Visualizzazione post con etichetta Trump. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Trump. Mostra tutti i post

domenica 15 dicembre 2019

I live by the river


Per quel che ne so, non si è votato sul pessimo programma del Labour ma sul "finiamo questa storia: prima usciamo e poi vediamo". In ogni caso la Gran Bretagna non ne esce bene -la grana scozzese aspetta solo le prossime elezioni 2021 per scoppiare- e persino i Tory, inglobando ora tanto voto working class, ne uscirà totalmente trasformato. Nel loro programma si è preventivamente sorvolato sulla spesa pubblica.

Il progetto EU ne esce anche peggio.

Dalla tradizione di sinistra non solo è opportuno congedarsi ma occorre congedarsi velocemente pure dal congedo stesso. Se il termine di paragone rimane la sinistra borghese, variamente mutaforma e invariabilmente al fianco dello status quo sociale -mentre avversa senza vittorie quello politico, si vivrà oscillando fra "prima era meglio" e "un altro capitalismo è possibile", un opportunismo strutturale insomma, respingendo ciò che è inusitato in questo tempo feroce. 

Questo è un mio commento scritto a proposito della vittoria di Bojo alle elezioni nel Regno Unito e della speculare disfatta dei laburisti. Sotto invece articolo di Limes in cui si ricapitolano le tappe che portarono al progetto europeo, argomento già trattato abbondantemente nel blog, tanto per ribadire quanto poco ci sia da confidare nel futuro del vecchio continente, tra un pò ci sarà anche il tweettarolo a darsi da fare---




Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della disintegrazione. Potenti tendenze centrifughe scuotono oggi dalle fondamenta l’Unione Europea, oscurando il solare e ingenuo ottimismo di quanti all’alba del nuovo millennio avevano salutato l’introduzione dell’euro e l’allargamento verso est come l’annuncio di un’Europa ormai geopoliticamente e culturalmente unita. L’Unione, questo si diceva, non solo si stava affacciando sulle grandi questioni di sicurezza e difesa, ma con l’affermazione della sovranità monetaria su diversi paesi europei aveva raggiunto un monopolio finora riconosciuto solo agli Stati nazionali. La cultura politica del totale ottimismo, come l’ha definita Majone 1, dominava il dibattito politico, accademico e mediatico. «L’Europa ha garantito cinquant’anni di stabilità, pace e prosperità economica», diventando «un modello di integrazione regionale in tutto il mondo», dichiarava trionfalmente il Libro bianco sulla «governance europea» della Commissione (2001).


domenica 25 agosto 2019

Jackson Hole meglio che Biarritz

"In the longer term,
we need to change the game"


Weekend di incontri internazionali sotto i minacciosi nuvoloni delle crescenti tensioni attorno ad un sempre più difficile accordo sui dazi. Lo scricchiolio del decennale ciclo espansivo americano potrà essere decisivo in merito, non a caso Trump si sta orientando, per le prossime presidenziali, sulla linea di marketing "usato sicuro", abbandonando quella da "unto del Signore".

Poi ci sono gli abitanti di Hong Kong -fra i manifestanti si vedono molte classi sociali e di età- che ci hanno preso gusto a rompere le uova nel paniere dell' impero di Mezzo. Forse il controllo è diventato così soffocante da richiedere a tanti atomi sociali di gettare il proprio corpo nella lotta?

domenica 11 agosto 2019

Summertime

Tempo d' estate, tempo di mare. Pare s' andrà votare, anzi forse no. Propendo per un governo del presidente che in fondo va bene a tutti, anche ai dirigenti leghisti, cioè praticamente l' incarnazione della maggioranza di chi va a votare. Nel paese dove vivo, poche migliaia di anime in quel centro italia che consuma esattamente quanto produce, di tradizioni comunista quanto democristiana, la lega alle europee ha preso il 42%. Alle politiche la media nazionale. Qui vanno a votare dicendo che un secolo fa i fascisti, quelli passati alla storia intendo, picchettarono i seggi per impedire il voto. Non ho neanche la forza di obbiettare che forse a distanza di un secolo almeno il sospetto che già allora andare alle urne non fosse stata una gran idea gli sarebbe potuto venire. Andarci oggi poi. Non fossi così spossato mi piglierebbe una risatina ilare.
 
