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lunedì 24 dicembre 2018

La fantomatica coscienza di classe # 11

Articolo del 2011 tratto dalla rivista  n+1, dal titolo " Perchè il marxismo non ha più il successo di una volta ?", consultabile sul sito QuinternaLab.
Secondo i redattori, la fantomatica coscienza di classe è all' opera ma appunto storicamente trasfigurata, privata di qualsiasi volontarismo, al sicuro nell' oblio direbbe il filosofo, non si presenta con caratteri rivoluzionari ma di " un' inconsapevolezza classisticamente determinata rispetto alla propria situazione economica storico-sociale"; essa si evidenzierà con altre forme e contenuti e non prima di sciogliere altri nodi più importanti. ---

A Denver, una delle cento città americane in cui è presente il movimento Occupy Wall Street, Michael Moore è stato zittito perché s'era atteggiato a capetto. Nella stessa occasione l'assemblea ha eletto un cane come proprio leader. Roberto Saviano, invitato a parlare a New York, ha sollevato critiche perché s'è rivolto ai manifestanti con distacco: "Iovoi… il vostro futuro… dovete far questo e quello… il mondo vi ascolta...". A Zuccotti Park fin dall'inizio sono stati rimossi i cartelli con i simboli anarchici e comunisti. Sembra che oggi ci sia non solo voglia di rimuovere i vecchi concetti di organizzazione e leadership, quello che nella prassi chiamavamo "partito" e "avanguardia", ma anche ogni riferimento alla divisione in classi. Il simbolo"Siamo il 99%" è molto potente e più unificante di falce e martello, ma è indubbiamente interclassista. Tuttavia non è solo una questione di pratica "inclusiva", come dicono gli americani: è fin troppo evidente che da molti anni il marxismo è decisamente in declino, anche se i librai dicono che sono in aumento le vendite dei libri di Marx. Eppure negli anni '20 del secolo scorso e anche nel dopoguerra, fino al Sessantotto e oltre, milioni di persone avevano il marxismo come riferimento politico. È possibile che il fenomeno sia in gran parte dovuto alla mistificazione stalinista, per cui il nostro avversario ha avuto buon gioco nel definire "comunismo" il feroce capitalismo russo, ma sono passati troppi anni dal crollo del Muro per credere che lo stalinismo spieghi ancora la persistente diffidenza verso il comunismo. Il grande movimento in corso ha estensione mondiale, ma senza una teoria della trasformazione, un'organizzazione politica e una tattica da applicare non può che spegnersi.

lunedì 29 ottobre 2018

Le virtù dell' ignoranza





La classe intellettuale è adusa a interloquire solo tra sè e sè, avendo smesso da lungo tempo di interrogare la realtà, il più delle volte perchè troppo contraddittoria e paradossale per dei parametri dove tutto deve tornare liscio, senza vere pietre d' inciampo, riformabile.
Eppure anch'io, che contesto che un marxista possa essere un uomo di cultura, conosco la gioia che deriva dall effimero potere che dà l' aver afferrato saldamente un pezzetto significativo della mia e nostra realtà: oggi come ieri sfuggente, estranea, ostile.--- 


Quel che non si può misconoscere, invece, è il fatto che le due -che lo spirito illuministico volle strettamente legate, da Kant fino a Freud, son venute ormai separandosi nelle cose. Non é lecito invocare la Kultur contro la Zivilisation: il gesto imprecatorio, le formule esaltatrici della Kultur contro la società di massa, il diligente consumo di beni culturali a conferma del proprio gusto superiore nell’arredamento dell’ anima — tutto ciò precisamente é indissolubile da quel che la civiltà nostra ha di disgregato e disgregante. L’ invocazione della Kultur e' impotente.
Ma altrettanto vero e' che l' attivita' dell’incivilimento, come produzione e uso coltivato di meri oggetti strumentali e per di più spesso superflui, si e' resa ormai fine a se stessa in misura intollerabile, e che gli uomini non sono più o quasi piu' padroni di quest’apparato, ma suoi funzionari, ovvero consumatori coatti di quel che esso produce. Ma sarebbe falso arrestarsi a questa riflessione.

martedì 17 luglio 2018

Noi contro noi ?

