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domenica 11 agosto 2019

Summertime

Tempo d' estate, tempo di mare. Pare s' andrà votare, anzi forse no. Propendo per un governo del presidente che in fondo va bene a tutti, anche ai dirigenti leghisti, cioè praticamente l' incarnazione della maggioranza di chi va a votare. Nel paese dove vivo, poche migliaia di anime in quel centro italia che consuma esattamente quanto produce, di tradizioni comunista quanto democristiana, la lega alle europee ha preso il 42%. Alle politiche la media nazionale. Qui vanno a votare dicendo che un secolo fa i fascisti, quelli passati alla storia intendo, picchettarono i seggi per impedire il voto. Non ho neanche la forza di obbiettare che forse a distanza di un secolo almeno il sospetto che già allora andare alle urne non fosse stata una gran idea gli sarebbe potuto venire. Andarci oggi poi. Non fossi così spossato mi piglierebbe una risatina ilare.
 
La situazione economica internazionale invece mostra crepe sempre più ampie: la earning season americana ha visto in parte fallire e in parte confermare le previsioni sugli utili del trimestre scorso  ma quello che risalta di più è la generalizzata riduzione delle prospettive per i prossimi trimestri, un abbassamento della guidance che coinvolge tutti i rami produttivi inclusi i beni ciclici.

domenica 9 giugno 2019

For what it's worth - il massacro di Pechino





 There's something happening here
What it is ain't exactly clear


Proseguendo nella linea editoriale modello "gazzettino finanziario mondiale", ho trovato questo bel grafico che ci illustra che il nero sull' economia capitalistica è appena agli esordi, prima che l' accordo sul commercio fra USA e Cina saltasse:

"Il mercato nel mese di Maggio ha fatto suonare la sveglia un po per tutti: "Houston, abbiamo un problema." Ed a mio parere la Fed può pure tagliare n volte... ma l' impatto a questo giro sarà molto debole nei fatti, se non buono per fare (appunto) qualche rimbalzello per un po' di brivido in più. Questo lo dico perché la tipologia di slowdown che si trovano di fronte stavolta non è un semplice rallentamento fisiologico da fine ciclo... ma è un qualcosa di autoinferto... qualcosa che impatta sulle supply chains costruite negli ultimi 20/25 anni e che avrà, se non si fermano in tempo, degli impatti epocali sulla geografia dei flussi commerciali e sulle architetture di interi sistemi paese. Insomma, non è per nulla uno scherzo. Le banche centrali possono al massimo attutire (forse) l' impatto ma il botto lo si sentirà certamente. Hai voglia a tagliare i tassi... se il global trade collassa (come sta accadendo dati alla mano...) purtroppo hai poco da fare."

Ora cambiamo argomento, ma non troppo, perchè tutto si tiene. Dal sito Chinafiles una ricostruzione di Tian' anmen (e scopriremo che è meglio chiamarlo "il massacro di Pechino" ) 30 anni fa, in quel particolare 1989, quando parecchi operai e molto pochi studenti si stufarono di una vita invivibile, così com' è sottoposta agli scossoni che ogni fase dello sviluppo capitalistico impone ovunque. Tutti vogliono vivere in pace, solo che per i più proprio non si può.---



Crediamo un po’ tutti di sapere qualcosa di quanto è successo in Cina, in particolare a Pechino, trent’anni fa. Classifichiamo genericamente i «fatti di Tian’anmen» come caratterizzati da proteste e richieste di riforme democratiche da parte degli studenti e dalla dura risposta del Partito comunista che portò al «massacro di Tian’anmen».
Sappiamo anche che Pechino ha cancellato quelle giornate dalla storia: non se ne parla, non se ne può parlare, non si trova niente al riguardo sulla rete cinese «armonizzata», ma non sarà più facile trovare un giovane cinese che ne sappia qualcosa. Questi sono tutti fatti piuttosto noti. In verità, però, nelle giornate di maggio e giugno 1989 confluirono molti più elementi.
Intanto in piazza c’era molta gente, studenti e non solo. Certo, le storie dei «leader» della piazza pechinese hanno avuto ampia attenzione mediatica anche anni dopo i fatti: alcuni sono riusciti a scappare, grazie alla solidarietà di molte persone; alcuni hanno raggiunto Hong Kong e da lì sono poi volati negli Stati Uniti.


domenica 10 marzo 2019

Surprise index

Stamattina, nella mia personale veloce rassegna stampa dei pochissimi blog che leggo regolarmente, mi ha irritato trovare già affrontati tutti quei temi a cui vagheggiavo dedicare questo post di oggi: transizione verso il nuovo modo di produzione, Algeria - paese verso cui nutro una attenzione storica particolare, ed i sempre più frequenti rumors su un prossimo crash degli high yield corporate bond - segnalato a suo tempo. Tipico arrivare tardi e trovarsi spiazzato.

