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domenica 5 gennaio 2020

Le nuove infrastrutture globali










Il notevole dibattere sul rischio di una de-globalizzazione – con lo sviluppo ei vari populismi a dimostrarlo – trascura un’altra evidenza altrettanto osservata e tuttavia non apprezzata nelle sue implicazioni: la crescita dei progetti infrastrutturali nel mondo. Basta soltanto ricordare il caso della Belt and Road Initiative (BRI) cinese, per averne contezza. La lettura sovrapposta di questi due movimenti, che sembrano in contrasto, suggerisce un altro schema interpretativo: non sono le pulsioni de-globalizzanti, che evocano anche il desiderio di nuovi isolazionismi, a determinare la tendenza prevalente, ma le tensioni di una nuova globalizzazione emergente. Non meno globalizzazione, con la spinta populista a far da detonatore, ma l’esatto opposto: più globalizzazione, ma con nuovi centri di potere. Il sovranismo, quindi, sta mascherando un nuovo ordine globale policentrico. In questo schema, gli investimenti infrastrutturali giocano un ruolo da protagonisti, e non a caso.

domenica 3 febbraio 2019

De-globalizzazione monetaria ?

it's gas !

I rapporti fra divise prezzano i rapporti di forza fra le varie aree capitalistiche, dove però la trasmissione non è affatto 1:1.  Non è detto che la supremazia la si misuri meccanicamente con il metro di una moneta forte, ma con la possibilità di poterla posizionare dove conviene in quel momento.  L' U-turn del governatore Fed Jerome Powell sui prossimi step di rialzo dei tassi d' interesse è eloquente. A mio avviso anche questa lunga querelle politica sullo shutdown è concordata fra democratici e repubblicani per non far irrobustire troppo il biglietto verde, visto che gli USA sono gli unici al mondo a ritrovarsi un' economia che così ancora per un pò strapperà al rialzo mentre Cina ed in particolare l' Europa arrancano, il Giappone così così. Si sta cercando di porsi nel terreno migliore per riprendere quel pò di  controllo politico, nella misura del possibile, sui flussi finanziari globali, quelli stessi che determinano e sono espressi nelle loro operazioni dal dollar index, il rapporto di cambio del dollaro contro un paniere di monete.  La globalizzazione esprime tali asimmetrie che l' ente statuale, se riprendesse un minimo di controllo del proprio mercato interno, il  più ricco del mondo, ritroverebbe una rinnovata fonte di potere e legittimazione. Da qui un' altra prospettiva per leggere le esigenze  di aprire la  trade war contro Cina e EU.

A questo proposito negli ultimi mesi l' EU sembra perdere rapidamente punteggio sul piano economico e politico, le troppe faccenduole gestite con i piedi a partire dalla Grecia per giungere al labirinto della Brexit fanno pari con l'oramai sempre più evidente gap tecnologico  rispetto ai principali concorrenti, in primis nello sviluppo dell' intelligenza artificiale e dei big data. Mai come in queste settimane le borse europee aprono e chiudono strette tra gli umori prima di Tokyo e Shangai e dal pomeriggio in poi di New York. Il trattato di Aquisgrana, firmato in settimana da due leader fortemente indeboliti, getta ora le basi per un impegno franco-tedesco in campo militare, a quasi 30 anni da Maastricht. Gli analisti americani ancora ci ridono.

Tratto da Aspenia, l' articolo di Maurizio Sgroi ci parla dei complicatissimi equilibri, in egual misura geo-politici e geo-economici- in cui fluttuano le principali valute di scambio internazionale. Ancora una volta le relazioni in campo energetico sono un punto di vista privilegiato--- 


