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domenica 19 maggio 2019

Il capitalismo non è eterno

È per sottrarsi a questo fato minaccioso che uomini, che, or sono quarant'anni, non vedevano salute che nel libero scambio,
oggi invocano con fervore il protezionismo pur tentando mascherarlo coi nomi di «commercio leale» e di reciprocità di tariffe. 


Alla fine il trade deal USA-Cina non è andato in porto, e comunque non sarebbe stata che una tregua. Le avvisaglie sono state quei inaspettati cedimenti americani sulla vitale questione della proprietà intellettuale, annunciati a fine aprile. Una finta, in realtà si chiedeva che  la Cina ammettesse implicitamente il furto e l' hackeraggio di brevetti USA. I cinesi si sono incazzati e hanno fatto saltare il banco. A me sembra che sia una prova di forza dei cinesi che forse ipotizzano di ridiscutere la questione con un altro presidente americano.

La risposta dura su Huawei degli americani e poi in controrisposta la svalutazione dello yuan, unitamente ad una asta di obbligazioni 10 anni americane andata vuota, hanno definitivamente chiuso la trattativa. In seguito a questo anche l' apertura di un fronte europeo dei dazi da parte di Trump è rimandata, questa è una buona notizia per gli europeisti.

Si chiude con questo articolo tratto dall' ultimo numero on line di n+1, il sito è quinterna.lab. Trovo che la rivista, radicata nelle vicende della sinistra comunista italiana, sia  un ottimo punto di vista per guardare al nostro complicatissimo presente, gravido di difficoltà come di possibilità. Devo dire che a volte vi trovo un uso disinvolto del marxismo, ma fa niente. Preziosa la visione di insieme che si offre, in particolare di una politica che letteralmente non gliela fa più a starci dietro.



Nella migliore delle ipotesi l'inconsistente anticapitalismo odierno si basa su di una critica morale a una cattiva ripartizione del reddito. L'operaio sarebbe sfruttato perché pagato "poco". Subito dopo, nella corrente scala dei valori, viene la teoria del cosiddetto attacco padronale: il capitalismo sarebbe un sistema taroccato per avvantaggiare i capitalisti a spese dei lavoratori. C'è chi dice, addirittura, che siccome nella formula del saggio di profitto il capitale costante e quello variabile (impianti e salari) sono al denominatore di una frazione, i capitalisti tramerebbero a favore della guerra generale, in modo da riequilibrare il sistema distruggendo capitale e ammazzando operai.

domenica 16 dicembre 2018

L' incerto futuro del WTO

" La catena è costituita da anelli che alternano accordi e conflitti in un ritmo sempre più rapido dove le stesse potenze stabiliscono alleanze pacifiche per una zona mentre sono in conflitto per un'altra. "


Articolo ottimo esempio di come le regole borghesi cristallizzano una situazione pratica precedente alle regole stesse e quindi sempre alla rincorsa rispetto ad essa, rispetto alle rapide, sempre più rapide, evoluzioni della prassi sociale capitalistica. Trump così ha aperto un contenzioso per ora formalmente giuridico con il WTO, ma potenzialmente eversivo per le sorti dell' organizzazione.
Il mio interesse per il commercio globale è finalizzato a cercare di farmene una mappa e con essa un' idea del complicato gioco del rapporto fra le varie monete, legato a sua volta a doppio filo ai flussi finanziari al seguito delle merci. Se un giorno ci arrivassi, il fine ultimo sarebbe avvicinarmi a comprendere meglio l' esportazione di capitale, là dove il profitto estorto si fa interamente rendita - o tasso d' interesse. Evangelicamente, le vie dell' imperialismo sono infinite.
La scadenza del 10 dicembre cui si fa cenno nell' articolo è passata: gli sherpa del capitale riuniti a Buenos Aires, come previsto dal giornalista, sono giunti ad un bel nulla di fatto.---

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha le sue armi puntate oggi sulla Cina, ma una guerra più grande si sta preparando alla World Trade Organization - dove è in gioco il futuro del sistema commerciale globale. Negli ultimi due anni, gli Stati Uniti hanno bloccato le nuove nomine all' organo di appello dell'OMC, di fatto la corte suprema dell'organizzazione per le controversie commerciali. E a meno che non vengano stabilite nuove nomine entro il 10 dicembre 2019, la compagine della corte scenderà al di sotto del numero necessario per decidere sui casi. In effetti gli Stati Uniti stanno minacciando di mettere in secondo piano il coronamento dell'OMC - un forte meccanismo di risoluzione delle controversie - dando al resto del mondo solo un anno per offrire concessioni sulla riforma negli Stati Uniti, per cercare altre opzioni o per affrontare un mondo dove il meccanismo si disintegra. Con l'ascesa di un nuovo potere globale - la Cina - l'amministrazione Trump potrebbe aver già deciso che questo strumento commerciale, una reliquia dell'era della Guerra Fredda, non merita di essere aggiornato.