Dialogando con una compagna, che usava la successione in fasi da keynesiana a neo-liberista,  obbiettavo che " i paesi leader del capitalismo mondiale hanno sempre proceduto con il doppio passo".  Dicendo questo non intendevo contestare la periodizzazione storica dal novecento fino a noi in keynesismo di guerra-di pace-neoliberismo ma intendevo contestare quel che di ideologico, a mio avviso, vi è contenuto. E' vero che: " lo Stato ha perso ruolo quale regolatore del meccanismo della riproduzione sociale, di garante e interprete dei principi costituzionali e della loro estrinsecazione nella sfera della legislazione, lasciando esposto il lavoro alla condizione darwiniana del mercato"; è altrettanto vero che la statalizzazione dell'economia ha preso sempre più spazio quantitativo e in progressione geometrica proprio a partire dal palesarsi della fine della fase keynesiana. Insomma la profondità della dialettica Capitale-Stato è tutta da capire e non ci si può accontentare -come vuole l' opinione comune e non della compagna in questione- di assegnare una  posizione ancillare ad uno o all' altro [ ironicamente, il grafico di Bloomberg ne illustra un singolo aspetto].

A questo proposito articolo del 2012 di Quinterna.org che guarda alla unità dinamica dello  Stato e del Capitale, al loro rapporto contraddittorio -e proprio in virtù di questo- di rivitalizzazione reciproca,  al fatto che la crisi degli Stati esprime sempre più chiaramente la mutata distribuzione dell' interesse generale borghese che ha assunto forme compatte a livello planetario e sempre più particolari e puntiformi a livello locale. La asfittica vicenda europea oppure le provocazioni "avanguardistiche" di Trump  di questo parlano: i tanti personaggetti in scena si affannano a cercare di strutturare e trattenere a livello nazionale il fugace momento espansivo dell'  economia, forse già al suo epilogo.---


La tesi che sta alla base della presente esposizione è semplice: più Stato non vuol dire meno capitalismo bensì il contrario; nello stesso tempo vuol dire capitalismo vecchio e decrepito, che ha bisogno di medicine salva-vita per evitare il collasso. Quali sono i sintomi? C'è una cura? I sintomi cercheremo di descriverli, la cura semplicemente non c'è più.


sabato 2 dicembre 2017

La riforma dello stato -italiano

Vecchio articolo di carattere teorico che presagisce la parziale immobilità della situazione italiana. A che cosa è dovuta questa situazione che oggi, visti i decenni trascorsi, possiamo certamente chiamare patologica? A mio avviso è la grande inconseguenza delle borghesie industriali e finanziarie italiane che, alla fine del ciclo espansivo post-bellico e delle politiche keynesiane ad esso legate, non sono state capaci di leggere la mutata situazione interna ed internazionale e di approntare adeguati piani strategici, di lungo corso. La riforma dello Stato ne sarebbe una componente infrastrutturale e di peso.

 Abbiamo il peggio dello statalismo senza che quest' ultimo sappia prendere decisioni effettive che interessino la struttura economica nelle sue linee e nei suoi piani più alti. E' invece ai piani bassi che si riversa tutta la certificazione dell' esistenza in vita di un ipertrofico apparato burocratico. Lasciato  alla propria inerzia, il sistema economico, pur dimostrando a macchie la tipica vitalità capitalistica, generalmente stagna e si arrabatta nella difesa delle posizioni acquisite, spesso di rendita, legato con doppio filo, ora visibilissimo ora indiretto, al personale e alla decisione politici.

domenica 5 novembre 2017

Ex uno plures ?


Analizzando per sommi capi la faccenda catalana, il problema non è principalmente politico ma eminentemente economico. La massa attrattiva del capitale tedesco impone standard che possono venire raggiunti o meno da una adeguato management politico, mirando ad una miglior integrazione con il suo status tecnologico, industriale, commerciale, sociale. La Catalogna, nonostante alcune parti di territorio ancora relativamente difficili da mettere a valore in maniera soddisfacente, gravita attorno alla grande area metropolitana di Barcellona, con estensione fino al porto di Valencia, e per essa vale il discorso già in atto nei fatti della Kernel Europe. Forse però l'area tedesca non ha tutta questa convenienza a far sviluppare poli industriali in potenziale diretta concorrenza con i loro, in grado di recuperare il gap mediamente inteso.


venerdì 3 novembre 2017

Un Like per amico

In questo bel post di Olympe i commentatori hanno giustamente sottolineato  il succo della questione

Provo a rispondere per me

La novità del capitalismo odierno è il tutt'uno composto da rapporti di produzione e forze produttive."Le forze produttive sono più che mai mediate dai rapporti di produzione; forse così completamente che essi proprio per questo appaiono come l’essenza; si sono completamente trasformati in una seconda natura." Per questo oggi il lavoro non solo è ancora la base reale dell' accumulazione, ma più estesamente è replicare il rapporto di sfruttamento e dominio in ogni momento, capillarmente.