La situazione economica internazionale invece mostra crepe sempre più ampie: la earning season americana ha visto in parte fallire e in parte confermare le previsioni sugli utili del trimestre scorso  ma quello che risalta di più è la generalizzata riduzione delle prospettive per i prossimi trimestri, un abbassamento della guidance che coinvolge tutti i rami produttivi inclusi i beni ciclici.

domenica 9 giugno 2019

For what it's worth - il massacro di Pechino





 There's something happening here
What it is ain't exactly clear


Proseguendo nella linea editoriale modello "gazzettino finanziario mondiale", ho trovato questo bel grafico che ci illustra che il nero sull' economia capitalistica è appena agli esordi, prima che l' accordo sul commercio fra USA e Cina saltasse:

"Il mercato nel mese di Maggio ha fatto suonare la sveglia un po per tutti: "Houston, abbiamo un problema." Ed a mio parere la Fed può pure tagliare n volte... ma l' impatto a questo giro sarà molto debole nei fatti, se non buono per fare (appunto) qualche rimbalzello per un po' di brivido in più. Questo lo dico perché la tipologia di slowdown che si trovano di fronte stavolta non è un semplice rallentamento fisiologico da fine ciclo... ma è un qualcosa di autoinferto... qualcosa che impatta sulle supply chains costruite negli ultimi 20/25 anni e che avrà, se non si fermano in tempo, degli impatti epocali sulla geografia dei flussi commerciali e sulle architetture di interi sistemi paese. Insomma, non è per nulla uno scherzo. Le banche centrali possono al massimo attutire (forse) l' impatto ma il botto lo si sentirà certamente. Hai voglia a tagliare i tassi... se il global trade collassa (come sta accadendo dati alla mano...) purtroppo hai poco da fare."

Ora cambiamo argomento, ma non troppo, perchè tutto si tiene. Dal sito Chinafiles una ricostruzione di Tian' anmen (e scopriremo che è meglio chiamarlo "il massacro di Pechino" ) 30 anni fa, in quel particolare 1989, quando parecchi operai e molto pochi studenti si stufarono di una vita invivibile, così com' è sottoposta agli scossoni che ogni fase dello sviluppo capitalistico impone ovunque. Tutti vogliono vivere in pace, solo che per i più proprio non si può.---



Crediamo un po’ tutti di sapere qualcosa di quanto è successo in Cina, in particolare a Pechino, trent’anni fa. Classifichiamo genericamente i «fatti di Tian’anmen» come caratterizzati da proteste e richieste di riforme democratiche da parte degli studenti e dalla dura risposta del Partito comunista che portò al «massacro di Tian’anmen».
Sappiamo anche che Pechino ha cancellato quelle giornate dalla storia: non se ne parla, non se ne può parlare, non si trova niente al riguardo sulla rete cinese «armonizzata», ma non sarà più facile trovare un giovane cinese che ne sappia qualcosa. Questi sono tutti fatti piuttosto noti. In verità, però, nelle giornate di maggio e giugno 1989 confluirono molti più elementi.
Intanto in piazza c’era molta gente, studenti e non solo. Certo, le storie dei «leader» della piazza pechinese hanno avuto ampia attenzione mediatica anche anni dopo i fatti: alcuni sono riusciti a scappare, grazie alla solidarietà di molte persone; alcuni hanno raggiunto Hong Kong e da lì sono poi volati negli Stati Uniti.


domenica 19 maggio 2019

Il capitalismo non è eterno

È per sottrarsi a questo fato minaccioso che uomini, che, or sono quarant'anni, non vedevano salute che nel libero scambio,
oggi invocano con fervore il protezionismo pur tentando mascherarlo coi nomi di «commercio leale» e di reciprocità di tariffe. 


Alla fine il trade deal USA-Cina non è andato in porto, e comunque non sarebbe stata che una tregua. Le avvisaglie sono state quei inaspettati cedimenti americani sulla vitale questione della proprietà intellettuale, annunciati a fine aprile. Una finta, in realtà si chiedeva che  la Cina ammettesse implicitamente il furto e l' hackeraggio di brevetti USA. I cinesi si sono incazzati e hanno fatto saltare il banco. A me sembra che sia una prova di forza dei cinesi che forse ipotizzano di ridiscutere la questione con un altro presidente americano.

La risposta dura su Huawei degli americani e poi in controrisposta la svalutazione dello yuan, unitamente ad una asta di obbligazioni 10 anni americane andata vuota, hanno definitivamente chiuso la trattativa. In seguito a questo anche l' apertura di un fronte europeo dei dazi da parte di Trump è rimandata, questa è una buona notizia per gli europeisti.