sabato 24 novembre 2018

La diplomazia delle cannoniere

Update sulla trade war, il pezzo sotto ne illustra le ultime novità. Dall' articolo emerge chiaramente quanto i rapporti inter-imperialistici si animino parecchio quando in ballo c'è il primato tecnologico, cioè il plusvalore nella sua forma meno contendibile dalla concorrenza: quella relativa. Inoltre si coglie, fra le righe e in una certa misura, la sensazione per gli USA di essere sotto attacco, sensazione che viene da decenni periodicamente alimentata. Questo è quanto, così vanno ad incontrarsi Trump e Xi nel fine settimana prossimo al G20 di Buenos Aires.---

Ulteriore aggiornamento del 9 Dic: la cena tra Trump e Xi-Jinping di sab 1, alla cui fine è stata annunciata la tregua di 90  giorni per trovare un accordo sui dazi, era un coup de theatre visto che poche ore prima era stata arrestata in Canada la vice presidente, e figlia del fondatore, di Huawei tecnologies, arresto effettuato su spinta americana, il pretesto è l' aver scavalcato l' embargo di tecnologie americane verso l' Iran attraverso una triangolazione con al centro Huawei appunto. Mala tempora currunt !

L'ultima Guerra dell'Oppio è finita 176 anni fa, ma Pechino ricorda bene la battaglia, in particolare l'inclinazione dell'occidente per la diplomazia delle cannoniere. I ricordi della coercizione e dei blocchi occidentali hanno già spinto la Cina a rafforzare la marina del paese e ad adottare misure aggressive nel Mar Cinese Meridionale per soddisfare due dei suoi imperativi strategici prioritari: prevenire qualsiasi invasione sulla costa orientale e assicurare le rotte commerciali marittime.


domenica 1 luglio 2018

Il petrolio nella guerra dei dazi


Ennesima puntata della trade war USA-Cina, questa volta vista sotto l' aspetto degli scambi di prodotti energetici,  altro argomento prediletto per leggere il capitalismo del nostro tempo. Quel che traspare dai rabbiosi rilanci attraverso tweet di Trump di queste ultime settimane e dalle puntuali risposte dei vertici cinesi è che i secondi hanno celesti e ampie strategie quando il primo ha invece tattiche così ondivaghe da risultare destabilizzanti anche per la propria parte, vedi le puntuali smentite di Mnuchin e Ross agli sproloqui del loro presidente.

In realtà Trump si rende bene conto che il potere reale è oramai per buona parte al di fuori delle varie istituzioni internazionali di arbitraggio a prevalente carattere multipolare (G7, WTO) che gli USA gestiscono da sempre da egemoni e non vede l'ora di restituire agli States il ruolo di protagonisti clamorosi e assoluti della scena mondiale laddove il vero potere si misura: nella forza di imporre ad altri condizioni meno vantaggiose di quelle in essere.

Ma la complessità che l' interdipendenza commerciale pone è sottile da cogliere, basta poco perchè una tattica isolata ottenga risultati avversi.---


C'è un prima e un dopo nel mercato petrolifero, e quindi nelle relazioni che lo costituiscono, a seconda che lo si guardi prima o dopo l'accelerazione della guerra di dazi voluta da Donald Trump nei confronti della Cina. Uno degli ultimi colpi di scena, il più rilevante ai nostri fini, è la decisione cinese di minacciare ritorsioni sulle importazioni di beni energetici dagli Stati Uniti: se applicata, potrebbe cambiare profondamente gli equilibri che si stavano costruendo nei mercati, a cominciare da quello del petrolio.


domenica 6 maggio 2018

Equilibrio di potenza

Lungo articolo "contrarian" di un ottimo analista di geopolitica in cui emerge la razionalità che sorregge  la tattica trumpiana, entrata infine in dialogo con la strategia più di lungo corso degli apparati di potere che si annidano nello Stato profondo, nei recessi della burocrazia americana, notoriamente impermeabili alla volatilità politica.
 Il mantenimento del equilibrio di potenza oggi si sostanzia nel contrapporre fra loro  elementi regionali in modo atto a mantenere la supremazia ad un piano più alto. Ma la attuale declinazione di questa strategia richiede anche un gigantesco e pericoloso presupposto interno: i twin deficits, federale e commerciale, sono una crepa nelle fondamenta dell' edificio statale e  al contempo il segno indiscusso e lo strumento più efficace della potenza statunitense nella sua proiezione globale.
 Fu, in particolare il disavanzo commerciale, il grosso chip gettato sul tavolo planetario che nei decenni ha condensato attorno a sè la galassia del mercato mondiale, imperniato sulla merce-dollaro. Per contro questa politica di crescita della potenza americana, che sconfisse l' Urss principalmente su questo piano e su quello tecnologico, trova nel lungo termine il suo limite strutturale proprio nell’emersione di nuove potenze.
 Avere un certa quota di controllo sul sistema internazionale dei pagamenti, cioè delle banche depositarie dei titoli statali, può essere molto lucroso e ben più efficace di un intervento armato, al contempo però si è esporti al rischio di flussi globali di capitali che ritengono profittevole posizionarsi contro o la creazione di valute di riserva alternative. Comunque sia, l' operazione richiede molta abilità, tempo e un contesto storico favorevole. Ne sanno qualcosa gli inventori dell' euro e del renimbi.