Questo intendo come Sua rivoluzione sociale

sabato 31 dicembre 2016

Ha da passà 'a nuttata (automazione e servitù #2)








  la tecnica, privata di una logica 
propria, adotta del tutto quella dell’economia



La peculiarità del nostro capitalistico tempo, la tecnica planetaria -la robotica, l' intelligenza artificiale- pone problemi enormi alla nostra concezione politica: l' integrazione delle classi nella rete capitalistica non presenta neanche più le vesti del atto politico ma è l' accettazione, avvertita come vacuità esistenziale, del espletamento di alcune funzionalità nella grande giostra del network. Per contro, alcuni hanno provato a pensare ai compiti rivoluzionari come alla soluzione di compiti "tecnicali". Non si tratta di riappropriarsi di qualcosa da cui basta emendare alcuni aspetti: ”La razionalità tecnica, oggi, è la razionalità del dominio stesso. E’ il carattere coatto della società estraniata a se stessa”. Come diceva un' amica, siamo 7 miliardi che lavoriamo gli uni per gli altri e non ce ne accorgiamo.

giovedì 17 novembre 2016

Il ritardo -italiano


Sembra che non sia cambiato molto in questo misero paese che si accapiglia sul niente e si pregia di lasciare insolute le questioni cruciali Mi riferisco al pluridecennale gap tra lo sviluppo socio economico e la infrastruttura politica, l' eterno ineguale sviluppo. E, allargando lo sguardo, il tutto  in un fortissimo ritardo rispetto ai più diretti, vecchi e nuovi concorrenti nella competizione imperialistica globale. La riforma costituzionale e la legge elettorale sembrano essere  pensati più per mimetizzare, agli occhi degli osservatori internazionali, la strutturale incapacità del personale politico a riformare. Neppure il bipartitismo - nel testo emerge bene la sua necessaria funzione, peraltro oggi parecchio in crisi- qui ha attecchito e i due italici poli -anzichè riformare velocemente per adattare il corpo sociale alle accelerazioni economiche- hanno prodotto inciuci di tutti i generi e quindi immobilismo.   La stessa nozione di capitalismo di stato come qui declinata, dopo che siamo passati attraverso la privatizzazione del IRI e dei principali gruppi industriali e finanziari a capitale "pubblico", in Italia non è mai del tutto tramontata. E che dire poi del parassitismo sociale ?---


La crisi politica esasperata è la più clamorosa manifestazione delle contraddizioni in cui si dibatte la società borghese in Italia. La crisi politica accelera la tendenza al bipartitismo, tendenza che é funzionale al sistema, ma aggrava tutti i problemi economici del capitalismo e le condizioni di vita del proletariato, dalla perdita del potere di acquisto alla disoccupazione. L’ indebolimento dell’ imperialismo italiano in rapporto alle potenze che stanno crescendo rafforzate dalla crisi mondiale di ristrutturazione si accentua sempre più ed ha come effetto,  rapido e precipitato, un ulteriore condizionamento internazionale ed un ulteriore processo di imputridimento sociale e politico.

La crisi politica raggiunge ormai toni parossistici che non fanno altro che aggravare l' indebolimento della metropoli italiana. Il capitalismo italiano ha dimostrato negli ultimi due anni l' incapacità a portare avanti una vera ristrutturazione e questa incapacità, questo ritardo nei confronti dei suoi concorrenti, questo problema rimandato di mese in mese si e accumulato e addensato proprio quando il sistema mondiale esprime confronti e conflitti interimperialistici al piu alto livello.


domenica 6 novembre 2016

Ballad of a thin man (la fantomatica coscienza di classe #9)

Because something is happening here
But you don’t know what it is
Do you, Mister Jones?
 