Va bè, lasciamo stare la malinconia,  e badate a non investire i vostri sudaticci risparmi negli strumenti sbagliati. La ascoltatissima BIS (Bank of International Settlements), dopo IMF e altri, ha lanciato un allarme sulle obbligazioni societarie ad alto rendimento ( e rischio) che per il solo mercato americano valgono un bel mucchietto di dollaroni, somme che hanno del fantasmagorico e a cui il piccolo borghese guarda contemporaneamente con l' occhio scandalizzato e l' acquolina in bocca: 6,4 miliardi di miliardi. Parrebbe che circa 1 di questi 6,4 triliardi di bond societari, alla prima scossa recessiva americana, verrebbe declassato dal rating "investment grade" a "junk".  Se così fosse gli investitori istituzionali dovrebbero venderli perchè per statuto non possono detenerli in portafoglio, dando così la via alla rovinosa slavina del repricing.

mercoledì 27 dicembre 2017

Q.B.


Non ne posso più
di dover essere
quel che sono 


Non basta più la maschera antigas, semmai è bastata qualche volta, a filtrare  questa aria pestilenziale, a bloccare la nausea che mi sale. Le incazzature non me le prescrivo più, diversamente dalla spigolosità che coltivo. In fondo anche quello non era nè privato nè politico.

Ho letto in rete la tesi di laurea di un giovanotto,  Marco Riformetti, argomento: "Lenin e la filosofia politica di Stato e Rivoluzione". Mi complimento con l' autore per l' audacia del tema, per lo svolgimento e in particolare per qualche annotazione originale, segno che c'è ancora qualcosa da capire che solo occhi giovani possono scrutare. I chiarimenti dottrinali sembrano non interessare più a nessuno, anche a quelli che su Lenin magari imperniano la loro critica sociale, per lo più su letture che a me sanno di comodo. La dottrina muta, mantenendosi così fresca e non di meno vera, con il mutare del lettore e dell' epoca, perchè sono tutt'uno. L' anno che verrà sarà quel che sarà, improbabile sia felice.---

A proposito di tossicità, un articoletto sulla tossicità di cui soffre il sistema bancario europeo, anche Bankitalia fa i migliori auguri ai suoi sodali-concorrenti. 


domenica 10 dicembre 2017

Boom or bust -il punto sulla crisi capitalistica




Se ci trovassimo di fronte a un imperialismo integrale il quale avesse trasformato
da cima a fondo il capitalismo, il nostro compito sarebbe centomila
volte più facile.
 Avremmo un sistema nel quale tutto sarebbe sottomesso
al solo capitale finanziario.
 Non ci resterebbe allora che sopprimere la
cima e rimettere il resto nelle mani  del
proletariato. Sarebbe cosa infinitamente piacevole, ma che non esiste nella realtà.
 


Articolo tratto dal blog dell' economista "marxista" Michael Roberts in cui si fa abbastanza obbiettivamente il punto sulla crisi che il capitalismo globale sta attraversando, i cui termini sono nella estensione planetaria e nella penetrazione sistemica -tramite il debito- in tutti gli istituti della stessa società borghese, dall' apparato statale alla famiglia. A mio maggior dispetto, i principali indici di Wall Street navigano in territori sconosciuti, nel senso che non hanno mai toccato queste vette e stanno facendo impazzire gli analisti tecnici. Controsenso? Oppure, con un rigurgito di "tutto torna", si pensa che queste performance troveranno la loro nemesi nel prossimo clamoroso tonfo?

Molti stanno mettendo le mani avanti, pure Alan Greenspan, presidente FED durante lo scoppio della bolla dei sub-prime nel 2007, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla, non relativa ai prezzi delle azioni, ma a quelli delle obbligazioni delle imprese». Secondo Greenspan, i tassi d’interesse di lungo periodo sono stati troppo bassi e per troppo tempo, per cui è ragionevole aspettarsi che quando cominceranno a salire lo faranno in tempi rapidi. E questo potrebbe fare esplodere la bolla. Un crollo dei prezzi delle obbligazioni “corporate” inevitabilmente porterebbe con sé anche quello dei titoli azionari.“Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflazione mai vista dal 1970” ha detto.

Anche OCSE e FMI non scherzano, come leggerete, e molti altri stanno attendendo la conferna alle proprie apocalittiche previsioni. Seguo da abbastanza tempo le vicende del Capitale per sapere che potrebbe andare anche avanti per un pezzo così, sul filo del rasoio. Il vantaggio di sapere che il Capitale è in se stesso crisi non deve offuscare lo sguardo sulle sue cazzo di capacità di differire le proprie contraddizioni rilanciandole su un piano più alto o di scatenarle pesantemente per rigenerarsi.---