1. Al cospetto di un mondo in sostanziale movimento, gli americani sono diventati conservatori. Alle prese con gli effetti collaterali della monopotenza, non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica. Dopo aver sperimentato le conseguenze negative del proprio avventurismo, le sofferenze causate da una azzardata voglia di rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia. Soddisfatti del momento che vive il pianeta, dell’assenza di minacce concrete alla loro supremazia, sono finalmente consapevoli di non poter incidere su ogni dinamica umana. Stretti tra l’impulsiva voglia di ritirarsi dagli affari internazionali e i monumentali sforzi richiesti dalla condizione egemonica, scelgono la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono. 


sabato 17 marzo 2018

Foreign affairs



Se levi questi tre trovi l' Europa


Il caso Skripal sta ricompattando gli schieramenti della guerra fredda? Ma neanche per idea, semmai sta riproducendo su basi sempre più evanescenti una Nato vissuta già da un pezzo controvoglia da entrambe le sponde dell' Atlantico. Trump, ma da tempo si mandano simili segnali, vorrebbe che soprattutto i tedeschi ci mettessero i soldi (il loro contributo è 1/4 di quello americano) mentre i tedeschi vorrebbero troppe cose tutte assieme: continuare autonomamente la politica del soft power commerciale, affrancarsi dalla Nato e avere un esercito europeo a basso costo, magari annacquando la "naturale" candidatura francese alla sua leadership. Angelona, appena ricevuta ufficialmente la cancelleria, è volata a Parigi. Il patto renano fra due indecisi e temporeggiatori come Merkel e Macron sta producendo più immobilismo che reattività in uno scenario geoeconomico sempre più turbolento. Il progetto del polo imperialista europeo ha nella sua forma politica la sua strutturale debolezza.


La politica di solito quando fa salti indietro è perché deve nascondere qualcosa di indicibile che ha davanti. Il salto indietro è la surreale Guerra Fredda tra Occidente e Russia. Con un colpo di teatro da macchina del tempo, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, una riluttante Francia (e una spiazzatissima Italia) si sono allineati in una dichiarazione di condanna della Russia che ha un solo problema: non ci sono prove che ci sia la manina di Mosca nell'avvelenamento al gas nervino di un'ex spia russa nel suolo dell'isola di Inghilterra. Vladimir Putin e Serghei Lavrov sono decisamente più navigati di Trump, May, Macron e soci e infatti il caso finora ha  prodotto il brillante risultato di rafforzare ancor di più Putin alla vigilia del voto di domenica. La Russia aveva mille occasioni per far secco il doppio giochista Sergei Skripal, farlo sparire e buonanotte a tutti,  perché mai scegliere il modo più stupido e rumoroso? Usare il gas nervino, rischiando di fallire (come è avvenuto) e in un luogo pubblico. Solo un idiota può usare un metodo simile e sperare di non destare l'attenzione delle polizie di mezzo mondo. L'ex Kgb è popolato da sagome che non sanno fare il loro lavoro sporco? Comunque, i fatti sono che Londra e a Washington sono convinti che il mandante di questo macabro e sgangherato killeraggio abiti al Cremlino e dunque i giornali hanno inzuppato il biscotto nella nuova Guerra Fredda, figuriamoci. E l'indicibile in questa storia dove sarebbe? A Est.


venerdì 26 gennaio 2018

Le figure del USD

Dumping doganale di Trump su pannelli solari cinesi e lavatrici coreane [al netto degli stabilimenti già presenti o in costruzione negli USA da parte di LG e Samsung], il dollaro lasciato a deprezzarsi un pò troppo rapidamente per essere la valuta di riferimento di tutti i commerci mondiali (6 figure in un mese, da 1,185 a 1,245 per eur/usd, lo stesso rispetto al paniere delle altre principali monete).

A scatenare i movimenti sul mercato delle divise, il più liquido e fastoso che ci sia, sono state le dichiarazioni rilasciate due giorni fa dal segretario al Tesoro Usa Steven Mnuchin e dal segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross. “Ovviamente un dollaro più debole è positivo per noi, in termini di commercio e di opportunità”, ha detto Mnuchin parlando ai giornalisti, a Davos, aggiungendo poi che il trend di breve termine della valuta “non ci preoccupa per niente”. Ross ha rincarato la dose e sempre da Davos ha minimizzato lo stesso pericolo delle guerre commerciali. “Le guerre commerciali vengono combattute ogni giorno. E una guerra commerciale c’è già da un po’. La differenza è che gli USA sono passati al contrattacco”.