Si chiude con questo articolo tratto dall' ultimo numero on line di n+1, il sito è quinterna.lab. Trovo che la rivista, radicata nelle vicende della sinistra comunista italiana, sia  un ottimo punto di vista per guardare al nostro complicatissimo presente, gravido di difficoltà come di possibilità. Devo dire che a volte vi trovo un uso disinvolto del marxismo, ma fa niente. Preziosa la visione di insieme che si offre, in particolare di una politica che letteralmente non gliela fa più a starci dietro.



Nella migliore delle ipotesi l'inconsistente anticapitalismo odierno si basa su di una critica morale a una cattiva ripartizione del reddito. L'operaio sarebbe sfruttato perché pagato "poco". Subito dopo, nella corrente scala dei valori, viene la teoria del cosiddetto attacco padronale: il capitalismo sarebbe un sistema taroccato per avvantaggiare i capitalisti a spese dei lavoratori. C'è chi dice, addirittura, che siccome nella formula del saggio di profitto il capitale costante e quello variabile (impianti e salari) sono al denominatore di una frazione, i capitalisti tramerebbero a favore della guerra generale, in modo da riequilibrare il sistema distruggendo capitale e ammazzando operai.

domenica 3 febbraio 2019

De-globalizzazione monetaria ?

it's gas !

I rapporti fra divise prezzano i rapporti di forza fra le varie aree capitalistiche, dove però la trasmissione non è affatto 1:1.  Non è detto che la supremazia la si misuri meccanicamente con il metro di una moneta forte, ma con la possibilità di poterla posizionare dove conviene in quel momento.  L' U-turn del governatore Fed Jerome Powell sui prossimi step di rialzo dei tassi d' interesse è eloquente. A mio avviso anche questa lunga querelle politica sullo shutdown è concordata fra democratici e repubblicani per non far irrobustire troppo il biglietto verde, visto che gli USA sono gli unici al mondo a ritrovarsi un' economia che così ancora per un pò strapperà al rialzo mentre Cina ed in particolare l' Europa arrancano, il Giappone così così. Si sta cercando di porsi nel terreno migliore per riprendere quel pò di  controllo politico, nella misura del possibile, sui flussi finanziari globali, quelli stessi che determinano e sono espressi nelle loro operazioni dal dollar index, il rapporto di cambio del dollaro contro un paniere di monete.  La globalizzazione esprime tali asimmetrie che l' ente statuale, se riprendesse un minimo di controllo del proprio mercato interno, il  più ricco del mondo, ritroverebbe una rinnovata fonte di potere e legittimazione. Da qui un' altra prospettiva per leggere le esigenze  di aprire la  trade war contro Cina e EU.

A questo proposito negli ultimi mesi l' EU sembra perdere rapidamente punteggio sul piano economico e politico, le troppe faccenduole gestite con i piedi a partire dalla Grecia per giungere al labirinto della Brexit fanno pari con l'oramai sempre più evidente gap tecnologico  rispetto ai principali concorrenti, in primis nello sviluppo dell' intelligenza artificiale e dei big data. Mai come in queste settimane le borse europee aprono e chiudono strette tra gli umori prima di Tokyo e Shangai e dal pomeriggio in poi di New York. Il trattato di Aquisgrana, firmato in settimana da due leader fortemente indeboliti, getta ora le basi per un impegno franco-tedesco in campo militare, a quasi 30 anni da Maastricht. Gli analisti americani ancora ci ridono.

Tratto da Aspenia, l' articolo di Maurizio Sgroi ci parla dei complicatissimi equilibri, in egual misura geo-politici e geo-economici- in cui fluttuano le principali valute di scambio internazionale. Ancora una volta le relazioni in campo energetico sono un punto di vista privilegiato--- 


Nulla racconta meglio del tramonto di un impero quanto osservare le vicissitudini della sua moneta. Cento anni fa, quando ancora il mondo degli affari era denominato in sterline, la Grande Guerra segnò l’inizio del tramonto per il dominio di Londra nel mondo finanziario. Ma ci vollero alcuni decenni prima che la sterlina perdesse la sua supremazia. Solo nel secondo dopoguerra il dollaro si affermò definitivamente come principale valuta di riserva, nonché quale strumento del commercio internazionale e finanziario. La sterlina rimase dignitosamente a far presenza, come capiterà allo yen alcuni decenni dopo e più tardi ancora al giovane euro e al giovanissimo yuan, che solo di recente ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel Grande Gioco valutario.

