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domenica 25 agosto 2019

Jackson Hole meglio che Biarritz

"In the longer term,
we need to change the game"


Weekend di incontri internazionali sotto i minacciosi nuvoloni delle crescenti tensioni attorno ad un sempre più difficile accordo sui dazi. Lo scricchiolio del decennale ciclo espansivo americano potrà essere decisivo in merito, non a caso Trump si sta orientando, per le prossime presidenziali, sulla linea di marketing "usato sicuro", abbandonando quella da "unto del Signore".

Poi ci sono gli abitanti di Hong Kong -fra i manifestanti si vedono molte classi sociali e di età- che ci hanno preso gusto a rompere le uova nel paniere dell' impero di Mezzo. Forse il controllo è diventato così soffocante da richiedere a tanti atomi sociali di gettare il proprio corpo nella lotta?

domenica 11 agosto 2019

Summertime

Tempo d' estate, tempo di mare. Pare s' andrà votare, anzi forse no. Propendo per un governo del presidente che in fondo va bene a tutti, anche ai dirigenti leghisti, cioè praticamente l' incarnazione della maggioranza di chi va a votare. Nel paese dove vivo, poche migliaia di anime in quel centro italia che consuma esattamente quanto produce, di tradizioni comunista quanto democristiana, la lega alle europee ha preso il 42%. Alle politiche la media nazionale. Qui vanno a votare dicendo che un secolo fa i fascisti, quelli passati alla storia intendo, picchettarono i seggi per impedire il voto. Non ho neanche la forza di obbiettare che forse a distanza di un secolo almeno il sospetto che già allora andare alle urne non fosse stata una gran idea gli sarebbe potuto venire. Andarci oggi poi. Non fossi così spossato mi piglierebbe una risatina ilare.
 
La situazione economica internazionale invece mostra crepe sempre più ampie: la earning season americana ha visto in parte fallire e in parte confermare le previsioni sugli utili del trimestre scorso  ma quello che risalta di più è la generalizzata riduzione delle prospettive per i prossimi trimestri, un abbassamento della guidance che coinvolge tutti i rami produttivi inclusi i beni ciclici.

domenica 19 maggio 2019

Il capitalismo non è eterno

È per sottrarsi a questo fato minaccioso che uomini, che, or sono quarant'anni, non vedevano salute che nel libero scambio,
oggi invocano con fervore il protezionismo pur tentando mascherarlo coi nomi di «commercio leale» e di reciprocità di tariffe. 


Alla fine il trade deal USA-Cina non è andato in porto, e comunque non sarebbe stata che una tregua. Le avvisaglie sono state quei inaspettati cedimenti americani sulla vitale questione della proprietà intellettuale, annunciati a fine aprile. Una finta, in realtà si chiedeva che  la Cina ammettesse implicitamente il furto e l' hackeraggio di brevetti USA. I cinesi si sono incazzati e hanno fatto saltare il banco. A me sembra che sia una prova di forza dei cinesi che forse ipotizzano di ridiscutere la questione con un altro presidente americano.

La risposta dura su Huawei degli americani e poi in controrisposta la svalutazione dello yuan, unitamente ad una asta di obbligazioni 10 anni americane andata vuota, hanno definitivamente chiuso la trattativa. In seguito a questo anche l' apertura di un fronte europeo dei dazi da parte di Trump è rimandata, questa è una buona notizia per gli europeisti.

Si chiude con questo articolo tratto dall' ultimo numero on line di n+1, il sito è quinterna.lab. Trovo che la rivista, radicata nelle vicende della sinistra comunista italiana, sia  un ottimo punto di vista per guardare al nostro complicatissimo presente, gravido di difficoltà come di possibilità. Devo dire che a volte vi trovo un uso disinvolto del marxismo, ma fa niente. Preziosa la visione di insieme che si offre, in particolare di una politica che letteralmente non gliela fa più a starci dietro.



Nella migliore delle ipotesi l'inconsistente anticapitalismo odierno si basa su di una critica morale a una cattiva ripartizione del reddito. L'operaio sarebbe sfruttato perché pagato "poco". Subito dopo, nella corrente scala dei valori, viene la teoria del cosiddetto attacco padronale: il capitalismo sarebbe un sistema taroccato per avvantaggiare i capitalisti a spese dei lavoratori. C'è chi dice, addirittura, che siccome nella formula del saggio di profitto il capitale costante e quello variabile (impianti e salari) sono al denominatore di una frazione, i capitalisti tramerebbero a favore della guerra generale, in modo da riequilibrare il sistema distruggendo capitale e ammazzando operai.

domenica 3 febbraio 2019

De-globalizzazione monetaria ?

it's gas !

