Se la minaccia dello Stato Islamico (IS) in Tunisia, Egitto e Libia rende critico il panorama geopolitico del Nordafrica, spostandosi poco più a sud nel continente la situazione non appare più rosea. Sahel e Corno d’Africa presentano una pletora di gruppi armati che rinnovano la minaccia terroristica nelle retrovie dell’Africa settentrionale, rendendo la situazione sul terreno sempre più grave e urgente. Boko Haram (BH) in Nigeria e nei paesi della regione del Lago Ciad, Aqim (al-Qaida nel Maghreb Islamico), al-Mourabitoun e Ansar Eddine fra Mali, Niger, Burkina Faso e Costa D’Avorio, al-Shaabab in Somalia e Kenya. Queste le sigle, senza dimenticare l’esercito di reclute pronte al martirio: migliaia di giovani senza lavoro né prospettive che si trovano costretti a scegliere fra l’“avventura” verso l’Eldorado-Fortezza-Europa e le promesse di giustizia, ricchezza terrena e salvezza ultraterrena del jihad contemporaneo. Sullo sfondo, qui come altrove, si staglia la lotta intestina fra al-Qaida e Daesh che rivaleggiano e si contendono il potere perpetuando insicurezza e destabilizzazione di ampie zone del continente che sfuggono al controllo di stati, dispositivi militari stranieri (Francia e Usa, ma non solo) e fallimentari missioni di pace delle Nazioni Unite.
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domenica 17 gennaio 2016
I mobili confini dell' area sub sahariana
Il punto di vista di chi, nel Islam politico storico e oltre, vuole riscrivere i confini, i modi e gli uomini dello Stato, di solito viene bollato come jihadista. Ma siamo certi che partire dalla matrice religiosa sia di aiuto a capire? O forse il controllo delle anime rimanda ad intenti ben più profani? L' attacco di ieri in Burkina-Faso, con la oramai consueta tattica di guerriglia "per saturazione", allarga ancora di più l'area in discussione.
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sabato 28 novembre 2015
Il problema algerino
Recente articolo di Barbara Ciolli apparso su Lettera 43 che pubblico per ricordarmi che la storia, lungi dall' essere un susseguirsi casuale di eventi, ci segnala che le contraddizioni non sono mai sepolte una volta per tutte dal lento progressivo lavorio del tempo: esse invece si ripropongono -con necessaria discontinuità- innanzi a noi dopo essersi accumulate in una certa massa critica. La feroce repressione degli algerini -anche in Francia- durante la guerra d'indipendenza, le troiate fatte con il Fis e nella successiva guerra civile, in cui si coalizzò per la prima volta una sorta di fronte internazionale jihadista, tornano ad allungare la propria ombra sui fatti di quest' autunno.---
La Francia non proclamava lo stato d’emergenza dal 1955: i tempi della guerra d’Algeria. Di origine algerina era uno dei kamikaze delle stragi Parigi del 13 novembre 2015 - come anche diverse vittime degli attentati -, e franco-algerini erano i fratelli Kuachi dell’ attacco al giornale satirico Charlie Hebdo il 7 gennaio. Come il terrorista che, meno di un anno prima, aveva colpito al museo ebraico di Bruxelles.
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sabato 21 novembre 2015
Douce France
Naturalmente nelle dinamiche inter-imperialiste che agitano il Medio-oriente il businnes delle armi, assieme a quello della droga e delle risorse energetiche, gioca un ruolo centrale. Non mi stupisco che le stragi urbane a carico di civili parigini abbiano salvato il posto di lavoro di altri francesi, gli operai delle industrie aerospaziali, ramo di industria d'avanguardia su cui la douce France poggia una bella parte della sua strategia di potenza. ---
La ridente cittadina di Saint-Cloud si trova soltanto a dieci km dalla Cattedrale di Nôtre-Dame. In questo piccolo ricco borgo a ridosso della città di Parigi hanno vissuto principi, re di Francia e Napoleone ci fece persino il colpo di stato del 18 Brumaio. Saranno le sue origini reali ma la cittadina è conosciuta anche per essere tradizionalmente schierata a destra. Non a caso qui vive la dinastia Le Pen che ha lasciato la sua impronta in tutto il tessuto urbano.
A Saint-Cloud sorge anche la sede centrale di Dassault Aviation, fiore all’occhiello dell’industria bellica francese, che produce i caccia Mirage 2000 e i caccia Rafale che proprio in queste ore bombardano intensamente Raqqa in Siria ed altri obbiettivi legati all’attività di Daesh. Questi apparecchi vanno a ruba nel Medio Oriente in fiamme, soprattutto in quei paesi come Qatar, Arabia Saudita, Egitto, paesi in prima linea nella guerra globale provocata dal Daesh.
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domenica 15 novembre 2015
Per una lettura materialistica delle vicende medio-orientali

Articolo del agosto scorso, apparso su info-aut, inquadra bene in poche parole ben scandite la situazione socio-economica medio-orientale---
Le conquiste di Daesh (nome arabo di quello che qui da noi viene erroneamente tradotto in Stato Islamico) in Iraq e Siria sono soltanto gli ultimi avvenimenti sfruttati dai media mainstream per riproporre la storia di una (presunta) decadenza della civiltà medio-orientali legata all' Islam. Funzionale alla riproduzione di pseudo-analisi dal carattere marcatamente orientalistico che usano come prisma di lettura quello della religione islamica, e la sua presunta incapacità ad adattarsi alla modernità, la narrazione occidentale del Vicino e del Medio Oriente ha una storia secolare come fenomeno culturale e politico. Essa non è una vuota astrazione, ma è la risultante della cristallizzazione dei rapporti di forza costituitosi nel tempo (già la stessa definizione di Medio Oriente presenta aspetti di parzialità linguistica, dovuti alla forza di chi ha imposto questa etichetta) e il prodotto di energie materiali ed intellettuali dell'uomo.