Non posso fare a meno di apprezzare la franchezza americana, dove il capitalismo è guerra senza regole fra capitali con interessi contrapposti, senza le tante storie che si raccontano -gli europei in particolare.

Non c'è che dire, la guerra valutaria e commerciale tra blocchi imperialisti è ripresa alla grande, stracciando la continuazione del tacito accordo preso al G-20 di Shangai nel febbraio di due anni fa, quello che fu descritto come Grand Bargain, a cui si deve in parte la corale ripresa di tutti gli indici finanziari planetari.  Accordo peraltro rinnovato non più di due mesi fa a Washington alla riunione del FMI. La smorfia quasi scocciata di Draghi ieri alla conferenza stampa, dopo una specifica domanda sulle dichiarazioni di Ross e Mnuchin, era  quanto di più espressivo ho mai visto sulla sua faccia da rettile.---

mercoledì 27 dicembre 2017

Q.B.


Non ne posso più
di dover essere
quel che sono 


Non basta più la maschera antigas, semmai è bastata qualche volta, a filtrare  questa aria pestilenziale, a bloccare la nausea che mi sale. Le incazzature non me le prescrivo più, diversamente dalla spigolosità che coltivo. In fondo anche quello non era nè privato nè politico.

Ho letto in rete la tesi di laurea di un giovanotto,  Marco Riformetti, argomento: "Lenin e la filosofia politica di Stato e Rivoluzione". Mi complimento con l' autore per l' audacia del tema, per lo svolgimento e in particolare per qualche annotazione originale, segno che c'è ancora qualcosa da capire che solo occhi giovani possono scrutare. I chiarimenti dottrinali sembrano non interessare più a nessuno, anche a quelli che su Lenin magari imperniano la loro critica sociale, per lo più su letture che a me sanno di comodo. La dottrina muta, mantenendosi così fresca e non di meno vera, con il mutare del lettore e dell' epoca, perchè sono tutt'uno. L' anno che verrà sarà quel che sarà, improbabile sia felice.---

A proposito di tossicità, un articoletto sulla tossicità di cui soffre il sistema bancario europeo, anche Bankitalia fa i migliori auguri ai suoi sodali-concorrenti. 


domenica 10 dicembre 2017

Boom or bust -il punto sulla crisi capitalistica




Se ci trovassimo di fronte a un imperialismo integrale il quale avesse trasformato
da cima a fondo il capitalismo, il nostro compito sarebbe centomila
volte più facile.
 Avremmo un sistema nel quale tutto sarebbe sottomesso
al solo capitale finanziario.
 Non ci resterebbe allora che sopprimere la
cima e rimettere il resto nelle mani  del
proletariato. Sarebbe cosa infinitamente piacevole, ma che non esiste nella realtà.
 


Articolo tratto dal blog dell' economista "marxista" Michael Roberts in cui si fa abbastanza obbiettivamente il punto sulla crisi che il capitalismo globale sta attraversando, i cui termini sono nella estensione planetaria e nella penetrazione sistemica -tramite il debito- in tutti gli istituti della stessa società borghese, dall' apparato statale alla famiglia. A mio maggior dispetto, i principali indici di Wall Street navigano in territori sconosciuti, nel senso che non hanno mai toccato queste vette e stanno facendo impazzire gli analisti tecnici. Controsenso? Oppure, con un rigurgito di "tutto torna", si pensa che queste performance troveranno la loro nemesi nel prossimo clamoroso tonfo?

Molti stanno mettendo le mani avanti, pure Alan Greenspan, presidente FED durante lo scoppio della bolla dei sub-prime nel 2007, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla, non relativa ai prezzi delle azioni, ma a quelli delle obbligazioni delle imprese». Secondo Greenspan, i tassi d’interesse di lungo periodo sono stati troppo bassi e per troppo tempo, per cui è ragionevole aspettarsi che quando cominceranno a salire lo faranno in tempi rapidi. E questo potrebbe fare esplodere la bolla. Un crollo dei prezzi delle obbligazioni “corporate” inevitabilmente porterebbe con sé anche quello dei titoli azionari.“Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflazione mai vista dal 1970” ha detto.

Anche OCSE e FMI non scherzano, come leggerete, e molti altri stanno attendendo la conferna alle proprie apocalittiche previsioni. Seguo da abbastanza tempo le vicende del Capitale per sapere che potrebbe andare anche avanti per un pezzo così, sul filo del rasoio. Il vantaggio di sapere che il Capitale è in se stesso crisi non deve offuscare lo sguardo sulle sue cazzo di capacità di differire le proprie contraddizioni rilanciandole su un piano più alto o di scatenarle pesantemente per rigenerarsi.---


La scorsa settimana, l'OCSE ha pubblicato il suo ultimo World Economic Outlook. Gli economisti dell'OCSE affermano che "L'economia globale sta crescendo al suo ritmo più veloce dal 2010, con la ripresa che sta diventando sempre più sincronizzata tra i vari paesi. Questo tanto atteso passo avanti verso la crescita globale, sostenuto da stimoli politici, è accompagnato da solidi guadagni occupazionali, da una moderata ripresa degli investimenti e da una ripresa della crescita commerciale ". Mentre la crescita economica mondiale sta accelerando un pò', l'OCSE calcola che "su base pro-capite, la crescita non sarà all'altezza dei livelli pre-crisi nella maggior parte delle economie dell'OCSE e non-OCSE." Quindi l'economia mondiale non è ancora uscita della lunga depressione iniziata nel 2009.
 

domenica 5 novembre 2017

Ex uno plures ?