I rapporti fra divise prezzano i rapporti di forza fra le varie aree capitalistiche, dove però la trasmissione non è affatto 1:1.  Non è detto che la supremazia la si misuri meccanicamente con il metro di una moneta forte, ma con la possibilità di poterla posizionare dove conviene in quel momento.  L' U-turn del governatore Fed Jerome Powell sui prossimi step di rialzo dei tassi d' interesse è eloquente. A mio avviso anche questa lunga querelle politica sullo shutdown è concordata fra democratici e repubblicani per non far irrobustire troppo il biglietto verde, visto che gli USA sono gli unici al mondo a ritrovarsi un' economia che così ancora per un pò strapperà al rialzo mentre Cina ed in particolare l' Europa arrancano, il Giappone così così. Si sta cercando di porsi nel terreno migliore per riprendere quel pò di  controllo politico, nella misura del possibile, sui flussi finanziari globali, quelli stessi che determinano e sono espressi nelle loro operazioni dal dollar index, il rapporto di cambio del dollaro contro un paniere di monete.  La globalizzazione esprime tali asimmetrie che l' ente statuale, se riprendesse un minimo di controllo del proprio mercato interno, il  più ricco del mondo, ritroverebbe una rinnovata fonte di potere e legittimazione. Da qui un' altra prospettiva per leggere le esigenze  di aprire la  trade war contro Cina e EU.

A questo proposito negli ultimi mesi l' EU sembra perdere rapidamente punteggio sul piano economico e politico, le troppe faccenduole gestite con i piedi a partire dalla Grecia per giungere al labirinto della Brexit fanno pari con l'oramai sempre più evidente gap tecnologico  rispetto ai principali concorrenti, in primis nello sviluppo dell' intelligenza artificiale e dei big data. Mai come in queste settimane le borse europee aprono e chiudono strette tra gli umori prima di Tokyo e Shangai e dal pomeriggio in poi di New York. Il trattato di Aquisgrana, firmato in settimana da due leader fortemente indeboliti, getta ora le basi per un impegno franco-tedesco in campo militare, a quasi 30 anni da Maastricht. Gli analisti americani ancora ci ridono.

Tratto da Aspenia, l' articolo di Maurizio Sgroi ci parla dei complicatissimi equilibri, in egual misura geo-politici e geo-economici- in cui fluttuano le principali valute di scambio internazionale. Ancora una volta le relazioni in campo energetico sono un punto di vista privilegiato--- 


Nulla racconta meglio del tramonto di un impero quanto osservare le vicissitudini della sua moneta. Cento anni fa, quando ancora il mondo degli affari era denominato in sterline, la Grande Guerra segnò l’inizio del tramonto per il dominio di Londra nel mondo finanziario. Ma ci vollero alcuni decenni prima che la sterlina perdesse la sua supremazia. Solo nel secondo dopoguerra il dollaro si affermò definitivamente come principale valuta di riserva, nonché quale strumento del commercio internazionale e finanziario. La sterlina rimase dignitosamente a far presenza, come capiterà allo yen alcuni decenni dopo e più tardi ancora al giovane euro e al giovanissimo yuan, che solo di recente ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel Grande Gioco valutario.

giovedì 8 marzo 2018

Nelle tempeste d' acciaio


Una breve Reuters che illustra quello che sta accadendo alla Casa Bianca -dimissioni Cohn per i  dazi doganali- e che dà una qualche idea su come interpretare il protezionismo trumpiano. A me più che vento di guerra sembra una telenovela: "Trump says he still likes Gary Cohn, might come back to the White House" . Il difficile equilibrio fra promesse di protezionismo ed esigenze imperiali.