Nulla racconta meglio del tramonto di un impero quanto osservare le vicissitudini della sua moneta. Cento anni fa, quando ancora il mondo degli affari era denominato in sterline, la Grande Guerra segnò l’inizio del tramonto per il dominio di Londra nel mondo finanziario. Ma ci vollero alcuni decenni prima che la sterlina perdesse la sua supremazia. Solo nel secondo dopoguerra il dollaro si affermò definitivamente come principale valuta di riserva, nonché quale strumento del commercio internazionale e finanziario. La sterlina rimase dignitosamente a far presenza, come capiterà allo yen alcuni decenni dopo e più tardi ancora al giovane euro e al giovanissimo yuan, che solo di recente ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel Grande Gioco valutario.

lunedì 28 marzo 2016

I fondi sovrani e la sindrome olandese

Cosa sono i fondi sovrani ? Se ne sente parlare a volte come gigantesche entità finanziarie che si muovono sui mercati alla ricerca di profitto e che muovono con loro le quotazioni di valute, indici e azioni. Tutto vero ma non finisce lì.  Il lungo estratto che segue (sforbiciato dal sottoscritto) ci spiega meglio la loro genesi e funzione e in particolare le loro correlazioni con le politiche monetarie e fiscali dei paesi che campano di rendita petrolifera.

Negli stati rentier, tramite l' azione dei fondi, si fa la scelta politica di affiancare alla rendita (petrolifera o mineraria) la rendita (finanziaria) e, pur diversificandole, non si sviluppano filiere per la produzione di nuove merci industriali, ovvero di plusvalore primario. Che è poi quello che costringe l' intera società a muoversi estesamente, sganciandola almeno in parte da chi invariabilmente amministra i proventi del oil export con la distribuzione di prebende. La tendenza a contrarre il male olandese* a mio modo di vedere rimane alta, così come -in tempi di alta volatilità- quella di sbagliare investimenti e di portare a casa ingenti perdite finanziarie. 

*Il “Dutch Disease” è stato quello dell’andamento dell’economia olandese a seguito della messa in produzione del grande giacimento a gas di Groningen. La sindrome è nota. La crescita improvvisa del settore energia si riflette in un declino del settore agricolo e di quello manifatturiero; il settore energia che cresce drena capitale dagli altri settori e ne aumenta i costi di produzione; le esportazioni in crescita rafforzano la moneta nazionale; il rafforzamento della moneta deprime la competitività internazionale delle produzioni interne di manufatti a vantaggio dei beni e delle merci importate; infine l' organizzatore statale si addormenta sugli allori delle abbondanti entrate fiscali e perde l' attenzione per i sempre nuovi imperativi posti dal andamento economico internazionale ---


I fondi sovrani (sovereign wealth funds, Swf), a discapito della loro crescente rilevanza, restano un oggetto relativamente misterioso. In generale, i fondi sovrani sono un gruppo eterogeneo di istituzioni finanziarie di proprietà pubblica che investono surplus fiscali o avanzi commerciali con logiche di accumulazione e diversificazione. Nello specifico, si tratta di fondi che originano principalmente dalle esportazioni delle commodities, in particolare petrolio e gas. Non a caso, buona parte dei fondi sovrani sono sorti in paesi e regioni del mondo ricche di risorse naturali quali il Golfo Persico, la Norvegia, la Russia ma anche la Malesia e il sultanato del Brunei. A fianco di questa prima categoria di fondi sovrani, vi sono quelli che non hanno origine dalla rendita delle risorse naturali, ma dalla capacità di penetrazione nei mercati esteri in una varietà di comparti differenti. Ne costituiscono esempi concreti i fondi dei grandi paesi esportatori come Cina, Singapore, Corea del Sud, e alcuni dei fondi di altri paesi emergenti.

sabato 19 dicembre 2015

Il crude prezzo del oil

 se tu credi che il carbone /  bruci meglio
è un abbaglio /  è petrolio

La riunione Opec del 4 dicembre ha messo chiaramente a nudo, dopo un anno di oro nero a prezzi di saldo, le strategie dei paesi Opec rispetto a quelli esportatori extra-Opec e al contempo quelle interne all' organizzazione stessa tra paesi che si scornano da decenni, Iran e Arabia tanto per ribadire, gocce mediorientali di imperialismo globale

"Il ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zangeneh, ha detto, prima della riunione odierna, che Teheran discuterà di cosa fare solo quando il suo Paese avrà raggiunto pieni livelli di produzione, se e quando le sanzioni occidentali saranno tolte." Ciò detto di rimando a: "il ministro saudita Ali al-Naimi in precedenza aveva detto che spera in una crescita della domanda globale tale da assorbire il balzo della produzione iraniana il prossimo anno. "Ognuno è benvenuto a entrare nel mercato"." 