Analizzando per sommi capi la faccenda catalana, il problema non è principalmente politico ma eminentemente economico. La massa attrattiva del capitale tedesco impone standard che possono venire raggiunti o meno da una adeguato management politico, mirando ad una miglior integrazione con il suo status tecnologico, industriale, commerciale, sociale. La Catalogna, nonostante alcune parti di territorio ancora relativamente difficili da mettere a valore in maniera soddisfacente, gravita attorno alla grande area metropolitana di Barcellona, con estensione fino al porto di Valencia, e per essa vale il discorso già in atto nei fatti della Kernel Europe. Forse però l'area tedesca non ha tutta questa convenienza a far sviluppare poli industriali in potenziale diretta concorrenza con i loro, in grado di recuperare il gap mediamente inteso.


venerdì 23 dicembre 2016

L' affaire Aleppo




Due articoli per dipanare il groviglio di interessi e di cerchie di potere sovrapposte (di livelli locale, regionale e globale) che ha trovato in Aleppo il punto di messa a terra attraverso cui scaricare la tensione e misurare le strategie vincenti e quelle errate, le alleanze vecchie, quelle nuove, prima fatte, poi disfatte, poi negate. Il risultato di morte e distruzione non finirà qui. 
Siamo tutti ostaggi, dall' antichissima Aleppo alla capitale d' Europa Berlino e perfino a Mosca, di una cieca necessità di potenza che dà luogo solo a se stessa con sempre maggior furia. Farla finita con l' accumulazione, fuoriuscire dalla sua struttura generale di gestione: lo stato. ---


Il dramma di Aleppo è che i guerriglieri di Al Nusra tengono in ostaggio i civili e non intendono arrendersi alle condizioni del regime di Damasco. A loro volta le truppe di Assad non esitano a bombardare a tutto spiano anche i civili. Gli iraniani non vogliono mollare i jihadisti di Aleppo se non in cambio della fine dell'assedio degli sciiti di Fuaa e Kefraya nell'area di Idlib. La Russia e la Turchia (che con l'Iran si troveranno a Mosca il 27 dicembre) fanno finta di negoziare per salvarsi reciprocamente la faccia: Putin non vuole passare come il macellaio di Aleppo ed Erdogan deve farsi perdonare di avere mollato i jihadisti che ha sostenuto fino a ieri contro Assad prendendo i soldi delle monarchie del Golfo. Gli Stati Uniti ad Aleppo si erano impegnati a separare la sorte della guerriglia dei jihadisti di Al Nusra dalle altre formazioni ma avendo sostenuto anche i qaidisti in funzione anti-Assad hanno molto da nascondere e poco da dire di fronte alla sconfitta. Quasi ne uccide più l'ipocrisia che le bombe. (A.Negri-Sole24ore-15 dic)


domenica 18 dicembre 2016

La visione del mondo di Palantir







Gli equilibri di potenza nella Silicon Valley parrebbe si stiano muovendo, a seconda che sia stata vinta o persa la scommessa sul nuovo presidente. Assurge alle cronache la maschera di Peter Thiel (nella foto subito alla sinistra di Trump, Tim Cook più distante), co-fondatore Pay-Pal, investitore in Facebook e fondatore di Palantir Technologies, uno dei grandi finanziatori della campagna elettorale di Trump che sembra ben disposto ad ascoltarlo per quanto riguarda il rinnovamento dell' apparato tecnologico militare. Un tipo di deal abbastanza consolidato tra politica e economia. Le vie del businnes sono infinite, tranne che si scontrano con le proprie premesse: "le promesse occupazionali del presidente eletto non possono essere mantenute dai giganti della tecnologia: il loro modello di affari non si basa su una simile creazione di posti di lavoro diretti."---


All’inizio di aprile 2014, John Podesta, futuro presidente della campagna di Hillary Clinton, scrive a Robby Mook, futuro campaign manager. In copia Cheryl Mills e David Plouffe, già nella squadra di Hillary e Obama. L’argomento della mail – una delle migliaia rese disponibili da WikiLeaks – è l’incontro con Eric Schmidt, direttore esecutivo di Google (oggi Alphabet). Secondo Podesta, Schmidt è entusiasta («è pronto a trovare fondi, dare consigli, trovare persone di talento»), vuole essere riconosciuto come «capo consigliere esterno», ma rispetta la struttura della campagna che va formandosi. 

domenica 20 novembre 2016

L' ineguale sviluppo politico -italiano








 L' ineguaglianza dello sviluppo economico e
politico è una legge assoluta del capitalismo


Pinocchietto Renzi avrebbe dovuto leggere fino in fondo Lenin: avrebbe avuto qualche dubbio in più sul appoggio dei ceti medi italiani alle sue riforme---.