NEW YORK - "Proteggo i lavoratori americani, proteggo la sicurezza nazionale": così Donald Trump ha confermato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono l'acciaio e l'alluminio, il presidente firma oggi il decreto che infligge sulle importazioni dall'estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l'articolo di legge 232 che si riferisce appunto alla sicurezza nazionale. La giustificazione: quei due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti (aerei militari, navi da guerra, carriarmati e missili), l'America sarebbe vicina a perdere l'autosufficienza, Trump non vuole trovarsi in una situazione in cui la produzione di materiale bellico verrebbe a dipendere da importazioni straniere.

venerdì 26 gennaio 2018

Le figure del USD

Dumping doganale di Trump su pannelli solari cinesi e lavatrici coreane [al netto degli stabilimenti già presenti o in costruzione negli USA da parte di LG e Samsung], il dollaro lasciato a deprezzarsi un pò troppo rapidamente per essere la valuta di riferimento di tutti i commerci mondiali (6 figure in un mese, da 1,185 a 1,245 per eur/usd, lo stesso rispetto al paniere delle altre principali monete).

A scatenare i movimenti sul mercato delle divise, il più liquido e fastoso che ci sia, sono state le dichiarazioni rilasciate due giorni fa dal segretario al Tesoro Usa Steven Mnuchin e dal segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross. “Ovviamente un dollaro più debole è positivo per noi, in termini di commercio e di opportunità”, ha detto Mnuchin parlando ai giornalisti, a Davos, aggiungendo poi che il trend di breve termine della valuta “non ci preoccupa per niente”. Ross ha rincarato la dose e sempre da Davos ha minimizzato lo stesso pericolo delle guerre commerciali. “Le guerre commerciali vengono combattute ogni giorno. E una guerra commerciale c’è già da un po’. La differenza è che gli USA sono passati al contrattacco”.

Non posso fare a meno di apprezzare la franchezza americana, dove il capitalismo è guerra senza regole fra capitali con interessi contrapposti, senza le tante storie che si raccontano -gli europei in particolare.

Non c'è che dire, la guerra valutaria e commerciale tra blocchi imperialisti è ripresa alla grande, stracciando la continuazione del tacito accordo preso al G-20 di Shangai nel febbraio di due anni fa, quello che fu descritto come Grand Bargain, a cui si deve in parte la corale ripresa di tutti gli indici finanziari planetari.  Accordo peraltro rinnovato non più di due mesi fa a Washington alla riunione del FMI. La smorfia quasi scocciata di Draghi ieri alla conferenza stampa, dopo una specifica domanda sulle dichiarazioni di Ross e Mnuchin, era  quanto di più espressivo ho mai visto sulla sua faccia da rettile.---

lunedì 12 settembre 2016

Dalla Cina a Marte


Dal sito dell' economista "marxista" Michael Roberts, per fortuna trovato già tradotto, il resoconto delle conflittualità sottotraccia che traspaiono e che tengono in scacco la classe politica mondiale, a livelli che sfiorano, come qui illustrato, il cinema di Bunuel---


La riunione di fine settimana (4-5 settembre) dei capi di Stato delle prime 20 economie del mondo (G20)  che si è svolta nel resort cinese di Hangzou, ha concluso che l'economia globale si trova ancora nei guai. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) aveva calcolato che il 2016 sarà il quinto anno consecutivo in cui la crescita globale sarà il 3,7% al di sotto della media registrata nel periodo fra il 1990 ed il 2007. E poco prima del vertice del G20, l'IFM ha presentato una relazione che prevede una crescita ancora più lenta di quella prevista:

«I dati ad alta frequenza indicano una crescita meno accentuata per quest'anno, soprattutto nelle economie avanzate del G-20, mentre l'andamento dei mercati emergenti è più vario». 

sabato 30 luglio 2016

Imperialismo uno e trino


Lungo articolo del economista Guglielmo Carchedi in cui si riassumono le tesi (puntuali riletture interpretate dei testi marxiani) che  va diffondendo in libri e convegni a partire dalla grossa crisi del 2007 (2008 per chi se ne è accorto tardi). Unico appunto che posso muovergli è che a mio avviso il leniniano "stadio supremo del capitalismo" va inteso in senso teoretico e non di configurazione geopolitica, quindi proprio nel senso di "imperialismo come totalità compiuta del capitalismo", posto e accettato che la sua radice sociale e antagonistica presuppone tutto il mondo come luogo della competizione, del conflitto tra capitali contrapposti per interesse. Se penso alle stronzate sul avvento del  finanz-capitalismo (post 1989, ci mancherebbe) e sulla perduta sovranità democratica nazionale che vanno propinando i vari Fusaro e Freccero o, agli antipodi, sulla scomparsa delle aggregazioni nazionali dei Toni Negri,  mi scappa da ridere e mi dico quanta strada c'è ancora da fare -e quanto coraggio ci vorrà per andare.---