La speranza, tutta diplomatica -cioè falsamente friendly, del ministro saudita è stata successivamente stroncata , dieci giorni fa, dal report del International Energy Agency (IEA) che prevede che l'eccesso di offerta potrebbe aumentare a livello globale il prossimo anno.

sabato 21 novembre 2015

Douce France


Naturalmente nelle dinamiche inter-imperialiste che agitano il Medio-oriente il businnes delle armi, assieme a quello della droga e delle risorse energetiche, gioca un ruolo centrale. Non mi stupisco che le stragi urbane a carico di civili parigini abbiano salvato il posto di lavoro di altri francesi, gli operai delle industrie aerospaziali, ramo di industria d'avanguardia su cui la douce France poggia una bella parte della sua strategia di potenza. ---


La ridente cittadina di Saint-Cloud si trova soltanto a dieci km dalla Cattedrale di Nôtre-Dame. In questo piccolo ricco borgo a ridosso della città di Parigi hanno vissuto principi, re di Francia e Napoleone ci fece persino il colpo di stato del 18 Brumaio. Saranno le sue origini reali ma la cittadina è conosciuta anche per essere tradizionalmente schierata a destra. Non a caso qui vive la dinastia Le Pen che ha lasciato la sua impronta in tutto il tessuto urbano.
A Saint-Cloud sorge anche la sede centrale di Dassault Aviation, fiore all’occhiello dell’industria bellica francese, che produce i caccia Mirage 2000 e i caccia Rafale che proprio in queste ore bombardano intensamente Raqqa in Siria ed altri obbiettivi legati all’attività di Daesh. Questi apparecchi vanno a ruba nel Medio Oriente in fiamme, soprattutto in quei paesi come Qatar, Arabia Saudita, Egitto, paesi in prima linea nella guerra globale provocata dal Daesh.

domenica 15 novembre 2015

Per una lettura materialistica delle vicende medio-orientali



Articolo del agosto scorso, apparso su info-aut, inquadra bene in poche parole ben scandite la situazione socio-economica medio-orientale---

Le conquiste di Daesh (nome arabo di quello che qui da noi viene erroneamente tradotto in Stato Islamico) in Iraq e Siria sono soltanto gli ultimi avvenimenti sfruttati dai media mainstream per riproporre la storia di una (presunta) decadenza della civiltà medio-orientali legata all' Islam. Funzionale alla riproduzione di pseudo-analisi dal carattere marcatamente orientalistico che usano come prisma di lettura quello della religione islamica, e la sua presunta incapacità ad adattarsi alla modernità, la narrazione occidentale del Vicino e del Medio Oriente ha una storia secolare come fenomeno culturale e politico. Essa non è una vuota astrazione, ma è la risultante della cristallizzazione dei rapporti di forza costituitosi nel tempo (già la stessa definizione di Medio Oriente presenta aspetti di parzialità linguistica, dovuti alla forza di chi ha imposto questa etichetta) e il prodotto di energie materiali ed intellettuali dell'uomo.

sabato 14 novembre 2015

La crisi dell'Isis in Siria e Iraq e il terrore a Parigi

In fondo alcune mie considerazioni---

Francia sconvolta, di nuovo sotto attacco, in un modo che nessuno osava immaginare: sette attentati terroristici nella città di Parigi. Un centinaio di persone sono state uccise dai terroristi nel teatro Bataclan; 40 allo Stade de France, mentre era in corso l'amichevole Francia-Germania, a causa di tre esplosioni, di cui una innescata da un attentatore suicida. Altri attacchi, di cui uno a colpi di Kalashnikov davanti a un ristorante del X Arrondissement, e l'altro in Rue de Charonne, nell'XI Arrondissement, hanno causato altre vittime e diversi feriti. Sparavano inneggiando ad Allah, hanno raccontato dei testimoni. 