La scorsa settimana, l'OCSE ha pubblicato il suo ultimo World Economic Outlook. Gli economisti dell'OCSE affermano che "L'economia globale sta crescendo al suo ritmo più veloce dal 2010, con la ripresa che sta diventando sempre più sincronizzata tra i vari paesi. Questo tanto atteso passo avanti verso la crescita globale, sostenuto da stimoli politici, è accompagnato da solidi guadagni occupazionali, da una moderata ripresa degli investimenti e da una ripresa della crescita commerciale ". Mentre la crescita economica mondiale sta accelerando un pò', l'OCSE calcola che "su base pro-capite, la crescita non sarà all'altezza dei livelli pre-crisi nella maggior parte delle economie dell'OCSE e non-OCSE." Quindi l'economia mondiale non è ancora uscita della lunga depressione iniziata nel 2009.
 

sabato 2 dicembre 2017

La riforma dello stato -italiano

Vecchio articolo di carattere teorico che presagisce la parziale immobilità della situazione italiana. A che cosa è dovuta questa situazione che oggi, visti i decenni trascorsi, possiamo certamente chiamare patologica? A mio avviso è la grande inconseguenza delle borghesie industriali e finanziarie italiane che, alla fine del ciclo espansivo post-bellico e delle politiche keynesiane ad esso legate, non sono state capaci di leggere la mutata situazione interna ed internazionale e di approntare adeguati piani strategici, di lungo corso. La riforma dello Stato ne sarebbe una componente infrastrutturale e di peso.

 Abbiamo il peggio dello statalismo senza che quest' ultimo sappia prendere decisioni effettive che interessino la struttura economica nelle sue linee e nei suoi piani più alti. E' invece ai piani bassi che si riversa tutta la certificazione dell' esistenza in vita di un ipertrofico apparato burocratico. Lasciato  alla propria inerzia, il sistema economico, pur dimostrando a macchie la tipica vitalità capitalistica, generalmente stagna e si arrabatta nella difesa delle posizioni acquisite, spesso di rendita, legato con doppio filo, ora visibilissimo ora indiretto, al personale e alla decisione politici.

giovedì 17 novembre 2016

Il ritardo -italiano


Sembra che non sia cambiato molto in questo misero paese che si accapiglia sul niente e si pregia di lasciare insolute le questioni cruciali Mi riferisco al pluridecennale gap tra lo sviluppo socio economico e la infrastruttura politica, l' eterno ineguale sviluppo. E, allargando lo sguardo, il tutto  in un fortissimo ritardo rispetto ai più diretti, vecchi e nuovi concorrenti nella competizione imperialistica globale. La riforma costituzionale e la legge elettorale sembrano essere  pensati più per mimetizzare, agli occhi degli osservatori internazionali, la strutturale incapacità del personale politico a riformare. Neppure il bipartitismo - nel testo emerge bene la sua necessaria funzione, peraltro oggi parecchio in crisi- qui ha attecchito e i due italici poli -anzichè riformare velocemente per adattare il corpo sociale alle accelerazioni economiche- hanno prodotto inciuci di tutti i generi e quindi immobilismo.   La stessa nozione di capitalismo di stato come qui declinata, dopo che siamo passati attraverso la privatizzazione del IRI e dei principali gruppi industriali e finanziari a capitale "pubblico", in Italia non è mai del tutto tramontata. E che dire poi del parassitismo sociale ?---


La crisi politica esasperata è la più clamorosa manifestazione delle contraddizioni in cui si dibatte la società borghese in Italia. La crisi politica accelera la tendenza al bipartitismo, tendenza che é funzionale al sistema, ma aggrava tutti i problemi economici del capitalismo e le condizioni di vita del proletariato, dalla perdita del potere di acquisto alla disoccupazione. L’ indebolimento dell’ imperialismo italiano in rapporto alle potenze che stanno crescendo rafforzate dalla crisi mondiale di ristrutturazione si accentua sempre più ed ha come effetto,  rapido e precipitato, un ulteriore condizionamento internazionale ed un ulteriore processo di imputridimento sociale e politico.

La crisi politica raggiunge ormai toni parossistici che non fanno altro che aggravare l' indebolimento della metropoli italiana. Il capitalismo italiano ha dimostrato negli ultimi due anni l' incapacità a portare avanti una vera ristrutturazione e questa incapacità, questo ritardo nei confronti dei suoi concorrenti, questo problema rimandato di mese in mese si e accumulato e addensato proprio quando il sistema mondiale esprime confronti e conflitti interimperialistici al piu alto livello.


lunedì 12 settembre 2016

Dalla Cina a Marte


Dal sito dell' economista "marxista" Michael Roberts, per fortuna trovato già tradotto, il resoconto delle conflittualità sottotraccia che traspaiono e che tengono in scacco la classe politica mondiale, a livelli che sfiorano, come qui illustrato, il cinema di Bunuel---