Marx, nel terzo volume del “Capitale”, individua nella forma democratica la "forma specifica" dello Stato capitalista e vede nelle altre forme di Stato capitalistico "variazioni" e "gradazioni" della "forma specifica». La "forma specifica" dello Stato capitalistico é la forma democratica della dittatura borghese alla massima purezza. E' l' involucro "puro", cioé l’involucro di una società composta solo da imprenditori e salariati tendente alla massima concentrazione dei mezzi di produzione. Le "variazioni" e le "gradazioni" della "forma specifica" dello Stato borghese sono l'espressione delle variazioni e delle gradazioni dello sviluppo economico capitalistico "puro". Lo sviluppo economico del capitalismo é variato e graduato, quindi ineguale. Ne deriva che anche lo sviluppo degli Stati, che avvolgono tutte le parti del mercato mondiale, é variato e graduato, cioé ineguale.[...]

giovedì 17 novembre 2016

Il ritardo -italiano


Sembra che non sia cambiato molto in questo misero paese che si accapiglia sul niente e si pregia di lasciare insolute le questioni cruciali Mi riferisco al pluridecennale gap tra lo sviluppo socio economico e la infrastruttura politica, l' eterno ineguale sviluppo. E, allargando lo sguardo, il tutto  in un fortissimo ritardo rispetto ai più diretti, vecchi e nuovi concorrenti nella competizione imperialistica globale. La riforma costituzionale e la legge elettorale sembrano essere  pensati più per mimetizzare, agli occhi degli osservatori internazionali, la strutturale incapacità del personale politico a riformare. Neppure il bipartitismo - nel testo emerge bene la sua necessaria funzione, peraltro oggi parecchio in crisi- qui ha attecchito e i due italici poli -anzichè riformare velocemente per adattare il corpo sociale alle accelerazioni economiche- hanno prodotto inciuci di tutti i generi e quindi immobilismo.   La stessa nozione di capitalismo di stato come qui declinata, dopo che siamo passati attraverso la privatizzazione del IRI e dei principali gruppi industriali e finanziari a capitale "pubblico", in Italia non è mai del tutto tramontata. E che dire poi del parassitismo sociale ?---


La crisi politica esasperata è la più clamorosa manifestazione delle contraddizioni in cui si dibatte la società borghese in Italia. La crisi politica accelera la tendenza al bipartitismo, tendenza che é funzionale al sistema, ma aggrava tutti i problemi economici del capitalismo e le condizioni di vita del proletariato, dalla perdita del potere di acquisto alla disoccupazione. L’ indebolimento dell’ imperialismo italiano in rapporto alle potenze che stanno crescendo rafforzate dalla crisi mondiale di ristrutturazione si accentua sempre più ed ha come effetto,  rapido e precipitato, un ulteriore condizionamento internazionale ed un ulteriore processo di imputridimento sociale e politico.

La crisi politica raggiunge ormai toni parossistici che non fanno altro che aggravare l' indebolimento della metropoli italiana. Il capitalismo italiano ha dimostrato negli ultimi due anni l' incapacità a portare avanti una vera ristrutturazione e questa incapacità, questo ritardo nei confronti dei suoi concorrenti, questo problema rimandato di mese in mese si e accumulato e addensato proprio quando il sistema mondiale esprime confronti e conflitti interimperialistici al piu alto livello.


domenica 30 ottobre 2016

Tutti contro il libero scambio



Le cose stanno andando avanti più per inerzia che per strategia, con tutta evidenza in campo economico e la politica non può essere da meno. Questo articolo edito su Aspenia ci spiega meglio le contraddittorie e obbligate linee di tendenza -colte nel vertice politico mondiale- imposte dalla stagnazione economica, il punto morto in cui il mondo borghese si sta impaludando.---
 
Le resistenze che il TTIP ha incontrato negli ultimi mesi in Unione Europea manifestano un nuovo malessere nei confronti del libero scambio, assurto a principale argomento controverso nei dibattiti politici. Un sentimento che non appare limitato al vecchio continente, ma che si ripete in forme più o meno uguali anche negli Stati Uniti. Testimoniando una lotta trasversale tra i vincitori e i perdenti della globalizzazione.