I. Con la disfatta storica del movimento operaio, la parola ‘imperialismo’ è scomparsa dal vocabolario della sinistra ed è stata rimpiazzata da ‘globalizzazione’. Tuttavia, se la parola è scomparsa, la realtà persiste.

mercoledì 23 marzo 2016

Aria di Grand Bargain allo scorso G-20 di Shanghai

Dopo il "big short" invernale le decisioni prese nelle ultime settimane dalle più importanti banche centrali del pianeta segnalano una piccola svolta nella guerra valutaria globale. La politica alla riscossa sull' economia ? Una rondine non fa primavera, storicamente non si esce dalla crisi se la distruzione di valore non sarà all' altezza: il redde rationem sul debito complessivo (finanziario, statale, industriale) è un' ombra onnipresente.---

Mi viene il sospetto che l’outcome del G-20 di Shanghai di 3 settimane fa, sia stato, alla fine, assai meno astratto e retorico di quanto osservabile  sulla base dei comunicati stampa. Ai tempi, molti osservatori avevano ritenuto che gli accenni ad una coordinazione delle politiche monetarie e fiscali (” We will consult closely on exchange markets” ; “we will not target our exchange rates for competitive purposes”) fossero troppo generici e indeterminati per costituire un cambio di stance.

 Eppure nelle  3 settimane successive abbiamo visto:

-L’ ECB virare distintamente verso il credit easing, sottolineando che la  leva dei tassi (e quindi la svalutazione) hanno in sostanza esaurito lo spazio in questa fase.
-La BOJ astenersi dal intervenire ulteriormente sul policy mix, nonostante lo yen scambiasse sui massimi da 15 mesi contro $
-La FED segnalare un ulteriore rallentamento del percorso di normalizzazione dei tassi, mostrando un’insolita attenzione per gli sviluppi finanziari globali e un’inedita rilassatezza nei confronti dell’inflazione.
-La PBOC, per contro, tagliare la  riserva obbligatoria subito dopo il  summit, incrementare le  iniezioni di liquidità, ma soprattutto gradualmente rafforzare lo yuan.

domenica 13 marzo 2016

L'euro si sottrae alla guerra monetaria?

tutti vogliono la stessa cosa...

All'interno della caduta, appunto, tendenziale del saggio di profitto le controtendenze non sono semplici escamotage ma segnano significativamente sia le fasi espansive sia quelle di maggior criticità che il processo d'accumulazione continuamente pone. L'esportazione di capitali "maturi" verso terre più vergini, verso altri luoghi -o altre funzioni- più friendly in cui riprodursi è un effetto controtendenziale e al contempo anche causa del necessario ampliamento della sfera d'influenza fino alla  formazione del mercato mondiale -in cui si apre alla crescita capitalistica di alcune aree e la stagnazione o la decadenza di altre, in virtù di uno sviluppo che deve essere diseguale, altro che rapporti win-win.

mercoledì 9 marzo 2016

La crisi italiana del 1964


Propongo qui un interessantissimo studio su un momento particolare del capitalismo italiano in cui notare l'insorgere progressivo di alcune problematiche che fino ad oggi la società borghese italiana ancora non ha affrontato: la lista Falciani testimonia come dati a 50 anni la necessità dell' allocazione di capitali -da tutta Europa, ben inteso- verso la sfera finanziaria delle fiduciarie e banche svizzere. La finanziarizzazione dell' economia "reale" risponde a logiche ben precise, prime fra tutte la inadeguata redditività media dell' investimento industriale congiunta all' imperativo della ristrutturazione del capitale tecnico. L' autore qui ha saputo cogliere uno dei momenti chiave di un processo che, chiudendo il boom del dopoguerra, ci conduce, attraverso molte peripezie, alla stagnazione attuale.

