2016

L'euro si sottrae alla guerra monetaria?

tutti vogliono la stessa cosa...

All'interno della caduta, appunto, tendenziale del saggio di profitto le controtendenze non sono semplici escamotage ma segnano significativamente sia le fasi espansive sia quelle di maggior criticità che il processo d'accumulazione continuamente pone. L'esportazione di capitali "maturi" verso terre più vergini, verso altri luoghi -o altre funzioni- più friendly in cui riprodursi è un effetto controtendenziale e al contempo anche causa del necessario ampliamento della sfera d'influenza fino alla  formazione del mercato mondiale -in cui si apre alla crescita capitalistica di alcune aree e la stagnazione o la decadenza di altre, in virtù di uno sviluppo che deve essere diseguale, altro che rapporti win-win.

mercoledì 24 febbraio 2016

El rentismo bolivariano

lavoro sociale astratto

Il Venezuela vive una durissima quaresima: scarsità alimentare, inflazione nel 2015 al 140%, quota di farmaci al 20% del necessario, PIL in contrazione del 7%, debiti internazionali da pagare quest'anno pari a circa la metà delle riserve totali in valuta, nella capitale il più alto tasso di omicidi al mondo. Una crisi economica e politica in cui il chavismo, erede della tradizione populista-bolivariana che tanto piace in Sud-America, non ci esce proprio bene. Al tracollo delle entrate petrolifere si aggiungono la proliferazione di ampi strati di ceti parassitari e un paternalismo statale che immobilizza lo sviluppo interno della società civile, aspetti che possiamo bene associare, cambiando alcuni termini, al Medio-Oriente ma anche in parte a noi. Segue il primo capitolo di un interessante studio, reperibile in rete, sullo stato-rentier venezuelano scritto appena prima del momento in cui la bonanima di Chavez si apprestava a lasciare i terzomondisti di tutto il mondo in lacrime e orfani del loro leader.---

Dagli anni Venti del secolo scorso si ripete inconfutabilmente che «il Venezuela è, non sappiamo se fortunatamente o disgraziatamente, petrolio». In effetti, questo «è stato, è e, nel futuro prevedibile, continuerà ad essere il tema fondamentale della vita venezuelana». Non c’è alcun aspetto della politica, dell’economia e della società di questo Paese che non sia direttamente o indirettamente condizionato da un fatto così semplice e allo stesso tempo così cruciale. Inoltre, conviene precisare sin d’ora che, nel caso della Repubblica bolivariana, quando parliamo di petrolio non ci riferiamo semplicemente alla risorsa per eccellenza e imprescindibile del modello di sviluppo e di civiltà mondialmente dominante, ma parliamo del maggiore produttore petrolifero dell’emisfero occidentale e tra i primi a livello globale per riserve comprovate, estrazione e capacità esportatrice.

venerdì 12 febbraio 2016

The big short

« Nulla può quindi essere più sbagliato e assurdo che presupporre, sulla base del valore di scambio,
 del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione complessiva”


La finanziarizzazione è strettamente collegata al macchinismo e alle esigenze dell'economia di scala: indebitarsi per ammodernare ed ampliare continuamente gli impianti - cambiando di rimando la forma dell' organizzazione e il comando sul capitale variabile, per acquisire o fondersi con la concorrenza, per ricoprirsi dai chiari di luna del mercato: il capitalista finanziario è servito!

L' enorme montagna dei capitali che partorisce un topolino di plusvalore (l' indicibile plusvalore che idrata le cellule del mostruoso organismo!) subisce una svalutazione sistematica che solo temporaneamente le diverse governance monetarie possono arginare, agendo sul valore internazionale della divisa e sul costo del debito.