domenica 20 gennaio 2019

Sussidi a tutto campo

In attesa che riprenda lo scontro sui dazi  USA-EU, che non mancherà di riaccendersi dopo la tregua Trump-Juncker siglata in agosto, tregua dettata dall' urgenza di badare ad altri fronti, una rappresentanza delle parti trainanti dell' industria europea, cioè quella automobilistica e chimica tedesca, sembra richiedere  segni di svolta nelle linee guida che hanno caratterizzato fino a ieri la politica industriale e commerciale continentale (cioè confacente al modello tedesco).

Si prende atto della persistenza della crisi globale dei profitti, del mutamento di clima politico e si asseconda il diffondersi del protezionismo; siamo vicini alle prossime elezioni dopo tutto. La frenata europea (economica e politica) occorsa nel secondo semestre 2018 era già stata intravista e si chiedono interventi.

Come si leggerà, - l' articolo è di pochi giorni fa, di Jacob Hanke, ma il TDI si è tenuto nel settembre 2018- le problematiche vertono alla fin fine sul ruolo organizzativo-complessivo del ente statuale (che, nel caso comunitario, sembra depotenziato) in merito alle tattiche e strategie che portano - o meno- un' area del sistema-mondo al successo capitalistico. La debolezza della politica imperialista europea  viene fuori tutta, mentre  per i diretti concorrenti si può parlare ad esempio di China complex.---


L'industria tedesca ha lanciato oggi un'importante offensiva per garantire che la prossima Commissione europea prenda una linea più dura sulla Cina. In vista delle elezioni europee di quest'anno, la federazione industriale più influente della Germania chiede a Bruxelles di innalzare le difese dell'UE contro quella che considera una concorrenza sleale da Pechino. Fondamentalmente, il suo piano in 54 punti, ottenuto da Politico ["Politico" è la rivista da cui ho preso questo articolo], cerca un più potente ruolo per l' unità che si occupa della concorrenza nella Commissione Europea, mentre l'UE cerca di combattere le esportazioni sovvenzionate della Cina, la sua sovracapacità industriale e le acquisizioni societarie. Le proposte della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI) offrono un segnale che Berlino e l'UE potrebbero gravitare verso una posizione più dura contro Pechino dopo la partenza dal blocco dei 28 del Regno Unito, più favorevole alla Cina.


domenica 16 dicembre 2018

L' incerto futuro del WTO

" La catena è costituita da anelli che alternano accordi e conflitti in un ritmo sempre più rapido dove le stesse potenze stabiliscono alleanze pacifiche per una zona mentre sono in conflitto per un'altra. "


Articolo ottimo esempio di come le regole borghesi cristallizzano una situazione pratica precedente alle regole stesse e quindi sempre alla rincorsa rispetto ad essa, rispetto alle rapide, sempre più rapide, evoluzioni della prassi sociale capitalistica. Trump così ha aperto un contenzioso per ora formalmente giuridico con il WTO, ma potenzialmente eversivo per le sorti dell' organizzazione.
Il mio interesse per il commercio globale è finalizzato a cercare di farmene una mappa e con essa un' idea del complicato gioco del rapporto fra le varie monete, legato a sua volta a doppio filo ai flussi finanziari al seguito delle merci. Se un giorno ci arrivassi, il fine ultimo sarebbe avvicinarmi a comprendere meglio l' esportazione di capitale, là dove il profitto estorto si fa interamente rendita - o tasso d' interesse. Evangelicamente, le vie dell' imperialismo sono infinite.
La scadenza del 10 dicembre cui si fa cenno nell' articolo è passata: gli sherpa del capitale riuniti a Buenos Aires, come previsto dal giornalista, sono giunti ad un bel nulla di fatto.---

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha le sue armi puntate oggi sulla Cina, ma una guerra più grande si sta preparando alla World Trade Organization - dove è in gioco il futuro del sistema commerciale globale. Negli ultimi due anni, gli Stati Uniti hanno bloccato le nuove nomine all' organo di appello dell'OMC, di fatto la corte suprema dell'organizzazione per le controversie commerciali. E a meno che non vengano stabilite nuove nomine entro il 10 dicembre 2019, la compagine della corte scenderà al di sotto del numero necessario per decidere sui casi. In effetti gli Stati Uniti stanno minacciando di mettere in secondo piano il coronamento dell'OMC - un forte meccanismo di risoluzione delle controversie - dando al resto del mondo solo un anno per offrire concessioni sulla riforma negli Stati Uniti, per cercare altre opzioni o per affrontare un mondo dove il meccanismo si disintegra. Con l'ascesa di un nuovo potere globale - la Cina - l'amministrazione Trump potrebbe aver già deciso che questo strumento commerciale, una reliquia dell'era della Guerra Fredda, non merita di essere aggiornato.