La riunione di fine settimana (4-5 settembre) dei capi di Stato delle prime 20 economie del mondo (G20)  che si è svolta nel resort cinese di Hangzou, ha concluso che l'economia globale si trova ancora nei guai. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) aveva calcolato che il 2016 sarà il quinto anno consecutivo in cui la crescita globale sarà il 3,7% al di sotto della media registrata nel periodo fra il 1990 ed il 2007. E poco prima del vertice del G20, l'IFM ha presentato una relazione che prevede una crescita ancora più lenta di quella prevista:

«I dati ad alta frequenza indicano una crescita meno accentuata per quest'anno, soprattutto nelle economie avanzate del G-20, mentre l'andamento dei mercati emergenti è più vario». 

sabato 30 luglio 2016

Imperialismo uno e trino


Lungo articolo del economista Guglielmo Carchedi in cui si riassumono le tesi (puntuali riletture interpretate dei testi marxiani) che  va diffondendo in libri e convegni a partire dalla grossa crisi del 2007 (2008 per chi se ne è accorto tardi). Unico appunto che posso muovergli è che a mio avviso il leniniano "stadio supremo del capitalismo" va inteso in senso teoretico e non di configurazione geopolitica, quindi proprio nel senso di "imperialismo come totalità compiuta del capitalismo", posto e accettato che la sua radice sociale e antagonistica presuppone tutto il mondo come luogo della competizione, del conflitto tra capitali contrapposti per interesse. Se penso alle stronzate sul avvento del  finanz-capitalismo (post 1989, ci mancherebbe) e sulla perduta sovranità democratica nazionale che vanno propinando i vari Fusaro e Freccero o, agli antipodi, sulla scomparsa delle aggregazioni nazionali dei Toni Negri,  mi scappa da ridere e mi dico quanta strada c'è ancora da fare -e quanto coraggio ci vorrà per andare.---


I. Con la disfatta storica del movimento operaio, la parola ‘imperialismo’ è scomparsa dal vocabolario della sinistra ed è stata rimpiazzata da ‘globalizzazione’. Tuttavia, se la parola è scomparsa, la realtà persiste.

domenica 12 giugno 2016

La questione tedesca secondo Luttwak

"Il principio della segreta è rovesciato... la visibilità una trappola" 


Rispolvero un vecchio articolo sulla questione tedesca del 2011 di Hans Kundnani basato sulla teoria geo-economica di Edward Luttwak, un personaggetto coi controfiocchi che conoscete.

 Luttwak, esperto di strategia e politica estera, all’inizio degli anni Novanta, nel parziale tentativo di recuperare la centralità dello Stato e con specifico riferimento al triangolo d’oro (USA, Germania e Giappone, gli ultimi due avevano firmato qualche anno prima, obtorto collo, gli accordi dell' Hotel Plaza), applica le logiche del conflitto alle regole del commercio internazionale, usando proprio ‘geoeconomia’ come sostituto di ‘geopolitica’. 

Le strette interazioni fra rapporti commerciali  e rapporti di potenza non sfuggono certo a nessun scaltro lettore della economia politica mondiale, tranne a coloro che tendono ad interpretare la globalizzazione come guadagno reciproco progressivo e interdipendenza positiva (win-win). Luttwak, più solidamente, interpreta la finalità primaria delle politiche geoeconomiche, statuali e non, al raggiungimento o al mantenimento della supremazia tecnologica e commerciale, all' espansione e alla difesa dalla concorrenza delle proprie quote di mercato.---



Un diverso modo di intendere la peculiarità della potenza tedesca è possibile in base al concetto di «geoeconomia», formulato da Edward Luttwak. In un saggio pubblicato su The National Interest nel 1990 – quasi esattamente nello stesso momento in cui Maull classificava la Germania come potenza civile – Luttwak descriveva come, in alcune parti del mondo, il ruolo della potenza militare stesse diminuendo e le «tecniche commerciali» stessero sostituendo quelle «belliche», grazie alla disponibilità di capitali in luogo della potenza di fuoco, l’innovazione al posto del progresso tecnico-militare e la penetrazione nei mercati al posto delle guarnigioni e delle basi 24.

lunedì 25 aprile 2016

I due trattati transoceanici



Da Angelona Merkel, alla Hannover Messe, è arrivato un Obama a fine mandato a discutere di scottanti questioni, prima e prioritaria fra tutte il TTIP che, assieme allo speculare TTP, erano i due cardini della politica estera del Presidente USA. Se il TTP pone un cordone sanitario a contenere l' espansionismo cinese nel Pacifico, il Ttip cerca di limitare commercialmente oltre ai cinesi anche il gigante russo ora in difficoltà.  Ma più che l'imperialismo americano, legittimo come quello di tutti gli altri, sono i tempi di crisi nera dei profitti che sembrano farla da padrone su alcune scelte che la Germania dovrà fare in tempi stretti. In Ucraina come altrove la situazione può evolversi molto velocemente.