La crisi che si produsse in Italia nel 1964 e la reazione che il capitale nazionale organizzò per superarla, mostrano in concreto quanto contraddittoria sia la dialettica dell’accumulazione capitalistica. Qui di seguito ci limitiamo a ricordare i momenti essenziali di questo concreto processo. Dopo un ciclo espansivo durato circa un decennio, l’economia italiana, i cui indiscutibili successi si erano fondati sul binomio salari bassi-esportazioni, accusa già alla fine del ‘63 un rallentamento che alla fine dell’anno successivo assunse i chiari caratteri della crisi. Questa crisi ha avuto importanti risvolti sia sul terreno strettamente economico, con l’avvio di una significativa stagione di ristrutturazione tecnologica delle grandi imprese, con una più incisiva concentrazione del capitale e con lo sviluppo di un seppur ancora troppo ristretto sistema creditizio moderno; sia sul piano degli equilibri politici e sociali del paese, con la nascita del secondo centro-sinistra e l’apertura di una lunga stagione rivendicativa incentrata sulla richiesta di aumenti salariali. La caduta del saggio del profitto trova puntuale riscontro nelle cifre (in aumento progressivo) relative all’esportazione clandestina dei capitali, la quale tradiva la relativa arretratezza del capitalismo italiano di quei tempi, e alla speculazione edilizia. Qualche anno dopo Sylos Labini scriverà in un noto saggio che «speculazioni edilizie, esportazioni di capitali ... sono aree economicamente inquinate da un punto di vista capitalistico», fenomeni che egli, gramscianamente, spiegava con la “solita” arretratezza del capitalismo italiano (93), palesando con ciò tutto il moralismo e tutta l’ignoranza di cui è capace la “scienza” economica borghese odierna, soprattutto quella di “sinistra”.

venerdì 12 febbraio 2016

The big short

« Nulla può quindi essere più sbagliato e assurdo che presupporre, sulla base del valore di scambio,
 del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione complessiva”


La finanziarizzazione è strettamente collegata al macchinismo e alle esigenze dell'economia di scala: indebitarsi per ammodernare ed ampliare continuamente gli impianti - cambiando di rimando la forma dell' organizzazione e il comando sul capitale variabile, per acquisire o fondersi con la concorrenza, per ricoprirsi dai chiari di luna del mercato: il capitalista finanziario è servito!

L' enorme montagna dei capitali che partorisce un topolino di plusvalore (l' indicibile plusvalore che idrata le cellule del mostruoso organismo!) subisce una svalutazione sistematica che solo temporaneamente le diverse governance monetarie possono arginare, agendo sul valore internazionale della divisa e sul costo del debito.

martedì 26 gennaio 2016

Rimetti a noi i nostri debiti-il sistema bancario italiano in scena a Davos


Nuova puntata del romanzone che personalmente ho intitolato "Vedi l'Europa e poi muori". Non sono improvvisamente diventato un sovranista, più pragmaticamente penso che tra Repubblica Italiana ed Europa unita è un match Italia-Germania in cui, come va va, me lo piglio in quel posto a prescindere. Ma cosa sarà mai che la settimana scorsa ha scardazzato così a fondo le quotazioni delle banche italiane? I famosi NPLs ? Oppure le difficoltà  a far digerire a Bruxelles la nostrana bad bank? Nooo! Risibili le spiegazioni di Draghi sui questionari inviati alle 6 italiche banche "mal interpretati" dai mercati, vagamente complottista l'insinuazione di Padoan: " i nomi delle banche italiane a controllo sono stati diffusi immediatamente". La commedia planetaria più è ad alti livelli più mi fa ridere, per non piangere ovviamente, ma è sempre e comunque rivelatrice della guerra tra sovranità nazionali, alla faccia di chi le vede sul viale del tramonto. Di seguito una spiegazione, presa dall'Huffington Post di qualche giorno fa di Paola Pilati, di cosa si è mosso nel dietro le quinte di Davos per quel che riguarda la guerra in Europa. Anche interessante, dal punto di vista politico, le 6 pagine del paper della Luiss a cui si fa riferimento: c'è il link.---