Se in Europa l’oggetto del contendere è il TTIP (il progetto di Transatlantic Trade and Investment Partnership, ancora in fase di negoziato), negli USA questo ruolo è assegnato al suo ‘fratello maggiore’, il TPP (Trans-Pacific Partnership), siglato dagli Stati Uniti lo scorso febbraio (dopo sette anni di negoziati) con altri 12 paesi dell’area del Pacifico, compresi Canada e Giappone. Il trattato, che una volta entrato in vigore avvicinerebbe paesi che compongono il 40% del pil mondiale in una macro-regione fondamentale per il futuro del pianeta, è visto dall’amministrazione Obama con particolare favore: agli occhi della Casa Bianca, il TPP doveva essere uno dei principali lasciti dei due mandati presidenziali, in quanto strumento principe per portare a termine il tanto decantato pivot to Asia – una versione meno muscolosa del contenimento della Cina. Si tratta di affidare un ruolo strategico di primo piano al libero scambio, visto come strumento alternativo alla forza militare per puntellare l’ordine mondiale a guida statunitense anche nel nuovo secolo. 


lunedì 12 settembre 2016

Dalla Cina a Marte


Dal sito dell' economista "marxista" Michael Roberts, per fortuna trovato già tradotto, il resoconto delle conflittualità sottotraccia che traspaiono e che tengono in scacco la classe politica mondiale, a livelli che sfiorano, come qui illustrato, il cinema di Bunuel---


La riunione di fine settimana (4-5 settembre) dei capi di Stato delle prime 20 economie del mondo (G20)  che si è svolta nel resort cinese di Hangzou, ha concluso che l'economia globale si trova ancora nei guai. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) aveva calcolato che il 2016 sarà il quinto anno consecutivo in cui la crescita globale sarà il 3,7% al di sotto della media registrata nel periodo fra il 1990 ed il 2007. E poco prima del vertice del G20, l'IFM ha presentato una relazione che prevede una crescita ancora più lenta di quella prevista:

«I dati ad alta frequenza indicano una crescita meno accentuata per quest'anno, soprattutto nelle economie avanzate del G-20, mentre l'andamento dei mercati emergenti è più vario». 

domenica 14 agosto 2016

Le olimpiadi del Capitale


Un qualche dato sulla attuale divisione internazionale del lavoro tratto dal sito di Michel Husson, economista che fa parte del gruppo francese Attac - la cui linea altermondista non condivido per nulla. Leggendo i dati -che si fermano al 2012 cioè includono solo la prima onda della crisi- mi viene da dire che non si è mai lavorato così tanto nella storia umana; va riconosciuto al Capitale la spinta a mettere in relazione universale l' umanità con se stessa, a patto ovviamente che questa relazione sia una conferma del processo che tutto a sè sussume: la produzione di plus-valore.

Inoltre chi ha vissuto da adulto questi anni  può valutare come a quest' ultima espansione quantitativa del capitalismo– l’espansione mondiale della produzione e del mercato – si è accompagnata quella qualitativa: l’espansione mondiale del rapporto sociale capitale-lavoro, la messa a valore dell’intero spazio sociale.  Uno sviluppo che si ripercuote  anche nella tenuta degli apparati statali, quelli che si legittimavano come "pubblici" e che oggi si scopre hanno il solo scopo di preparare il corpo sociale a immolarsi  sul altare dell' accumulazione, oltre che di reprimerne eventuali caldane.


sabato 30 luglio 2016

Imperialismo uno e trino


Lungo articolo del economista Guglielmo Carchedi in cui si riassumono le tesi (puntuali riletture interpretate dei testi marxiani) che  va diffondendo in libri e convegni a partire dalla grossa crisi del 2007 (2008 per chi se ne è accorto tardi). Unico appunto che posso muovergli è che a mio avviso il leniniano "stadio supremo del capitalismo" va inteso in senso teoretico e non di configurazione geopolitica, quindi proprio nel senso di "imperialismo come totalità compiuta del capitalismo", posto e accettato che la sua radice sociale e antagonistica presuppone tutto il mondo come luogo della competizione, del conflitto tra capitali contrapposti per interesse. Se penso alle stronzate sul avvento del  finanz-capitalismo (post 1989, ci mancherebbe) e sulla perduta sovranità democratica nazionale che vanno propinando i vari Fusaro e Freccero o, agli antipodi, sulla scomparsa delle aggregazioni nazionali dei Toni Negri,  mi scappa da ridere e mi dico quanta strada c'è ancora da fare -e quanto coraggio ci vorrà per andare.---


I. Con la disfatta storica del movimento operaio, la parola ‘imperialismo’ è scomparsa dal vocabolario della sinistra ed è stata rimpiazzata da ‘globalizzazione’. Tuttavia, se la parola è scomparsa, la realtà persiste.

giovedì 30 giugno 2016

Dove aleggia lo spirito di Margaret Thatcher

Propongo qui un articolo di Oscar Giannino circa il referendum sulla brexit pubblicato un paio di giorni prima il 23 giugno, in cui è sottolineato il realismo con cui, soprattutto, ma anche prima, a partire dall' era Thatcher, il Regno Unito ha affrontato il tema dell' unificazione europea rispetto alla narrazione dell' europeo regno della pace perpetua, scampato il pericolo di una guerra nucleare che ci avrebbe visto esattamente nel mezzo. 