Dagli epistolari di Engels il ritratto delle maschere di carattere che presidiano la politica e la cultura: sembrano impersonare se stessi invece non sanno neanche chi li manda. Faranno il loro mestiere comunque, a causa o malgrado le loro idee e proposte, non dubitatene. Il mondo borghese, dopo la conquista del pianeta, sembra si stia secolarizzando: ciò non vuol dire che sia nella sua natura farlo. E' una rivoluzione esigente e continua, portata a tutti i livelli sociali, il suo modo d'essere.---

Aggiornamento: Trump ha vinto la contesa, in questa mostruosa fase storica di transizione le tensioni manifeste e latenti che attraversano i vari corpi sociali  prendono la faccia degli outsider e della rottura almeno apparente della continuità politica. E' stato così per Obama (che fu a sua volta un outsider 8 anni fa), la cui politica è stata bocciata, così pochi mesi fa per la "impossibile" brexit. Trump non ce lo vedo ad uscire troppo fuori dai binari (apparati permettendo) ma di fatto la voglia di protezione statale contro gli enormi pericoli che i popoli dell'ex parte avanzata del capitalismo mondiale stanno correndo è tanta.  

A me pare che avremmo tanto da imparare dagli USA, sia per la genuinità che per gli infingimenti con cui lo spirito capitalista lì si mostra. Nego qualsiasi superiorità di qualsiasi tipo tra un europeo e un americano, ovvero tra i due modelli. Il fatto che quando pensiamo all' America ci troviamo di fronte alla potenza imperialista più forte del mondo da un secolo -e oggi non proprio più all' avanguardia  e senza l' abbrivio al profitto che hanno altri- a me semmai fornisce motivo di interesse e una certa ammirazione.  Forse sono succube del mito americano.


Gli uomini fanno essi stessi la loro storia, ma finora neppure in una determinata società ben delimitata, non con una volontà collettiva, secondo un piano d’assieme. I loro sforzi si intersecano contrastandosi e, proprio per questo, in ogni società di questo genere regna la necessità, il cui complemento e la cui forma di manifestazione è l’accidentalità. La necessità che si impone attraverso ogni accidentalità è di nuovo, in fin dei conti, quella economica. Qui è il momento di trattare dei cosiddetti grandi uomini. Il fatto che il tale uomo, quello e non altri, sia comparso in quel momento determinato, in quel determinato paese, è naturalmente un puro caso. Ma sopprimiamolo, e c’è subito l’esigenza di un sostituto, e questo sostituto lo si trova, bene o male, ma a lungo andare lo si trova. Che proprio Napoleone, questo còrso, fosse il dittatore militare reso necessario dal fatto che la repubblica francese fosse stremata dalle proprie guerre, fu un caso; ma che, in assenza di Napoleone, un altro ne avrebbe preso il posto, è provato dal fatto che ogni qualvolta era necessario si è sempre trovato l’uomo adatto: Cesare, Augusto, Cromwell ecc. Se Marx ha scoperto la concezione materialistica della storia, Thierry, Mignet, Guizot e tutti gli storici inglesi fino 1850 dimostrano che vi era una tendenza in questo senso, e la scoperta della stessa concezione da parte di Morgan prova che i tempi erano maturi per essa e che la si doveva necessariamente scoprire.

Lo stesso vale per tutti gli altri fatti casuali o apparentemente casuali nella storia. Quanto più il terreno che stiamo indagando si allontana dall’Economico e si avvicina al puro e astrattamente ideologico, tanto più troveremo che esso presenta nella sua evoluzione degli elementi fortuiti, tanto più la sua curva procede a zigzag. Ma se Lei traccia l’asse mediana della curva troverà che quanto più lungo è il periodo in esame, quanto più esteso è il terreno studiato, tanto più questo asse corre parallelo all’asse dell’evoluzione economica.

martedì 1 novembre 2016

La scienza può dire la verità ?


Senza totalità, allo scienziato rimane da indagare fatti slegati, ossia accettare lo status quo. 