sabato 24 novembre 2018

La diplomazia delle cannoniere

Update sulla trade war, il pezzo sotto ne illustra le ultime novità. Dall' articolo emerge chiaramente quanto i rapporti inter-imperialistici si animino parecchio quando in ballo c'è il primato tecnologico, cioè il plusvalore nella sua forma meno contendibile dalla concorrenza: quella relativa. Inoltre si coglie, fra le righe e in una certa misura, la sensazione per gli USA di essere sotto attacco, sensazione che viene da decenni periodicamente alimentata. Questo è quanto, così vanno ad incontrarsi Trump e Xi nel fine settimana prossimo al G20 di Buenos Aires.---

Ulteriore aggiornamento del 9 Dic: la cena tra Trump e Xi-Jinping di sab 1, alla cui fine è stata annunciata la tregua di 90  giorni per trovare un accordo sui dazi, era un coup de theatre visto che poche ore prima era stata arrestata in Canada la vice presidente, e figlia del fondatore, di Huawei tecnologies, arresto effettuato su spinta americana, il pretesto è l' aver scavalcato l' embargo di tecnologie americane verso l' Iran attraverso una triangolazione con al centro Huawei appunto. Mala tempora currunt !

L'ultima Guerra dell'Oppio è finita 176 anni fa, ma Pechino ricorda bene la battaglia, in particolare l'inclinazione dell'occidente per la diplomazia delle cannoniere. I ricordi della coercizione e dei blocchi occidentali hanno già spinto la Cina a rafforzare la marina del paese e ad adottare misure aggressive nel Mar Cinese Meridionale per soddisfare due dei suoi imperativi strategici prioritari: prevenire qualsiasi invasione sulla costa orientale e assicurare le rotte commerciali marittime.


lunedì 12 novembre 2018

Gli ultimi apologeti



I cinesi sembrano gli ultimi apologeti della globalizzazione nella versione win-win, nel mentre brexit, il sovranismo europeo, il Brasile, quel che può il Giappone e in particolare la politica trumpiana -che mira a mantenere l' egemonia con il minimo  di  manutenzione ordinaria riducendone al contempo i costi- rimandano ad un ripescaggio della economia inter-nazionale a guida geopolitica.

Sicuramente dopo gli anni dei G8 e G20 post-2008, quando nulla è successo rispetto all' aspetto finanzario della crisi, si è preso atto dell' impossibilità di una politica collegiale che controlli e contenga le interconnessioni e le scorribande dei flussi finanziari globali. Un intervento auspicato ma totalmente onirico all' interno della accesissima competizione  per l' accaparramento di quote di quel  plusvalore prodotto -con sempre maggior difficoltà- sul pianeta. Capitalismo come lotta fra capitali contrapposti.

La crisi persiste neanche tanto sotto pelle, nonostante gli USA in particolare abbiano imbroccato un ciclo espansivo ma difficile da stabilizzare (cruciale sarà il soft-landing monetario) e ancora più da far ricadere ai piani bassi dell' edificio sociale. Per il resto del capitalismo maturo qualche punto base di  crescita del PIL non è che un cerotto messo a tappare un' emorragia, a frenare le paure di ceti medi terrorizzati di vedersi tolti gli agi residuali, una rimanenza di distinzione da un proletariato che è rimasto nell' indigenza e nella disoccupazione. Vanno ancora a votare, pensando solo ai torti subiti. L' ironia è che tutto sommato si va avanti per ora quietamente.

Ma torniamo al Celeste Impero e al suo mastodontico progetto infrastrutturale BRI. Un progetto che tutti accreditano come la prosecuzione delle politiche export oriented che hanno fatto della Cina la fabbrica del mondo.  Invece mi pare che sia via via sempre più un progetto che ha un impronta di natura geopolitica. Ma in fondo che differenza fa, l' imperialismo è uno e trino.