Le questioni sono tutt' altro che chiare: secondo un sondaggio della Bertelsmann Stiftung, il sostegno dei tedeschi a favore del Ttip -il trattato transatlantico di libero scambio- e del libero scambio in generale è crollato in due anni rispettivamente dal 55% al 34% e dall’88% al 56%. Questo la dice lunga sulla posizione scomoda di una Angela Merkel che si deve barcamenare tra una sempre meno scontata fedeltà atlantica, al netto di intercettazioni e big data, e una nuova collocazione europea e mondiale della sua Germania. E poi c'è la concessione dello status di economia di mercato alla Cina, su cui l'indecisione è tanta.

Insomma un guaio dietro l'altro e, considerando anche le questioni più strettamente europee -debito dei paesi latini, brexit (una bufale propagandistica più che altro), polemiche con la BCE ecc- forse il progetto originario di kerneurope di Schäuble (un gruppo core di paesi allineati agli standard  economico sociali tedeschi, l’Europa del nocciolo duro, a cui far seguire, in quale modo non lo sanno, un serpentone di economie progressivamente meno virtuose) potrebbe essere l' unica via praticabile, dopo le elezioni politiche dell'anno prossimo. Eppure una soluzione come questa non raggiungerebbe assolutamente la massa critica di capitali necessaria per l' attuale livello della competizione mondiale. A Berlino lo sanno ma pare non  vogliano assumersi l'onere delle tensioni che la loro stessa proiezione economica internazionale suscita, aspirerebbero a rimanerne al riparo senza esporsi troppo.

Questo recente articolo di Fabrizio Maronta riassume bene i termini economici e politici dei due trattati transoceanici, ponendo l'accento sul calo impressionante degli investimenti diretti esteri (anche se recentemente c'è stata una piccola accelerazione) e del totale degli scambi commerciali. L' autore sintetizza la situazione nella frase: "L’uso del commercio in chiave geopolitica abbisogna di un presupposto fondamentale: che vi sia di che spendere". In realtà il presupposto è che vi sia da guadagnare.


1. Correva l'anno 2001, 11 dicembre. Esattamente tre mesi prima gli attentati di New York e Washington avevano innescato una catena di reazioni destinate ad alterare profondamente gli equilibri globali. Ma al Centro William Rappard di Ginevra, sede dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto nell’acronimo inglese), andava in scena un evento non meno gravido di conseguenze. Quel giorno la Cina diveniva ufficialmente il 143° Stato membro della Wto e un negoziatore europeo, evidentemente conscio dell’enormità del fatto, si chiedeva se fosse «la Cina a entrare nella Wto o la Wto ad aderire alla Cina».

lunedì 28 marzo 2016

I fondi sovrani e la sindrome olandese

Cosa sono i fondi sovrani ? Se ne sente parlare a volte come gigantesche entità finanziarie che si muovono sui mercati alla ricerca di profitto e che muovono con loro le quotazioni di valute, indici e azioni. Tutto vero ma non finisce lì.  Il lungo estratto che segue (sforbiciato dal sottoscritto) ci spiega meglio la loro genesi e funzione e in particolare le loro correlazioni con le politiche monetarie e fiscali dei paesi che campano di rendita petrolifera.

Negli stati rentier, tramite l' azione dei fondi, si fa la scelta politica di affiancare alla rendita (petrolifera o mineraria) la rendita (finanziaria) e, pur diversificandole, non si sviluppano filiere per la produzione di nuove merci industriali, ovvero di plusvalore primario. Che è poi quello che costringe l' intera società a muoversi estesamente, sganciandola almeno in parte da chi invariabilmente amministra i proventi del oil export con la distribuzione di prebende. La tendenza a contrarre il male olandese* a mio modo di vedere rimane alta, così come -in tempi di alta volatilità- quella di sbagliare investimenti e di portare a casa ingenti perdite finanziarie. 

*Il “Dutch Disease” è stato quello dell’andamento dell’economia olandese a seguito della messa in produzione del grande giacimento a gas di Groningen. La sindrome è nota. La crescita improvvisa del settore energia si riflette in un declino del settore agricolo e di quello manifatturiero; il settore energia che cresce drena capitale dagli altri settori e ne aumenta i costi di produzione; le esportazioni in crescita rafforzano la moneta nazionale; il rafforzamento della moneta deprime la competitività internazionale delle produzioni interne di manufatti a vantaggio dei beni e delle merci importate; infine l' organizzatore statale si addormenta sugli allori delle abbondanti entrate fiscali e perde l' attenzione per i sempre nuovi imperativi posti dal andamento economico internazionale ---