Un importante articolo sul tema più sostanziale di ogni epoca: quello della verità e del suo albergare o meno, e in che misura, nella realtà sociale come nella vita soggettiva, sempre che di quest' ultima ne esista una.---

Introduzione

La filosofia della scienza si è a lungo interrogata sulla diversa natura delle singole discipline e sull’unicità o meno dei metodi della scienza che ne poteva derivare. Fino al XIX secolo, la specializzazione scientifica non era tale da originare controversie. Gli scienziati erano anche filosofi e spesso studiosi della società e storici[1] . Gli intellettuali avevano una conoscenza almeno basilare di tutte le scienze principali e della filosofia e nessuna scienza godeva di uno status superiore poiché ancora nessuna scienza aveva contribuito a un incremento sensibile delle forze produttive.
Il fenomenale sviluppo della scienza degli ultimi secoli ha elevato lo status delle scienze naturali, relegando le discipline sociali a chiacchiericcio. Il sentire comune è che la fisica sia “la” scienza assieme a ciò che le si avvicina per rigore nella sperimentazione e nella teorizzazione. Il contributo della fisica allo sviluppo umano appare ovvio e incontrovertibile, quello delle scienze sociali quanto meno dubbio. Le riflessioni epistemologiche moderne sono tentativi di generalizzare i metodi della fisica per consentire a tutte le branche del sapere di arrivare allo stesso livello di sviluppo: “le scienze dell’uomo e della società si sforzano di emulare il modello delle scienze naturali che hanno tanto successo”[2], così che tra le influenze dominanti per le scienze sociali vi è quella dei “modelli forniti dalle scienze della natura” (Piaget, cit., p. 29). Al massimo, allora, alla filosofia non rimane che il ruolo di commentatrice e generalizzatrice, poiché “resta la tendenza fondamentale dello sviluppo filosofico: riconoscere come necessari e come dati i risultati ed i metodi delle scienze particolari, attribuendo alla filosofia il compito di portare alla luce e di giustificare il fondamento di validità di queste costruzioni concettuali”[3] .
L’epistemologia moderna, in quasi tutte le sue componenti, riflette il trionfo delle scienze naturali. Nell’ottocento, molti scienziati guardavano ottimisticamente alle scienze nel loro complesso, evidenziando una loro natura unitaria in quanto parti del progresso dell’industria e della società (Helmholtz per tutti). Nel ventesimo secolo, la scuola epistemologica più di successo e duratura, il neopositivismo, considera una parte fondamentale del suo programma la battaglia per l’unificazione delle scienze, ovviamente sotto le bandiere della fisica. Pur da prospettive diverse, gli epistemologi successivi hanno sostanzialmente accettato questa posizione monista. Ciò vale anche per diversi pensatori marxisti, che hanno subordinato le scienze sociali a quelle naturali[4].
D’altro canto, le correnti che hanno proposto interazioni tra scienza e società (in particolare la sociologia della conoscenza), hanno rilevato il carattere sociale di tutte le scienze, in un quadro metodologico, di nuovo, sostanzialmente monista.
In queste concezioni ha poco senso distinguere tra scienze sociali e naturali. Esse avranno gli stessi obiettivi, gli stessi metodi, spesso gli stessi strumenti analitici e si distingueranno, al massimo, per un diverso grado di sviluppo e formalizzazione. Le scienze più sviluppate forniranno il modello per tutte le altre, che non dovranno far altro che seguirne le orme.
In questo scritto cercheremo di dimostrare che esiste invece una differenza strutturale, ontologica, tra le scienze che non coincide strettamente con la distinzione tra scienze naturali e sociali e che tale distinzione deriva dalla loro funzione sociale, da cui anche deriva il rapporto con i criteri di verità della scienza. Ciò che distingue le scienze, proveremo a spiegare, non è il metodo o l’oggetto di studio, ma il rapporto con le forze produttive e i rapporti di produzione.

sabato 30 luglio 2016

Imperialismo uno e trino


Lungo articolo del economista Guglielmo Carchedi in cui si riassumono le tesi (puntuali riletture interpretate dei testi marxiani) che  va diffondendo in libri e convegni a partire dalla grossa crisi del 2007 (2008 per chi se ne è accorto tardi). Unico appunto che posso muovergli è che a mio avviso il leniniano "stadio supremo del capitalismo" va inteso in senso teoretico e non di configurazione geopolitica, quindi proprio nel senso di "imperialismo come totalità compiuta del capitalismo", posto e accettato che la sua radice sociale e antagonistica presuppone tutto il mondo come luogo della competizione, del conflitto tra capitali contrapposti per interesse. Se penso alle stronzate sul avvento del  finanz-capitalismo (post 1989, ci mancherebbe) e sulla perduta sovranità democratica nazionale che vanno propinando i vari Fusaro e Freccero o, agli antipodi, sulla scomparsa delle aggregazioni nazionali dei Toni Negri,  mi scappa da ridere e mi dico quanta strada c'è ancora da fare -e quanto coraggio ci vorrà per andare.---


I. Con la disfatta storica del movimento operaio, la parola ‘imperialismo’ è scomparsa dal vocabolario della sinistra ed è stata rimpiazzata da ‘globalizzazione’. Tuttavia, se la parola è scomparsa, la realtà persiste.

venerdì 29 luglio 2016

Let's Trump !


