
lavoro sociale astratto
Il Venezuela vive una durissima quaresima: scarsità alimentare, inflazione nel 2015 al 140%, quota di farmaci al 20% del necessario, PIL in contrazione del 7%, debiti internazionali da pagare quest'anno pari a circa la metà delle riserve totali in valuta, nella capitale il più alto tasso di omicidi al mondo. Una crisi economica e politica in cui il chavismo, erede della tradizione populista-bolivariana che tanto piace in Sud-America, non ci esce proprio bene. Al tracollo delle entrate petrolifere si aggiungono la proliferazione di ampi strati di ceti parassitari e un paternalismo statale che immobilizza lo sviluppo interno della società civile, aspetti che possiamo bene associare, cambiando alcuni termini, al Medio-Oriente ma anche in parte a noi. Segue il primo capitolo di un interessante studio, reperibile in rete, sullo stato-rentier venezuelano scritto appena prima del momento in cui la bonanima di Chavez si apprestava a lasciare i terzomondisti di tutto il mondo in lacrime e orfani del loro leader.---
Dagli anni Venti del secolo scorso si ripete inconfutabilmente che «il Venezuela è, non sappiamo se fortunatamente o disgraziatamente, petrolio». In effetti, questo «è stato, è e, nel futuro prevedibile, continuerà ad essere il tema fondamentale della vita venezuelana». Non c’è alcun aspetto della politica, dell’economia e della società di questo Paese che non sia direttamente o indirettamente condizionato da un fatto così semplice e allo stesso tempo così cruciale. Inoltre, conviene precisare sin d’ora che, nel caso della Repubblica bolivariana, quando parliamo di petrolio non ci riferiamo semplicemente alla risorsa per eccellenza e imprescindibile del modello di sviluppo e di civiltà mondialmente dominante, ma parliamo del maggiore produttore petrolifero dell’emisfero occidentale e tra i primi a livello globale per riserve comprovate, estrazione e capacità esportatrice.