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sabato 14 novembre 2015
La crisi dell'Isis in Siria e Iraq e il terrore a Parigi
In fondo alcune mie considerazioni---
Francia sconvolta, di nuovo sotto attacco, in un modo che nessuno osava immaginare: sette attentati terroristici nella città di Parigi. Un centinaio di persone sono state uccise dai terroristi nel teatro Bataclan; 40 allo Stade de France, mentre era in corso l'amichevole Francia-Germania, a causa di tre esplosioni, di cui una innescata da un attentatore suicida. Altri attacchi, di cui uno a colpi di Kalashnikov davanti a un ristorante del X Arrondissement, e l'altro in Rue de Charonne, nell'XI Arrondissement, hanno causato altre vittime e diversi feriti. Sparavano inneggiando ad Allah, hanno raccontato dei testimoni.
Francia sconvolta, di nuovo sotto attacco, in un modo che nessuno osava immaginare: sette attentati terroristici nella città di Parigi. Un centinaio di persone sono state uccise dai terroristi nel teatro Bataclan; 40 allo Stade de France, mentre era in corso l'amichevole Francia-Germania, a causa di tre esplosioni, di cui una innescata da un attentatore suicida. Altri attacchi, di cui uno a colpi di Kalashnikov davanti a un ristorante del X Arrondissement, e l'altro in Rue de Charonne, nell'XI Arrondissement, hanno causato altre vittime e diversi feriti. Sparavano inneggiando ad Allah, hanno raccontato dei testimoni.
"Lascia esterrefatti come i governi occidentali non abbiano subito realizzato che l'offensiva anti-Isis in Iraq e Siria avrebbe avuto come conseguenza immediata un aumento repentino degli attentati in Europa e negli Stati Uniti" dice a ilsussidiario.net il generale Carlo Jean poco dopo mezzanotte, mentre arriva la notizia che Hollande ha decretato la chiusura delle frontiere e lo stato di emergenza.
Il sussidiario aveva raggiunto Jean già nel pomeriggio di ieri, per un commento — che riportiamo — agli ultimi eventi bellici nel quadrante di Siria e Iraq, in particolare la presa di Sjniar da parte delle forze curde con il supporto dell'aviazione americana. "L'Isis oggi è in grosse difficoltà nelle sue zone chiave e per mantenere il prestigio che gli procura reclutamenti e finanziamenti aumenterà le azioni all'esterno del califfato". E ancora: "Non è da escludere il pericolo di attentati in Europa, perché l'Isis bisogno di atti eclatanti per mantenere il prestigio agli occhi dei tanti fanatici che lo sostengono in tutto il mondo".
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sabato 10 ottobre 2015
Siria: il sottile confine tra realismo e cinismo
Pescato stamane dal sito dell' ISPI, un articolo-quadro sul rompicapo siriano in cui alcune grandi potenze globali (USA, paesi europei di tradizione coloniale ) si muovono manifestamente a casaccio, sorpassate in capacità di iniziativa da medie potenze locali in lotta fra loro per la supremazia regionale. Fa caso a sè l' interventismo del muscolare zar di tutte le russie.
Il concetto di imperialismo unitario, causa e non effetto della globalizzazione capitalistica, quando indossa i panni della congiuntura particolare si dissimula nelle varie volontà di potenza dei diversi attori, portatori di contrapposti interessi economici ed ideologici che insistono su una determinata area.
Il Medio Oriente a volte appare come "waste land" ma anch' esso, una volta che è "messo a lavoro", cioè a profitto, in altre parole spremute le risorse naturali e soprattutto quelle umane delle masse diseredate, produce una ricchezza su cui tutti coloro che aspirano al dominio vogliono mettere le mani. ---
Per i più ottimisti, quelli che pensavano che l’Iran deal avrebbe portato la soluzione per ogni male del Medio Oriente, la doccia fredda è arrivata subito. È arrivata in Siria, dove col rafforzamento dell’Iran, la disperazione del regime e le accentuate insicurezze saudite, le cose non si sono affatto risolte. Anzi, si sono complicate. La verità, semmai, è che l’Iran deal ha incrementato gli incentivi delle potenze regionali per continuare il conflitto. Teheran, forte di una rinnovata posizione internazionale e di centinaia di miliardi in arrivo nel suo budget sfiancato, non vede alcun motivo per smettere proprio ora di combattere. Se prima poteva ottenere 10, ora può ragionevolmente sperare di ottenere 100. Dall’altra parte, i sauditi e i loro alleati del Golfo hanno visto poche firme su un trattato spazzare via la loro tranquilla egemonia regionale. Dopo aver sgominato la minaccia dei Fratelli Musulmani in Egitto ora l’Iran si affaccia come un pericolo ben maggiore al quale non si può più concedere niente. Se prima in Siria sarebbero stati disposti, forse, a concedere 5 per ottenere 10, ora che ai loro occhi l’Iran ha ricevuto 100 dall’Occidente non gli si può più concedere niente. Da nessuna parte. In Yemen e, soprattutto, in Siria.
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