"L’Europa e la Cina, già dieci anni fa, avevano lo stesso problema, quello di avere sistemi economici basati sulle esportazioni. La dirigenza cinese, più intelligente, flessibile e illuminata, ha sempre avuto piena consapevolezza della fragilità di un modello di questo tipo, ha ancora tirato la corda per qualche anno per sistemare le sue cose e poi ha avviato un processo di ribilanciamento dalle esportazioni ai consumi che ha ridotto il suo surplus delle partite correnti a un modesto 1.2 per cento." Le dinamiche che spingono verso la terziarizzazione sono sostenute, incentivate e per quanto possibile accelerate.

E allora perchè perseguire questo gigantesco progetto -nonostante l' aria di recessione tiri anche da loro- a partire proprio dal 2015, quando la fuoriuscita contemporanea di masse di capitali esteri provocò un mezzo crash finanziario ? La dirigenza cinese  ha chiaramente tutta l'intenzione di bypassare il controllo americano sulle rotte commerciali del sud-est asiatico, raddoppiandole via terra, e di attrarre nella propria sfera finanziaria tutta l' area interessata dai flussi, così assicurati, delle proprie merci e delle varie supply chain, comprese le forniture di competenze, beni e materie prime. Una visione di lungo periodo che sembra non aver paura di affrontare quel vasto e instabile insieme di scacchieri. Un atteggiamento che non mancherà di essere confrontato con quello americano.---


In un arco temporale di soli trent’anni, con un modello di crescita basato sui suoi vantaggi comparati e fortemente vocato agli investimenti e alle esportazioni, la Cina è stata protagonista di un rapido sviluppo da paese agricolo povero a potenza industriale globale, diventando nel 2010 la seconda economia del pianeta. Dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, tuttavia, e di fronte alla frenata dell’economia globale, molti paesi, compresa la Cina, hanno cercato nuove soluzioni per stimolare o sostenere la crescita. In effetti, in un mondo post-Trump e post-Brexit nel quale l’America e il Regno Unito stanno entrambi – concretamente o simbolicamente – puntando a sganciarsi dalla globalizzazione, l’aspettativa diffusa è che Pechino svolga un ruolo più importante nell’economia globale. L’economia cinese oggi vale qualcosa come 12.000 miliardi di dollari, e negli ultimi anni ha contribuito a circa un terzo della crescita economica mondiale.

martedì 17 luglio 2018

Noi contro noi ?

Dialogando con una compagna, che usava la successione in fasi da keynesiana a neo-liberista,  obbiettavo che " i paesi leader del capitalismo mondiale hanno sempre proceduto con il doppio passo".  Dicendo questo non intendevo contestare la periodizzazione storica dal novecento fino a noi in keynesismo di guerra-di pace-neoliberismo ma intendevo contestare quel che di ideologico, a mio avviso, vi è contenuto. E' vero che: " lo Stato ha perso ruolo quale regolatore del meccanismo della riproduzione sociale, di garante e interprete dei principi costituzionali e della loro estrinsecazione nella sfera della legislazione, lasciando esposto il lavoro alla condizione darwiniana del mercato"; è altrettanto vero che la statalizzazione dell'economia ha preso sempre più spazio quantitativo e in progressione geometrica proprio a partire dal palesarsi della fine della fase keynesiana. Insomma la profondità della dialettica Capitale-Stato è tutta da capire e non ci si può accontentare -come vuole l' opinione comune e non della compagna in questione- di assegnare una  posizione ancillare ad uno o all' altro [ ironicamente, il grafico di Bloomberg ne illustra un singolo aspetto].

A questo proposito articolo del 2012 di Quinterna.org che guarda alla unità dinamica dello  Stato e del Capitale, al loro rapporto contraddittorio -e proprio in virtù di questo- di rivitalizzazione reciproca,  al fatto che la crisi degli Stati esprime sempre più chiaramente la mutata distribuzione dell' interesse generale borghese che ha assunto forme compatte a livello planetario e sempre più particolari e puntiformi a livello locale. La asfittica vicenda europea oppure le provocazioni "avanguardistiche" di Trump  di questo parlano: i tanti personaggetti in scena si affannano a cercare di strutturare e trattenere a livello nazionale il fugace momento espansivo dell'  economia, forse già al suo epilogo.---


La tesi che sta alla base della presente esposizione è semplice: più Stato non vuol dire meno capitalismo bensì il contrario; nello stesso tempo vuol dire capitalismo vecchio e decrepito, che ha bisogno di medicine salva-vita per evitare il collasso. Quali sono i sintomi? C'è una cura? I sintomi cercheremo di descriverli, la cura semplicemente non c'è più.