I fondi sovrani (sovereign wealth funds, Swf), a discapito della loro crescente rilevanza, restano un oggetto relativamente misterioso. In generale, i fondi sovrani sono un gruppo eterogeneo di istituzioni finanziarie di proprietà pubblica che investono surplus fiscali o avanzi commerciali con logiche di accumulazione e diversificazione. Nello specifico, si tratta di fondi che originano principalmente dalle esportazioni delle commodities, in particolare petrolio e gas. Non a caso, buona parte dei fondi sovrani sono sorti in paesi e regioni del mondo ricche di risorse naturali quali il Golfo Persico, la Norvegia, la Russia ma anche la Malesia e il sultanato del Brunei. A fianco di questa prima categoria di fondi sovrani, vi sono quelli che non hanno origine dalla rendita delle risorse naturali, ma dalla capacità di penetrazione nei mercati esteri in una varietà di comparti differenti. Ne costituiscono esempi concreti i fondi dei grandi paesi esportatori come Cina, Singapore, Corea del Sud, e alcuni dei fondi di altri paesi emergenti.

mercoledì 23 marzo 2016

Aria di Grand Bargain allo scorso G-20 di Shanghai

Dopo il "big short" invernale le decisioni prese nelle ultime settimane dalle più importanti banche centrali del pianeta segnalano una piccola svolta nella guerra valutaria globale. La politica alla riscossa sull' economia ? Una rondine non fa primavera, storicamente non si esce dalla crisi se la distruzione di valore non sarà all' altezza: il redde rationem sul debito complessivo (finanziario, statale, industriale) è un' ombra onnipresente.---

Mi viene il sospetto che l’outcome del G-20 di Shanghai di 3 settimane fa, sia stato, alla fine, assai meno astratto e retorico di quanto osservabile  sulla base dei comunicati stampa. Ai tempi, molti osservatori avevano ritenuto che gli accenni ad una coordinazione delle politiche monetarie e fiscali (” We will consult closely on exchange markets” ; “we will not target our exchange rates for competitive purposes”) fossero troppo generici e indeterminati per costituire un cambio di stance.

 Eppure nelle  3 settimane successive abbiamo visto:

-L’ ECB virare distintamente verso il credit easing, sottolineando che la  leva dei tassi (e quindi la svalutazione) hanno in sostanza esaurito lo spazio in questa fase.
-La BOJ astenersi dal intervenire ulteriormente sul policy mix, nonostante lo yen scambiasse sui massimi da 15 mesi contro $
-La FED segnalare un ulteriore rallentamento del percorso di normalizzazione dei tassi, mostrando un’insolita attenzione per gli sviluppi finanziari globali e un’inedita rilassatezza nei confronti dell’inflazione.
-La PBOC, per contro, tagliare la  riserva obbligatoria subito dopo il  summit, incrementare le  iniezioni di liquidità, ma soprattutto gradualmente rafforzare lo yuan.

domenica 13 marzo 2016

L'euro si sottrae alla guerra monetaria?

tutti vogliono la stessa cosa...

All'interno della caduta, appunto, tendenziale del saggio di profitto le controtendenze non sono semplici escamotage ma segnano significativamente sia le fasi espansive sia quelle di maggior criticità che il processo d'accumulazione continuamente pone. L'esportazione di capitali "maturi" verso terre più vergini, verso altri luoghi -o altre funzioni- più friendly in cui riprodursi è un effetto controtendenziale e al contempo anche causa del necessario ampliamento della sfera d'influenza fino alla  formazione del mercato mondiale -in cui si apre alla crescita capitalistica di alcune aree e la stagnazione o la decadenza di altre, in virtù di uno sviluppo che deve essere diseguale, altro che rapporti win-win.

mercoledì 9 marzo 2016

La crisi italiana del 1964


Propongo qui un interessantissimo studio su un momento particolare del capitalismo italiano in cui notare l'insorgere progressivo di alcune problematiche che fino ad oggi la società borghese italiana ancora non ha affrontato: la lista Falciani testimonia come dati a 50 anni la necessità dell' allocazione di capitali -da tutta Europa, ben inteso- verso la sfera finanziaria delle fiduciarie e banche svizzere. La finanziarizzazione dell' economia "reale" risponde a logiche ben precise, prime fra tutte la inadeguata redditività media dell' investimento industriale congiunta all' imperativo della ristrutturazione del capitale tecnico. L' autore qui ha saputo cogliere uno dei momenti chiave di un processo che, chiudendo il boom del dopoguerra, ci conduce, attraverso molte peripezie, alla stagnazione attuale.