Alcuni estratti da un interessante articolo comparso sul ultimo numero di Lotta Comunista. In particolare segnalo la breve e significativa analisi dei flussi elettorali a partire dalla presidenza Nixon. Dedicato al "testimone di Geova della rivoluzione" che si è fatto 5 piani a piedi per portarmelo in cambio del solito misero obolo---


James Baker, 86 anni, dal 1981 al 85 capo dello staff di Ronald Reagan, poi ministro del Tesoro fino all 88, segretario di Stato fino al '92 e infine capo dello staff del presidente Bush sr fino al 1993, vecchio repubblicano che conosce bene i meccanismi di funzionamento del governo, in un' intervista al FT del 3 giugno così si esprime sui candidati presidenziali: "Cosa dicono in campagna elettorale e cosa fanno una volta alla Casa Bianca non sono la stessa cosa. Io non mi preoccupo di chi vince."
 

venerdì 1 luglio 2016

La fantomatica coscienza di classe (7)


"Nel maestro, il nuovo e  significativo si sviluppa in mezzo al letame delle contraddizioni; egli ricava violentemente la legge dai fenomeni contraddittori. Le contraddizioni stesse che stanno alla base testimoniano la ricchezza del fondamento vivo da cui egli ricava la sua teoria. Per il discepolo la cosa è diversa. La sua materia prima non è più la realtà, ma la nuova forma teoretica in cui il maestro l’ha sublimata. Sia l’opposizione teoretica degli avversari della nuova teoria, sia il rapporto spesso paradossale di questa teoria con la realtà, lo spronano al tentativo di confutare la prima e di eliminare, spiegandolo, il secondo. In questo tentativo si avviluppa esso stesso in contraddizioni, e mentre cerca di risolverle egli manifesta l’ iniziale dissoluzione della teoria, di cui è il rappresentante dogmatico"

Per anni mi sono arrovellato sul perchè gli epigoni marxiani sono stati, tranne pochi, così al di sotto dei maestri, poi il dilemma l'ha risolto Marx stesso.

La cosa vale per gli intellettuali velatamente o meno portavoci della borghesia, quale che sia la fazione (economica, politica, culturale) a cui fanno riferimento. Uno sguardo a volo d' angelo (perchè di sguardo umano e non di uccello c'è bisogno) su questa disumanità radicale gli è precluso essendo essi stessi, falchi e colombe, progressisti o fieramente reazionari, epigoni oramai secolarizzati che si rispondono tra loro e non più alla realtà complessiva. La schiettezza degli osservatori classici, i maestri, è persa per sempre.

Bisogna fare da sè, la questione degli intellettuali è così marcia da risultare noiosa, conquistare uno sguardo nuovo non è appunto questione puramente culturale, d' istruzione o di intelligenza.

domenica 3 aprile 2016

La fantomatica coscienza di classe (6)








trad: "cchiù pilu pe' tutti"


Farla finita con il valore di scambio e pure con quello d'uso, chè al Capitale quello che non l' ammazza l'ingrassa.

Olympe ha ben scritto: "la crisi toglie razionalità al Capitale" ma, interpretando più cautamente le questioni poste, con una iperbole (presa dal titolo di un saggio scrauso) "il capitalismo potrebbe avere i secoli contati". Proprio in virtù della sua natura di totalità oggettivizzata, sociale e astratta, in cui non c'è una testa da tagliare, il Capitale si espone alla trasformazione radicale e al contempo la nega come immediatamente storica: lo stesso rappresentarsi la rivoluzione sociale, se non proiettata  internazionalmente, appartiene al suo oscuro ventre ed in quanto tale ne ricalca le linee, mentre chiamo comunismo il processo che non alcuna radice nel maligno dominio del Capitale.