Matteo Renzi farebbe bene ad accelerare il suo appuntamento con Angela Merkel, previsto il 29 gennaio. Perché la vera ragione della tempesta perfetta che ha messo in ginocchio le banche italiane non sta nell'isteria collettiva, nella speculazione, nel crollo del petrolio, nel rallentamento della Cina. Ma sta in Germania, e a un indirizzo preciso: la Bundesbank. Non diciamo che la banca centrale tedesca ne sia il mandante, per carità, ma è da Francoforte che partono tutte le perplessità sul sistema bancario italiano, e dove stanno maturando proposte che puntano a mettere un cappio ai paesi con debito pubblico troppo alto come il nostro, per evitare che i meccanismi di salvataggio europei possano salvare i peccatori a spese dei virtuosi.

sabato 9 gennaio 2016

PEG d' Arabia


I produttori di  materie prime sono in difficoltà ovunque, quella che sia la commodity che hanno da offrire ai mercati mondiali. Una meraviglia del Capitale che sta acuendo le tensioni geopolitiche un pò ovunque, a riprova che è il lavoro salariato la delizia e la maledizione del Capitale.Tutti gli attori sono presenti, tutti si vedono come protagonisti, al proletariato internazionale la parte del convitato di pietra, il ruolo di chi è sommamente presente eppure senza voce in capitolo, se non nei sogni di qualcuno o negli incubi di qualcun altro. 

Riproduco qui sotto un articolo che tratta del cambio riyal saudita/dollaro statunitense, fortemente sotto pressione e che rischia di frantumare il cambio fisso (PEG) contro dollaro garantito dalla banca centrale saudita. Considerando come stanno bruciando le riserve valutarie c'è qualcosa di poco chiaro nella loro strategia. Non si sa bene ad esempio a quanto ammontino le ricoperture con swap, derivati che si usano di solito per ammortizzare le perdite in caso di alta volatilità di un rapporto di cambio. Può darsi che alcuni principi della famiglia Saud stiano giocando in proprio e contro lo stato che governano, forse in un prolungamento della guerra di succesione al re Abdullah, morto un anno fa. Quello che è certo è che se re Salman vuole continuare la sua politica dispendiosa e poco prudente -tra cui: l'impegno bellico in Yemen e le altre tensioni con un Iran appena "riabilitato", la tattica all' interno del OPEC, la svolta nei rapporti con gli Stati Uniti- qualcosa è da rivedere.

«Faccio questo lavoro da oltre venti anni, ma una situazione simile, una guerra petrolifera di questo livello non l'avevo mai vista. E, francamente, non pensavo avrei mai potuto assistere a qualcosa di simile». Sono le parole che un trader di commodities con base a Londra mi ha detto ieri al telefono, parlando della lotta per la conquista di quote di mercato del greggio, con Usa, Russia e Arabia Saudita schierati l'uno contro l'altro per sopravvivere ai prezzi in area 35-40 dollari al barile. Ma, ancora una volta, sembra Ryad la parte in campo posizionata peggio, quasi un paradosso visto che la guerra è stata scatenata proprio da lei nel dicembre del 2014, quando decise in seno all'Opec di non tagliare la produzione, dando vita alla più grossa saturazione di mercato da decenni. 

venerdì 18 dicembre 2015

Buyback in U.S.A.

E' stato un rialzo dei tassi FED che sembrava un taglio, accompagnato da una conferenza stampa in cui la Yellen nei modi e nelle sostanza è stata dovish come richiesto dalla prima stretta monetaria dopo 9 anni, c'era ancora Greenspan. Il percorso dei prossimi rialzi è stato indicato, molte le assicurazioni che, se i dati lo non confortassero, potrà essere variato. Sono sempre sul filo del rasoio e lo sanno: i dati delle ultime trimestrali delle grandi corporate sono stati quasi sempre contrastanti: a una forte ristrutturazione spesso corrisponde un utile per azione in rialzo ma con ricavi in decrescita, altrove aumenta la massa dei ricavi ma si assottiglia il prezioso tasso di profitto. Ora un breve articolo per illustrare il buyback, uno degli artifici contabili più usati per migliorare i parametri di valutazione di una società per azioni presso gli analisti finanziari. Difendere le posizioni acquisite sembra difficile: se non corri cadi ! ----

Questa settimana si è verificato il previsto aumento dei tassi di interesse negli USA da parte della FED. L' ’inizio del ciclo restrittivo ha conseguenze rilevanti per l’' economia reale, per gli investitori in obbligazioni e anche in azioni. È importante sottolineare come, dalla scorsa primavera, il costo di indebitamento delle imprese negli Stati Uniti sia aumentato come conseguenza dell' ’innalzamento degli spread, ovvero dei differenziali di rendimento tra le emissioni societarie e i Titoli di Stato. 
 