martedì 26 gennaio 2016

Rimetti a noi i nostri debiti-il sistema bancario italiano in scena a Davos


Nuova puntata del romanzone che personalmente ho intitolato "Vedi l'Europa e poi muori". Non sono improvvisamente diventato un sovranista, più pragmaticamente penso che tra Repubblica Italiana ed Europa unita è un match Italia-Germania in cui, come va va, me lo piglio in quel posto a prescindere. Ma cosa sarà mai che la settimana scorsa ha scardazzato così a fondo le quotazioni delle banche italiane? I famosi NPLs ? Oppure le difficoltà  a far digerire a Bruxelles la nostrana bad bank? Nooo! Risibili le spiegazioni di Draghi sui questionari inviati alle 6 italiche banche "mal interpretati" dai mercati, vagamente complottista l'insinuazione di Padoan: " i nomi delle banche italiane a controllo sono stati diffusi immediatamente". La commedia planetaria più è ad alti livelli più mi fa ridere, per non piangere ovviamente, ma è sempre e comunque rivelatrice della guerra tra sovranità nazionali, alla faccia di chi le vede sul viale del tramonto. Di seguito una spiegazione, presa dall'Huffington Post di qualche giorno fa di Paola Pilati, di cosa si è mosso nel dietro le quinte di Davos per quel che riguarda la guerra in Europa. Anche interessante, dal punto di vista politico, le 6 pagine del paper della Luiss a cui si fa riferimento: c'è il link.---


Matteo Renzi farebbe bene ad accelerare il suo appuntamento con Angela Merkel, previsto il 29 gennaio. Perché la vera ragione della tempesta perfetta che ha messo in ginocchio le banche italiane non sta nell'isteria collettiva, nella speculazione, nel crollo del petrolio, nel rallentamento della Cina. Ma sta in Germania, e a un indirizzo preciso: la Bundesbank. Non diciamo che la banca centrale tedesca ne sia il mandante, per carità, ma è da Francoforte che partono tutte le perplessità sul sistema bancario italiano, e dove stanno maturando proposte che puntano a mettere un cappio ai paesi con debito pubblico troppo alto come il nostro, per evitare che i meccanismi di salvataggio europei possano salvare i peccatori a spese dei virtuosi.

sabato 9 gennaio 2016

PEG d' Arabia


I produttori di  materie prime sono in difficoltà ovunque, quella che sia la commodity che hanno da offrire ai mercati mondiali. Una meraviglia del Capitale che sta acuendo le tensioni geopolitiche un pò ovunque, a riprova che è il lavoro salariato la delizia e la maledizione del Capitale.Tutti gli attori sono presenti, tutti si vedono come protagonisti, al proletariato internazionale la parte del convitato di pietra, il ruolo di chi è sommamente presente eppure senza voce in capitolo, se non nei sogni di qualcuno o negli incubi di qualcun altro. 

Riproduco qui sotto un articolo che tratta del cambio riyal saudita/dollaro statunitense, fortemente sotto pressione e che rischia di frantumare il cambio fisso (PEG) contro dollaro garantito dalla banca centrale saudita. Considerando come stanno bruciando le riserve valutarie c'è qualcosa di poco chiaro nella loro strategia. Non si sa bene ad esempio a quanto ammontino le ricoperture con swap, derivati che si usano di solito per ammortizzare le perdite in caso di alta volatilità di un rapporto di cambio. Può darsi che alcuni principi della famiglia Saud stiano giocando in proprio e contro lo stato che governano, forse in un prolungamento della guerra di succesione al re Abdullah, morto un anno fa. Quello che è certo è che se re Salman vuole continuare la sua politica dispendiosa e poco prudente -tra cui: l'impegno bellico in Yemen e le altre tensioni con un Iran appena "riabilitato", la tattica all' interno del OPEC, la svolta nei rapporti con gli Stati Uniti- qualcosa è da rivedere.