domenica 1 luglio 2018

Il petrolio nella guerra dei dazi


Ennesima puntata della trade war USA-Cina, questa volta vista sotto l' aspetto degli scambi di prodotti energetici,  altro argomento prediletto per leggere il capitalismo del nostro tempo. Quel che traspare dai rabbiosi rilanci attraverso tweet di Trump di queste ultime settimane e dalle puntuali risposte dei vertici cinesi è che i secondi hanno celesti e ampie strategie quando il primo ha invece tattiche così ondivaghe da risultare destabilizzanti anche per la propria parte, vedi le puntuali smentite di Mnuchin e Ross agli sproloqui del loro presidente.

In realtà Trump si rende bene conto che il potere reale è oramai per buona parte al di fuori delle varie istituzioni internazionali di arbitraggio a prevalente carattere multipolare (G7, WTO) che gli USA gestiscono da sempre da egemoni e non vede l'ora di restituire agli States il ruolo di protagonisti clamorosi e assoluti della scena mondiale laddove il vero potere si misura: nella forza di imporre ad altri condizioni meno vantaggiose di quelle in essere.

Ma la complessità che l' interdipendenza commerciale pone è sottile da cogliere, basta poco perchè una tattica isolata ottenga risultati avversi.---


C'è un prima e un dopo nel mercato petrolifero, e quindi nelle relazioni che lo costituiscono, a seconda che lo si guardi prima o dopo l'accelerazione della guerra di dazi voluta da Donald Trump nei confronti della Cina. Uno degli ultimi colpi di scena, il più rilevante ai nostri fini, è la decisione cinese di minacciare ritorsioni sulle importazioni di beni energetici dagli Stati Uniti: se applicata, potrebbe cambiare profondamente gli equilibri che si stavano costruendo nei mercati, a cominciare da quello del petrolio.


domenica 3 giugno 2018

I poteri forti


Settimana campale per gli equilibri politici italiani, la fame di soldi per finanziare "il contratto di governo" aveva indotto Salvini e Di Maio ad azzardare una cancellazione parziale del debito e a proporre Savona come uomo in grado di far cedere Brussels sul fronte di un principesco finanziamento a debito. Che scherzi che fa la  mancanza di zuccheri.

Sono stati evocati spesso "i poteri forti" che ci terrebbero in ostaggio, il che la dice lunga sulla rappresentazione, tanto più elementare tanto più efficace, con cui la politica -che si vorrebbe riprendere il potere reale che ha perso - cerca di far breccia nelle teste dei "popolani", ieri come oggi. Popolani, ovvero tutta la borghesia italiana nelle sue scivolose declinazioni, che però, più pragmatica dei suoi leader, li ha ricondotti ben presto a più miti e concreti consigli.

Dipanare la matassa delle provenienze e delle influenze rappresentate dai capitali che hanno "attaccato" al ribasso il prezzo dei BTP -aumentandone, fino a quasi raddoppiare, il rendimento- in realtà non è di alcun interesse, se non per il complottista. Diciamo che tutti gli operatori finanziari, semplicemente per fare profitto, se individuano un buco, un punto di debolezza, ci si infilano. Per altro questo movimento era atteso da settimane, a volte piace vincere facile.


Dice il globalista che i mercati e l’Europa ci stanno spiegando che così non va bene e che dobbiamo metterci in riga. Bisogna ascoltarli perché hanno ragione nel merito e perché ci finanziano. Dice il sovranista che i mercati e l’Europa si sono impadroniti dell’Italia, prendendosi molto di più di quello che eravamo disposti a concedere. Dobbiamo fare il contrario di quello che ci chiedono perché gli interessi del dominante sono di segno opposto rispetto a quelli del dominato.