domenica 6 dicembre 2015

Update sulla guerra valutaria: l' investitura dello yuan


La guerra delle valute è oggi il territorio dove si svolgono le principali competizioni inter imperialistiche fra le più grosse ed omogenee condensazioni di Capitale. Al contrario della "virtualità" erroneamente attribuita alla finanza e, per esteso, alle politiche monetarie, qui si  rimanda molto concretamente alla sottostante spartizione del plus-valore industriale prodotto su scala planetaria. Da tempo il Capitale ad alta composizione tecnologica sussume ed estrae valore internazionale da capitali più grezzi e rudimentali "semplicemente" scambiando una valuta più forte (più riconosciuta nel mercato mondiale, stabile, icona di una società pienamente integrata, capitalizzata) con merce  -o con debito, nei paesi dollarizzati, per esempio. ---


La Cina è cresciuta. Con l’inclusione dello yuan, da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi), nel paniere delle valute di riserva a livello globale, Beijing è finalmente diventata grande. Ma la scelta del Fmi arriva però in ritardo. Proprio alla vigilia di quello che sarà forse il periodo più duro per l’economia cinese, arriva il riconoscimento formale da parte della comunità internazionale. L’obiettivo di Pechino era ed è uno solo: gestire il ribilanciamento dei fattori produttivi a livello domestico.


domenica 8 novembre 2015

Politiche monetarie divergenti


Da un punto di vista economico, l’imperialismo è l’appropriazione sistematica di valore internazionale.

Secondo svariate analisi sulle prossime mosse della guerra valutaria in atto tra banche centrali (le cosiddette politiche monetarie diverging) parrebbe che oramai ci siamo: dopo il dato USA di ieri l'altro sulle buste paga non-agricole, molto superiore alle attese (e al netto della cronica imprecisione previsionale dell' agenzia che gestisce le rilevazioni statistiche), la Federal Reserve si preparerebbe alla stretta monetaria annunciata più volte. Solo in pochi sono rimasti a sostenere il prolungamento delle politiche accomodanti da parte della più potente banca centrale del mondo, comunque andrà è certo che ce lo piglieremo in quel posto. Semmai sarà più interessante stabilire quanto saranno conflittuali, più che divergenti, le scelte che faranno i vari board nei prossimi mesi. Americani, cinesi, europei e giapponesi sono tutti in fasi diverse del ciclo economico rispetto alla permanenza della crisi sistemica dei profitti e conseguentemente dovranno operare in maniera opposta. 

sabato 31 ottobre 2015

Ammazzafegato


E' vero, la disoccupazione al 11,8% -e nell' area euro è un punto meno- non sembra essere di per sè un problema ingestibile per l'ordine sociale vigente, si campa dei gruzzoli passati  accumulati dalle famiglie. Nel 2007 pensavo che i risparmi durassero meno e si avesse prima di oggi qualche vera fiammata, invece i piccoli capitali passati, con piccole rendite urbane e non, e le pensioni sembrano sopperire a salari e stipendi all osso, oppure nulli, o parziali e neri

 'A nuttata non è per ora passata, rimane per le borghesie il punto dirimente di operare altra distruzione di capitale perchè a tutt'oggi quella già incorsa sembra essere insufficiente a risolvere i problemi di redditività al capitale industriale, non solo nelle economie mature ma pure in quelle che aspirano a uscire dal momento industriale più pionieristico -che si intreccia ad un certo punto con una qualità capitalistica bassa, l' imperialismo dei capitali esteri a bassa composizione organica e, oppure, della semplice fornitura di materie prime, parecchio esposta a rischiosità dal punto di vista del valore.