«Faccio questo lavoro da oltre venti anni, ma una situazione simile, una guerra petrolifera di questo livello non l'avevo mai vista. E, francamente, non pensavo avrei mai potuto assistere a qualcosa di simile». Sono le parole che un trader di commodities con base a Londra mi ha detto ieri al telefono, parlando della lotta per la conquista di quote di mercato del greggio, con Usa, Russia e Arabia Saudita schierati l'uno contro l'altro per sopravvivere ai prezzi in area 35-40 dollari al barile. Ma, ancora una volta, sembra Ryad la parte in campo posizionata peggio, quasi un paradosso visto che la guerra è stata scatenata proprio da lei nel dicembre del 2014, quando decise in seno all'Opec di non tagliare la produzione, dando vita alla più grossa saturazione di mercato da decenni. 

sabato 19 dicembre 2015

Il crude prezzo del oil

 se tu credi che il carbone /  bruci meglio
è un abbaglio /  è petrolio

La riunione Opec del 4 dicembre ha messo chiaramente a nudo, dopo un anno di oro nero a prezzi di saldo, le strategie dei paesi Opec rispetto a quelli esportatori extra-Opec e al contempo quelle interne all' organizzazione stessa tra paesi che si scornano da decenni, Iran e Arabia tanto per ribadire, gocce mediorientali di imperialismo globale

"Il ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zangeneh, ha detto, prima della riunione odierna, che Teheran discuterà di cosa fare solo quando il suo Paese avrà raggiunto pieni livelli di produzione, se e quando le sanzioni occidentali saranno tolte." Ciò detto di rimando a: "il ministro saudita Ali al-Naimi in precedenza aveva detto che spera in una crescita della domanda globale tale da assorbire il balzo della produzione iraniana il prossimo anno. "Ognuno è benvenuto a entrare nel mercato"." 

La speranza, tutta diplomatica -cioè falsamente friendly, del ministro saudita è stata successivamente stroncata , dieci giorni fa, dal report del International Energy Agency (IEA) che prevede che l'eccesso di offerta potrebbe aumentare a livello globale il prossimo anno.

venerdì 18 dicembre 2015

Buyback in U.S.A.

E' stato un rialzo dei tassi FED che sembrava un taglio, accompagnato da una conferenza stampa in cui la Yellen nei modi e nelle sostanza è stata dovish come richiesto dalla prima stretta monetaria dopo 9 anni, c'era ancora Greenspan. Il percorso dei prossimi rialzi è stato indicato, molte le assicurazioni che, se i dati lo non confortassero, potrà essere variato. Sono sempre sul filo del rasoio e lo sanno: i dati delle ultime trimestrali delle grandi corporate sono stati quasi sempre contrastanti: a una forte ristrutturazione spesso corrisponde un utile per azione in rialzo ma con ricavi in decrescita, altrove aumenta la massa dei ricavi ma si assottiglia il prezioso tasso di profitto. Ora un breve articolo per illustrare il buyback, uno degli artifici contabili più usati per migliorare i parametri di valutazione di una società per azioni presso gli analisti finanziari. Difendere le posizioni acquisite sembra difficile: se non corri cadi ! ----

Questa settimana si è verificato il previsto aumento dei tassi di interesse negli USA da parte della FED. L' ’inizio del ciclo restrittivo ha conseguenze rilevanti per l’' economia reale, per gli investitori in obbligazioni e anche in azioni. È importante sottolineare come, dalla scorsa primavera, il costo di indebitamento delle imprese negli Stati Uniti sia aumentato come conseguenza dell' ’innalzamento degli spread, ovvero dei differenziali di rendimento tra le emissioni societarie e i Titoli di Stato. 
 

domenica 6 dicembre 2015

Update sulla guerra valutaria: l' investitura dello yuan


La guerra delle valute è oggi il territorio dove si svolgono le principali competizioni inter imperialistiche fra le più grosse ed omogenee condensazioni di Capitale. Al contrario della "virtualità" erroneamente attribuita alla finanza e, per esteso, alle politiche monetarie, qui si  rimanda molto concretamente alla sottostante spartizione del plus-valore industriale prodotto su scala planetaria. Da tempo il Capitale ad alta composizione tecnologica sussume ed estrae valore internazionale da capitali più grezzi e rudimentali "semplicemente" scambiando una valuta più forte (più riconosciuta nel mercato mondiale, stabile, icona di una società pienamente integrata, capitalizzata) con merce  -o con debito, nei paesi dollarizzati, per esempio. ---