La crisi che si produsse in Italia nel 1964 e la reazione che il capitale nazionale organizzò per superarla, mostrano in concreto quanto contraddittoria sia la dialettica dell’accumulazione capitalistica. Qui di seguito ci limitiamo a ricordare i momenti essenziali di questo concreto processo. Dopo un ciclo espansivo durato circa un decennio, l’economia italiana, i cui indiscutibili successi si erano fondati sul binomio salari bassi-esportazioni, accusa già alla fine del ‘63 un rallentamento che alla fine dell’anno successivo assunse i chiari caratteri della crisi. Questa crisi ha avuto importanti risvolti sia sul terreno strettamente economico, con l’avvio di una significativa stagione di ristrutturazione tecnologica delle grandi imprese, con una più incisiva concentrazione del capitale e con lo sviluppo di un seppur ancora troppo ristretto sistema creditizio moderno; sia sul piano degli equilibri politici e sociali del paese, con la nascita del secondo centro-sinistra e l’apertura di una lunga stagione rivendicativa incentrata sulla richiesta di aumenti salariali. La caduta del saggio del profitto trova puntuale riscontro nelle cifre (in aumento progressivo) relative all’esportazione clandestina dei capitali, la quale tradiva la relativa arretratezza del capitalismo italiano di quei tempi, e alla speculazione edilizia. Qualche anno dopo Sylos Labini scriverà in un noto saggio che «speculazioni edilizie, esportazioni di capitali ... sono aree economicamente inquinate da un punto di vista capitalistico», fenomeni che egli, gramscianamente, spiegava con la “solita” arretratezza del capitalismo italiano (93), palesando con ciò tutto il moralismo e tutta l’ignoranza di cui è capace la “scienza” economica borghese odierna, soprattutto quella di “sinistra”.

venerdì 12 febbraio 2016

The big short

« Nulla può quindi essere più sbagliato e assurdo che presupporre, sulla base del valore di scambio,
 del denaro, il controllo degli individui associati sulla loro produzione complessiva”


La finanziarizzazione è strettamente collegata al macchinismo e alle esigenze dell'economia di scala: indebitarsi per ammodernare ed ampliare continuamente gli impianti - cambiando di rimando la forma dell' organizzazione e il comando sul capitale variabile, per acquisire o fondersi con la concorrenza, per ricoprirsi dai chiari di luna del mercato: il capitalista finanziario è servito!

L' enorme montagna dei capitali che partorisce un topolino di plusvalore (l' indicibile plusvalore che idrata le cellule del mostruoso organismo!) subisce una svalutazione sistematica che solo temporaneamente le diverse governance monetarie possono arginare, agendo sul valore internazionale della divisa e sul costo del debito.

giovedì 4 febbraio 2016

La strana parabola dello shale oil


Ciò che efficiente oggi, dal punto di vista del profitto, già domani all'improvviso non lo è più e neanche i soldi a interessi zero dei vari piani TARP possono rianimare un ramo industriale buttato fuori mercato. Ma il capitalismo è così: vive nella crisi la sua normalità e solo così eleva, aggiorna ed affina le tecniche  di estrazione del valore.---


Dire che il 2015 è stato un anno difficile per il settore del petrolio e in particolare per lo “shale oil”, quello estratto dalle sabbie bituminose, è un eufemismo. Per gli Stati Uniti, la rivoluzione promessa, e in buona parte realizzata negli ultimi tredici anni, era di rendere il paese indipendente a livello energetico grazie proprio al petrolio di scisto. Il problema è che ora questa trasformazione si sta capovolgendo a sfavore di alcune imprese e dei loro lavoratori americani.

Il tasso di chiusure delle società che si affidano alla tecnica del fracking infatti è cresciuto drammaticamente; solo negli ultimi sei mesi del 2015 ha portato alla bancarotta o all’amministrazione controllata un terzo degli operatori americani. Le conseguenze più immediate riguardano i lavoratori e le società che restano a fronteggiare la tempesta. Una tempesta perfetta, si è detto, dovuta soprattutto alla caduta dei prezzi del petrolio, ai minimi storici da sedici anni, alla sua sovrapproduzione e alla scarsa domanda delle economie dei BRICS. 

martedì 26 gennaio 2016

Rimetti a noi i nostri debiti-il sistema bancario italiano in scena a Davos


Nuova puntata del romanzone che personalmente ho intitolato "Vedi l'Europa e poi muori". Non sono improvvisamente diventato un sovranista, più pragmaticamente penso che tra Repubblica Italiana ed Europa unita è un match Italia-Germania in cui, come va va, me lo piglio in quel posto a prescindere. Ma cosa sarà mai che la settimana scorsa ha scardazzato così a fondo le quotazioni delle banche italiane? I famosi NPLs ? Oppure le difficoltà  a far digerire a Bruxelles la nostrana bad bank? Nooo! Risibili le spiegazioni di Draghi sui questionari inviati alle 6 italiche banche "mal interpretati" dai mercati, vagamente complottista l'insinuazione di Padoan: " i nomi delle banche italiane a controllo sono stati diffusi immediatamente". La commedia planetaria più è ad alti livelli più mi fa ridere, per non piangere ovviamente, ma è sempre e comunque rivelatrice della guerra tra sovranità nazionali, alla faccia di chi le vede sul viale del tramonto. Di seguito una spiegazione, presa dall'Huffington Post di qualche giorno fa di Paola Pilati, di cosa si è mosso nel dietro le quinte di Davos per quel che riguarda la guerra in Europa. Anche interessante, dal punto di vista politico, le 6 pagine del paper della Luiss a cui si fa riferimento: c'è il link.---