Com'è noto Giannino è uno strenuo difensore del libero mercato e, se parla di Italia o di EU (Stato e Super-stato), lo fa sempre nei termini di ingerenza della burocrazia politica sull'economia la quale così non riesce ad esprimere pienamente il suo potenziale in termini di crescita.
 
Concordo fino ad un certo punto: in questa settimana si è molto discusso di stato e sovrastato (identificato con la finanza internazionale e con l'UE sua portavoce). Io rifiuto il derby stato-mercato e considero che lo sviluppo storico capitalistico è sempre un rimando reciproco di dirigismo organizzativo statale e di capitali privati che, lungi dal contrapporsi allo stato, cercano di lavorarselo affinchè siano nelle migliori condizione di battere i concorrenti interni ed esterni. Poi esiste anche una labile autonomia del politico dall' economico -l' esito referendario ne è un esempio parziale- ma, per lo più, chi la invoca oggi è come un bambino spaventato dal buio: riempire questa capitalistica  notte con la propria voce può dare un pò di conforto ma non la renderà meno buia.---    


Quando nel 1975 i cittadini del Regno Unito furono chiamati a referendum sul restare o meno in quella che allora era la CEE, votarono in quasi 26 milioni sui 40 milioni aventi diritto, e il sì vinse con il 67%. Il referendum era stato convocato da un governo laburista, il che dà torto a chi oggi dice che far decidere ai cittadini sia una mania dei conservatori antieuropeisti o dei populisti “di pancia”.

Mario Monti ha dichiarato alla Stampa che il referendum britannico del 23 giugno è un disastro, non solo perché voluto dal premier conservatore Cameron per rafforzare la sua leadership interna, ma soprattutto perché manda all’aria decenni di paziente tessitura europea da parte di statisti e governi. Sergio Romano oggi sul Corriere ringrazia i costituenti per la loro saggezza, perché la Costituzione vieta agli italiani referendum su spesa pubblica, fisco e Trattati internazionali ergo anche sulla Ue.  E’ un punto di vista singolare. Non lo condivido. L’integrazione europea è lenta e ha moltissimi difetti sempre più evidenti in questi anni di crisi, basta pensare all’incapacità di una vera comune politica dell’immigrazione, oppure al “fai da te” con cui tra mille scontri in questi anni la BCE si è inoltrata nelle politiche monetarie non ortodosse per contenere la crisi. Ma proprio per questo o l’Europa è un grande principio capace di generare benefici e i politici sanno spiegarlo agli elettori, appellandosi ai loro portafogli e alle loro teste ma anche ai loro cuori e alla loro emotività; oppure se perdono nei referendum si deve al fatto che quei benefici o non sono abbastanza forti, o i politici non sanno spiegarli.  I populisti emotivi e i nazionalisti in politica ci sono sempre stati. La differenza è se i loro avversari riescono a batterli con argomenti convincenti, oppure no. Se gli argomenti convincenti mancano, la risposta non può essere “vietiamo i referendum”.


domenica 12 giugno 2016

La questione tedesca secondo Luttwak

"Il principio della segreta è rovesciato... la visibilità una trappola" 


Rispolvero un vecchio articolo sulla questione tedesca del 2011 di Hans Kundnani basato sulla teoria geo-economica di Edward Luttwak, un personaggetto coi controfiocchi che conoscete.

 Luttwak, esperto di strategia e politica estera, all’inizio degli anni Novanta, nel parziale tentativo di recuperare la centralità dello Stato e con specifico riferimento al triangolo d’oro (USA, Germania e Giappone, gli ultimi due avevano firmato qualche anno prima, obtorto collo, gli accordi dell' Hotel Plaza), applica le logiche del conflitto alle regole del commercio internazionale, usando proprio ‘geoeconomia’ come sostituto di ‘geopolitica’. 

Le strette interazioni fra rapporti commerciali  e rapporti di potenza non sfuggono certo a nessun scaltro lettore della economia politica mondiale, tranne a coloro che tendono ad interpretare la globalizzazione come guadagno reciproco progressivo e interdipendenza positiva (win-win). Luttwak, più solidamente, interpreta la finalità primaria delle politiche geoeconomiche, statuali e non, al raggiungimento o al mantenimento della supremazia tecnologica e commerciale, all' espansione e alla difesa dalla concorrenza delle proprie quote di mercato.---



Un diverso modo di intendere la peculiarità della potenza tedesca è possibile in base al concetto di «geoeconomia», formulato da Edward Luttwak. In un saggio pubblicato su The National Interest nel 1990 – quasi esattamente nello stesso momento in cui Maull classificava la Germania come potenza civile – Luttwak descriveva come, in alcune parti del mondo, il ruolo della potenza militare stesse diminuendo e le «tecniche commerciali» stessero sostituendo quelle «belliche», grazie alla disponibilità di capitali in luogo della potenza di fuoco, l’innovazione al posto del progresso tecnico-militare e la penetrazione nei mercati al posto delle guarnigioni e delle basi 24.