"Lascia esterrefatti come i governi occidentali non abbiano subito realizzato che l'offensiva anti-Isis in Iraq e Siria avrebbe avuto come conseguenza immediata un aumento repentino degli attentati in Europa e negli Stati Uniti" dice a ilsussidiario.net il generale Carlo Jean poco dopo mezzanotte, mentre arriva la notizia che Hollande ha decretato la chiusura delle frontiere e lo stato di emergenza.

Il sussidiario aveva raggiunto Jean già nel pomeriggio di ieri, per un commento — che riportiamo — agli ultimi eventi bellici nel quadrante di Siria e Iraq, in particolare la presa di Sjniar da parte delle forze curde con il supporto dell'aviazione americana. "L'Isis oggi è in grosse difficoltà nelle sue zone chiave e per mantenere il prestigio che gli procura reclutamenti e finanziamenti aumenterà le azioni all'esterno del califfato". E ancora: "Non è da escludere il pericolo di attentati in Europa, perché l'Isis bisogno di atti eclatanti per mantenere il prestigio agli occhi dei tanti fanatici che lo sostengono in tutto il mondo".

sabato 10 ottobre 2015

Siria: il sottile confine tra realismo e cinismo


Pescato stamane dal sito dell' ISPI, un articolo-quadro sul rompicapo siriano in cui alcune grandi potenze globali (USA, paesi europei di tradizione coloniale ) si muovono manifestamente a casaccio, sorpassate in capacità di iniziativa da medie potenze locali in lotta fra loro per la supremazia regionale. Fa caso a sè l' interventismo del muscolare zar di tutte le russie.
Il concetto di imperialismo unitario, causa e non effetto della globalizzazione capitalistica, quando indossa i panni della congiuntura particolare si dissimula nelle varie volontà di potenza dei diversi attori, portatori di contrapposti interessi economici ed ideologici che insistono su una determinata  area.
Il Medio Oriente a volte appare come "waste land" ma anch' esso, una volta che è "messo a lavoro", cioè a profitto, in altre parole spremute le risorse naturali e soprattutto quelle umane delle masse diseredate, produce una ricchezza su cui tutti coloro che aspirano al dominio vogliono mettere le mani. ---
 

Per i più ottimisti, quelli che pensavano che l’Iran deal avrebbe portato la soluzione per ogni male del Medio Oriente, la doccia fredda è arrivata subito. È arrivata in Siria, dove col rafforzamento dell’Iran, la disperazione del regime e le accentuate insicurezze saudite, le cose non si sono affatto risolte. Anzi, si sono complicate. La verità, semmai, è che l’Iran deal ha incrementato gli incentivi delle potenze regionali per continuare il conflitto. Teheran, forte di una rinnovata posizione internazionale e di centinaia di miliardi in arrivo nel suo budget sfiancato, non vede alcun motivo per smettere proprio ora di combattere. Se prima poteva ottenere 10, ora può ragionevolmente sperare di ottenere 100. Dall’altra parte, i sauditi e i loro alleati del Golfo hanno visto poche firme su un trattato spazzare via la loro tranquilla egemonia regionale. Dopo aver sgominato la minaccia dei Fratelli Musulmani in Egitto ora l’Iran si affaccia come un pericolo ben maggiore al quale non si può più concedere niente. Se prima in Siria sarebbero stati disposti, forse, a concedere 5 per ottenere 10, ora che ai loro occhi l’Iran ha ricevuto 100 dall’Occidente non gli si può più concedere niente. Da nessuna parte. In Yemen e, soprattutto, in Siria.