Matteo Renzi farebbe bene ad accelerare il suo appuntamento con Angela Merkel, previsto il 29 gennaio. Perché la vera ragione della tempesta perfetta che ha messo in ginocchio le banche italiane non sta nell'isteria collettiva, nella speculazione, nel crollo del petrolio, nel rallentamento della Cina. Ma sta in Germania, e a un indirizzo preciso: la Bundesbank. Non diciamo che la banca centrale tedesca ne sia il mandante, per carità, ma è da Francoforte che partono tutte le perplessità sul sistema bancario italiano, e dove stanno maturando proposte che puntano a mettere un cappio ai paesi con debito pubblico troppo alto come il nostro, per evitare che i meccanismi di salvataggio europei possano salvare i peccatori a spese dei virtuosi.

venerdì 1 gennaio 2016

Enclosure: il land grabbing africano


Nel tentativo di verificare sul campo le migliori analisi teoriche sulle modalità con cui il Capitale tende ad espandere in continuazione la propria base ri-produttiva, sia in estensione che in intensità, oggi esamino un fenomeno che in Europa fu tipico, ma non lì confinato, dell' epoca dell' accumulazione originaria: l' enclosure delle terre, qui nella peculiare formulazione che assume oggi, ma non da oggi, nel continente nero. Collaterale al cambio di proprietà, la  risposta di chi ci smena da questo processo sembrerebbe non cogliere l' inevitabilità della concentrazione dei mezzi di produzione agricola, la creazione di uno sfruttamento economico di scala. Non uso per metodo l' analogia storica ma anche qui, oggi, la protesta -con ONG occidentali come speaker, forse anche proprio grazie a questo- parrebbe essere condotta in nome degli interessi della comunità contadina e pastorale -storicamente radicata contrapposta al Capitale; quella comunità che sovente contiene già la struttura, differita nel tempo e quindi poco appariscente, che porta al suo proprio tramonto, magari accelerato da mani forestiere.
Di seguito un' ottima analisi di Giuliano Martiniello sul fenomeno di espropriazione delle terre - pubblicata sull' ultimo numero di Limes dedicato alla questione africana. Contesto all' autore solo una aspettativa un pò astratta circa il Diritto, da quello locale a quello internazionale.---


1. L’8 APRILE 2012, NEL DISTRETTO RURALE di Amuru nell’estremo Nord dell’Uganda, al confine con il Sud Sudan, è scoppiata una veemente protesta, guidata da un nutrito gruppo di donne. A scatenarla, il tentativo del governo di Kampala e della compagnia Sugar Works di avviare i lavori per una piantagione di canna da zucchero di circa 40 mila ettari. Storie analoghe si sono moltiplicate negli ultimi anni, non solo in Africa, spingendo ong internazionali, gruppi di monitoraggio per i diritti umani, organizzazioni di comunità e movimenti sociali a denunciare l’ondata di acquisizioni di terra su larga scala, definendole in termini negativi come «land grabbing». Dall’altro lato della barricata, Stati e istituzioni finanziarie internazionali classificano invece questo processo come un’opportunità di sviluppo, tracciando linee guida non vincolanti per favorire forme di «investimento responsabile».

I media internazionali hanno avuto il merito di aver attirato l’attenzione su temi scottanti come le espropriazioni della terra, le devastazioni ambientali, la sovranità alimentare e la gestione delle risorse idriche. Tuttavia, essa ha contribuito a costruire una narrazione ipersemplificata che impedisce di cogliere la storicità e le specificità del fenomeno delle acquisizioni territoriali.

sabato 19 dicembre 2015

Il crude prezzo del oil

 se tu credi che il carbone /  bruci meglio
è un abbaglio /  è petrolio

La riunione Opec del 4 dicembre ha messo chiaramente a nudo, dopo un anno di oro nero a prezzi di saldo, le strategie dei paesi Opec rispetto a quelli esportatori extra-Opec e al contempo quelle interne all' organizzazione stessa tra paesi che si scornano da decenni, Iran e Arabia tanto per ribadire, gocce mediorientali di imperialismo globale

"Il ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zangeneh, ha detto, prima della riunione odierna, che Teheran discuterà di cosa fare solo quando il suo Paese avrà raggiunto pieni livelli di produzione, se e quando le sanzioni occidentali saranno tolte." Ciò detto di rimando a: "il ministro saudita Ali al-Naimi in precedenza aveva detto che spera in una crescita della domanda globale tale da assorbire il balzo della produzione iraniana il prossimo anno. "Ognuno è benvenuto a entrare nel mercato"." 

La speranza, tutta diplomatica -cioè falsamente friendly, del ministro saudita è stata successivamente stroncata , dieci giorni fa, dal report del International Energy Agency (IEA) che prevede che l'eccesso di offerta potrebbe aumentare a livello globale il prossimo anno.