domenica 18 ottobre 2015

Economic warfare


"L' Imperialismo fase suprema del capitalismo" è un testo che ha un secolo di vita e la lungimiranza di Lenin, data dal acume critico e dal metodo,  ne fa un testo-chiave per capire la nostra attualità -essendosi nel frattempo compiute le condizioni adatte per il poderoso dispiegamento del imperialismo unitario: rete del mercato mondiale, lingua e moneta del commercio internazionale omogenee, infrastrutture di collegamento, rimozione sostanziale dei retaggi tradizionali ecc- e, tanto più grave, rimane per lo più incompreso dagli anti-imperialisti o che si suppongono tali.
Fanno molto meglio, in generale, gli analisti di geopolitica che almeno non si nascondono dietro miserrime istanze come "ripristinare il dialogo civile tra nazioni", "un altro mondo è possibile" e non condannano moralmente una volta l' "Occidente" e l'altra il "Nord del mondo". 
Si introduce qui il concetto di economic warfare, una modulazione del famoso:"la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi -che a sua volta è la continuazione dell' economia con altri mezzi ancora: a parità di efficacia userai il modo meno costoso per perseguire la tua strategia di potenza". 

   ***

L’economic warfare è un concetto in continua evoluzione ed espansione di pari passo con l’avanzare della globalizzazione. Accanto ai metodi tradizionali di embargo e sanzioni economiche si sta ad oggi sviluppando una molteplicità di strumenti alternativi per minare le capacità – economiche e non – dei propri avversari

CONCETTO TRADIZIONALE – Il concetto di economic warfare può essere applicato a ogni tipo di conflitto tra due nazioni che non comporta l’intervento di forze armate, prediligendo una mobilitazione delle strutture economiche volte ad indebolire l’avversario. Se tali azioni sono soprattutto concentrate in tempo di guerra, affiancando azioni militari, nel corso degli anni la nozione di economic warfare ha subito radicali ampliamenti a seguito delle interconnessioni economiche dovute dalla globalizzazione, facendone un concetto liquido e di più difficile interpretazione. Scopo della guerra economica è, a oggi, quello di influenzare le decisioni dei Paesi obiettivo senza l’uso della forza.

sabato 15 agosto 2015

Guerre valutarie sottopelle


In un contesto incerto e critico come quello degli ultimi anni, la guerra sistemica connaturata al capitalismo trova nelle strategie inerenti alle divise uno dei suoi territori preferenziali. La questione europea, la nuova zona monetaria proposta dai russi, la svalutazione dello yuan sono tutti episodi  relativamente chiari in cui il sotterraneo conflitto per la leadership mondiale risale in superficie.

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Moltissimi sono i commenti che vorrebbero spiegare la decisone di oggi della banca centrale cinese di svalutare lo yuan di circa il 2% rispetto al dollaro. Commenti, permettetemi, male informati. Almeno così la vede zeroconsensus.

La Cina, in un contesto di rallentamento dell’economia mondiale (compresa la propria). ha deciso senza dubbio di dare maggior respiro alle proprie esportazioni. Questa è la spiegazione “strumentale”; certamente vera. Però ve ne è un altra, più profonda e altrettanto vera.

La Cina da anni sta progettando/accompagnando lo yuan verso la piena e libera convertibilità sul mercato della moneta e conseguentemente la sua trasformazione in moneta di riserva mondiale, quantomeno al pari del dollaro.

Questa trasformazione non è facile e consta di vari passaggi:
1) Accumulo di enormi riserve d’oro.
2) Firma di contratti bilaterali (currency swaps) con altre banche centrali per l’utilizzo dello yuan (e della moneta della controparte) negli scambi commerciali bilaterali.
3) Vi è stato il tentativo di accrescere il proprio “peso azionario” all’interno del FMI, tentativo fino ad ora fallito a causa del veto USA.
4) In conseguenza al punto 3 la Cina ha allora costituito la New Developement Bank con i paesi “Brics” e la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture. Queste due istituzioni sono un’aperta sfida all’FMI e all’egemonia USA in questa istituzione.

In questo contesto, è proprio di questi giorni la notizia che vi è stato il diniego da parte del FMI ad introdurre lo yuan nel basket dei Diritti Speciali di Prelievo (Special Drawing Rights) del FMI. L’entrata tra le monete che compongono gli SDR sarebbe stata una bella legittimazione per lo yuan nella sua ambizione di diventare moneta globale. Gli USA che vogliono che il Dollaro sia l’unica moneta “indispensabile” hanno bloccato questa richiesta.

Ed ecco a stretto giro di posta è arrivata oggi, da parte cinese, la svalutazione dello yuan sul dollaro.
La guerra valutaria continua. Nel silenzio generale.