La Cina è cresciuta. Con l’inclusione dello yuan, da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi), nel paniere delle valute di riserva a livello globale, Beijing è finalmente diventata grande. Ma la scelta del Fmi arriva però in ritardo. Proprio alla vigilia di quello che sarà forse il periodo più duro per l’economia cinese, arriva il riconoscimento formale da parte della comunità internazionale. L’obiettivo di Pechino era ed è uno solo: gestire il ribilanciamento dei fattori produttivi a livello domestico.


domenica 15 novembre 2015

Per una lettura materialistica delle vicende medio-orientali



Articolo del agosto scorso, apparso su info-aut, inquadra bene in poche parole ben scandite la situazione socio-economica medio-orientale---

Le conquiste di Daesh (nome arabo di quello che qui da noi viene erroneamente tradotto in Stato Islamico) in Iraq e Siria sono soltanto gli ultimi avvenimenti sfruttati dai media mainstream per riproporre la storia di una (presunta) decadenza della civiltà medio-orientali legata all' Islam. Funzionale alla riproduzione di pseudo-analisi dal carattere marcatamente orientalistico che usano come prisma di lettura quello della religione islamica, e la sua presunta incapacità ad adattarsi alla modernità, la narrazione occidentale del Vicino e del Medio Oriente ha una storia secolare come fenomeno culturale e politico. Essa non è una vuota astrazione, ma è la risultante della cristallizzazione dei rapporti di forza costituitosi nel tempo (già la stessa definizione di Medio Oriente presenta aspetti di parzialità linguistica, dovuti alla forza di chi ha imposto questa etichetta) e il prodotto di energie materiali ed intellettuali dell'uomo.

domenica 8 novembre 2015

Politiche monetarie divergenti


Da un punto di vista economico, l’imperialismo è l’appropriazione sistematica di valore internazionale.

Secondo svariate analisi sulle prossime mosse della guerra valutaria in atto tra banche centrali (le cosiddette politiche monetarie diverging) parrebbe che oramai ci siamo: dopo il dato USA di ieri l'altro sulle buste paga non-agricole, molto superiore alle attese (e al netto della cronica imprecisione previsionale dell' agenzia che gestisce le rilevazioni statistiche), la Federal Reserve si preparerebbe alla stretta monetaria annunciata più volte. Solo in pochi sono rimasti a sostenere il prolungamento delle politiche accomodanti da parte della più potente banca centrale del mondo, comunque andrà è certo che ce lo piglieremo in quel posto. Semmai sarà più interessante stabilire quanto saranno conflittuali, più che divergenti, le scelte che faranno i vari board nei prossimi mesi. Americani, cinesi, europei e giapponesi sono tutti in fasi diverse del ciclo economico rispetto alla permanenza della crisi sistemica dei profitti e conseguentemente dovranno operare in maniera opposta. 

sabato 31 ottobre 2015

Ammazzafegato


E' vero, la disoccupazione al 11,8% -e nell' area euro è un punto meno- non sembra essere di per sè un problema ingestibile per l'ordine sociale vigente, si campa dei gruzzoli passati  accumulati dalle famiglie. Nel 2007 pensavo che i risparmi durassero meno e si avesse prima di oggi qualche vera fiammata, invece i piccoli capitali passati, con piccole rendite urbane e non, e le pensioni sembrano sopperire a salari e stipendi all osso, oppure nulli, o parziali e neri

 'A nuttata non è per ora passata, rimane per le borghesie il punto dirimente di operare altra distruzione di capitale perchè a tutt'oggi quella già incorsa sembra essere insufficiente a risolvere i problemi di redditività al capitale industriale, non solo nelle economie mature ma pure in quelle che aspirano a uscire dal momento industriale più pionieristico -che si intreccia ad un certo punto con una qualità capitalistica bassa, l' imperialismo dei capitali esteri a bassa composizione organica e, oppure, della semplice fornitura di materie prime, parecchio esposta a rischiosità dal punto di vista del valore.