mercoledì 9 marzo 2016

La crisi italiana del 1964


Propongo qui un interessantissimo studio su un momento particolare del capitalismo italiano in cui notare l'insorgere progressivo di alcune problematiche che fino ad oggi la società borghese italiana ancora non ha affrontato: la lista Falciani testimonia come dati a 50 anni la necessità dell' allocazione di capitali -da tutta Europa, ben inteso- verso la sfera finanziaria delle fiduciarie e banche svizzere. La finanziarizzazione dell' economia "reale" risponde a logiche ben precise, prime fra tutte la inadeguata redditività media dell' investimento industriale congiunta all' imperativo della ristrutturazione del capitale tecnico. L' autore qui ha saputo cogliere uno dei momenti chiave di un processo che, chiudendo il boom del dopoguerra, ci conduce, attraverso molte peripezie, alla stagnazione attuale.

La crisi che si produsse in Italia nel 1964 e la reazione che il capitale nazionale organizzò per superarla, mostrano in concreto quanto contraddittoria sia la dialettica dell’accumulazione capitalistica. Qui di seguito ci limitiamo a ricordare i momenti essenziali di questo concreto processo. Dopo un ciclo espansivo durato circa un decennio, l’economia italiana, i cui indiscutibili successi si erano fondati sul binomio salari bassi-esportazioni, accusa già alla fine del ‘63 un rallentamento che alla fine dell’anno successivo assunse i chiari caratteri della crisi. Questa crisi ha avuto importanti risvolti sia sul terreno strettamente economico, con l’avvio di una significativa stagione di ristrutturazione tecnologica delle grandi imprese, con una più incisiva concentrazione del capitale e con lo sviluppo di un seppur ancora troppo ristretto sistema creditizio moderno; sia sul piano degli equilibri politici e sociali del paese, con la nascita del secondo centro-sinistra e l’apertura di una lunga stagione rivendicativa incentrata sulla richiesta di aumenti salariali. La caduta del saggio del profitto trova puntuale riscontro nelle cifre (in aumento progressivo) relative all’esportazione clandestina dei capitali, la quale tradiva la relativa arretratezza del capitalismo italiano di quei tempi, e alla speculazione edilizia. Qualche anno dopo Sylos Labini scriverà in un noto saggio che «speculazioni edilizie, esportazioni di capitali ... sono aree economicamente inquinate da un punto di vista capitalistico», fenomeni che egli, gramscianamente, spiegava con la “solita” arretratezza del capitalismo italiano (93), palesando con ciò tutto il moralismo e tutta l’ignoranza di cui è capace la “scienza” economica borghese odierna, soprattutto quella di “sinistra”.

mercoledì 17 febbraio 2016

Il potere alle cose (la fantomatica coscienza di classe 5)


 
L' eccellente osservazione si può declinare a ritroso come l' adolescenza del potere delle cose sugli uomini che continua in forma diversa il potere dell'uomo sull' uomo -il lignaggio, l'autocrazia-, come quest' ultimo a sua volta continuò il dominio della natura su un umanità troppo esposta alle sue variabili. Il dominio si giustappone al dominio precedente, mutuandone o meno alcune forme e figure. Ma nell' ultima più recente forma l' essere sociale il suo potere, che è in definitiva la possibilità consapevole di trasformare  la natura ed organizzarsi per soddisfare i propri bisogni, tendono almeno apparentemente a scomparire.

sabato 12 dicembre 2015

La fantomatica coscienza di classe (2)



"Chi vuol apprendere la verità sulla vita immediata, deve scrutare la
sua forma alienata, le potenze oggettive che determinano
l'esistenza individuale fin negli anditi piú riposti.
Parlare immediatamente dell'immediato significa fare come quei
romanzieri che adornano le loro marionette quasi con vezzi
a buon mercato, con le pallide imitazioni della passione
di un tempo, e fanno agire personaggi che non sono - ormai-
che pezzi di un macchinario come se fossero ancora
in grado di agire come soggetti, e come se dal loro agire
dipendesse ancora qualcosa. Lo sguardo aperto sulla vita è
trapassato nell'ideologia, che nasconde il fatto che non c'è
piú vita alcuna."
 
Vorrei, avrei voluto, scrivere qualcosa di mio a proposito ma qui altri, più capaci, hanno espresso in così poche righe e con il più ampio sguardo tutta la faccenda che per ora può bastare. Non se ne deduca l' inazione e l'impotenza, è solo che il processo sociale procede per accelerazioni e decelerazioni, salti e stasi apparenti, accumulo e improvvisa distribuzione, l' unica cosa certa è che non torna indietro.

domenica 22 novembre 2015

La geopolitica ovvero la strategia necessaria



Intervista recente e molto molto interessante a uno dei principali e si dice più ascoltati, da chi riesce a leggere i suoi report, analisti di geopolitica, laddove geopolitica è veramente la stessa cosa che il dominio della forma valore mediato da giganteschi apparati statuali, verità a cui scienza e scienziati borghesi non accedono. Tale è la realtà, a nulla serve abbellirla, solo per il proletariato internazionale capire fino in fondo la dialettica del proprio presente storico è dirimente. ---



Stratfor è la principale agenzia di intelligence privata statunitense e George Friedman è il suo fondatore. Analista assai influente presso l’amministrazione statunitense, ha previsto correttamente alcuni degli eventi più significativi degli ultimi anni, dalla crisi dell’euro allo scontro tra Russia e Stati Uniti. Spesso le sue analisi sono fortemente influenzate dalla filosofia hegeliana.

domenica 15 novembre 2015

Per una lettura materialistica delle vicende medio-orientali



Articolo del agosto scorso, apparso su info-aut, inquadra bene in poche parole ben scandite la situazione socio-economica medio-orientale---

Le conquiste di Daesh (nome arabo di quello che qui da noi viene erroneamente tradotto in Stato Islamico) in Iraq e Siria sono soltanto gli ultimi avvenimenti sfruttati dai media mainstream per riproporre la storia di una (presunta) decadenza della civiltà medio-orientali legata all' Islam. Funzionale alla riproduzione di pseudo-analisi dal carattere marcatamente orientalistico che usano come prisma di lettura quello della religione islamica, e la sua presunta incapacità ad adattarsi alla modernità, la narrazione occidentale del Vicino e del Medio Oriente ha una storia secolare come fenomeno culturale e politico. Essa non è una vuota astrazione, ma è la risultante della cristallizzazione dei rapporti di forza costituitosi nel tempo (già la stessa definizione di Medio Oriente presenta aspetti di parzialità linguistica, dovuti alla forza di chi ha imposto questa etichetta) e il prodotto di energie materiali ed intellettuali dell'uomo.

domenica 18 ottobre 2015

Economic warfare


"L' Imperialismo fase suprema del capitalismo" è un testo che ha un secolo di vita e la lungimiranza di Lenin, data dal acume critico e dal metodo,  ne fa un testo-chiave per capire la nostra attualità -essendosi nel frattempo compiute le condizioni adatte per il poderoso dispiegamento del imperialismo unitario: rete del mercato mondiale, lingua e moneta del commercio internazionale omogenee, infrastrutture di collegamento, rimozione sostanziale dei retaggi tradizionali ecc- e, tanto più grave, rimane per lo più incompreso dagli anti-imperialisti o che si suppongono tali.
Fanno molto meglio, in generale, gli analisti di geopolitica che almeno non si nascondono dietro miserrime istanze come "ripristinare il dialogo civile tra nazioni", "un altro mondo è possibile" e non condannano moralmente una volta l' "Occidente" e l'altra il "Nord del mondo". 
Si introduce qui il concetto di economic warfare, una modulazione del famoso:"la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi -che a sua volta è la continuazione dell' economia con altri mezzi ancora: a parità di efficacia userai il modo meno costoso per perseguire la tua strategia di potenza". 

   ***

L’economic warfare è un concetto in continua evoluzione ed espansione di pari passo con l’avanzare della globalizzazione. Accanto ai metodi tradizionali di embargo e sanzioni economiche si sta ad oggi sviluppando una molteplicità di strumenti alternativi per minare le capacità – economiche e non – dei propri avversari

CONCETTO TRADIZIONALE – Il concetto di economic warfare può essere applicato a ogni tipo di conflitto tra due nazioni che non comporta l’intervento di forze armate, prediligendo una mobilitazione delle strutture economiche volte ad indebolire l’avversario. Se tali azioni sono soprattutto concentrate in tempo di guerra, affiancando azioni militari, nel corso degli anni la nozione di economic warfare ha subito radicali ampliamenti a seguito delle interconnessioni economiche dovute dalla globalizzazione, facendone un concetto liquido e di più difficile interpretazione. Scopo della guerra economica è, a oggi, quello di influenzare le decisioni dei Paesi obiettivo senza l’uso della forza.