domenica 6 maggio 2018

Equilibrio di potenza

Lungo articolo "contrarian" di un ottimo analista di geopolitica in cui emerge la razionalità che sorregge  la tattica trumpiana, entrata infine in dialogo con la strategia più di lungo corso degli apparati di potere che si annidano nello Stato profondo, nei recessi della burocrazia americana, notoriamente impermeabili alla volatilità politica.
 Il mantenimento del equilibrio di potenza oggi si sostanzia nel contrapporre fra loro  elementi regionali in modo atto a mantenere la supremazia ad un piano più alto. Ma la attuale declinazione di questa strategia richiede anche un gigantesco e pericoloso presupposto interno: i twin deficits, federale e commerciale, sono una crepa nelle fondamenta dell' edificio statale e  al contempo il segno indiscusso e lo strumento più efficace della potenza statunitense nella sua proiezione globale.
 Fu, in particolare il disavanzo commerciale, il grosso chip gettato sul tavolo planetario che nei decenni ha condensato attorno a sè la galassia del mercato mondiale, imperniato sulla merce-dollaro. Per contro questa politica di crescita della potenza americana, che sconfisse l' Urss principalmente su questo piano e su quello tecnologico, trova nel lungo termine il suo limite strutturale proprio nell’emersione di nuove potenze.
 Avere un certa quota di controllo sul sistema internazionale dei pagamenti, cioè delle banche depositarie dei titoli statali, può essere molto lucroso e ben più efficace di un intervento armato, al contempo però si è esporti al rischio di flussi globali di capitali che ritengono profittevole posizionarsi contro o la creazione di valute di riserva alternative. Comunque sia, l' operazione richiede molta abilità, tempo e un contesto storico favorevole. Ne sanno qualcosa gli inventori dell' euro e del renimbi.


1. Al cospetto di un mondo in sostanziale movimento, gli americani sono diventati conservatori. Alle prese con gli effetti collaterali della monopotenza, non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica. Dopo aver sperimentato le conseguenze negative del proprio avventurismo, le sofferenze causate da una azzardata voglia di rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia. Soddisfatti del momento che vive il pianeta, dell’assenza di minacce concrete alla loro supremazia, sono finalmente consapevoli di non poter incidere su ogni dinamica umana. Stretti tra l’impulsiva voglia di ritirarsi dagli affari internazionali e i monumentali sforzi richiesti dalla condizione egemonica, scelgono la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono. 


venerdì 6 aprile 2018

Techlash #2 - il fronte interno






China is the problem, Trump is the solution.
This is not a trade war
All we're trying to do is save American technology



Chi muove guerra a qualcuno è sempre convinto di poter vincere, altrimenti se ne starebbe calmo e penserebbe semmai a difendersi. Alla resa dei conti, tuttavia, capita spesso che chi muove guerra finisca sconfitto. È evidente, in questi casi, la sopravvalutazione delle proprie forze e la sottovalutazione di quelle dell’avversario. Se il calcolo delle forze in campo si rivela ex post frequentemente sbagliato è perché viene effettuato quasi esclusivamente sul fronte esterno. Se si hanno più uomini, carri armati e aerei del nemico, se si hanno una tecnica di combattimento migliore e un terreno di scontro favorevole, allora la vittoria è considerata altamente probabile. Raramente si tiene conto del fronte interno ed è qui, la maggior parte delle volte, che casca l’asino.
 

sabato 31 marzo 2018

Techlash #1






“Non sarebbe esagerato affermare che oggi i costumi sono
determinati e imposti quasi esclusivamente dalle cose.
I prodotti infatti hanno preso il posto dei nostri simili,
perciò se oggi abbiamo un codice di comportamento,
esso è dettato dalle cose”.


“Se avete qualcosa di davvero importante da dire, scrivetelo a mano e prendete un corriere per consegnarlo”. Così suona l’esposizione della “dottrina Trump” sulla tecnologia, fondata sull’esigenza di “fare le cose alla vecchia maniera” ed esposta circa un anno fa a Mar-a-Lago. Com’è noto, il presidente degli Stati Uniti, che di fatto vive in una eterna replica degli anni Ottanta, si nutre di televisione e ha fatto dell’uso compulsivo di Twitter una delle sue cifre comunicative. Eppure, dietro le note di colore sul semianalfabetismo tecnologico di Trump, il rapporto con la tecnologia del presidente degli Stati Uniti è distante da quello del suo predecessore Barack Obama in ciò che conta davvero: i legami con le grandi aziende tecnologiche, i giganti digitali statunitensi. 

sabato 17 marzo 2018

Foreign affairs



Se levi questi tre trovi l' Europa


Il caso Skripal sta ricompattando gli schieramenti della guerra fredda? Ma neanche per idea, semmai sta riproducendo su basi sempre più evanescenti una Nato vissuta già da un pezzo controvoglia da entrambe le sponde dell' Atlantico. Trump, ma da tempo si mandano simili segnali, vorrebbe che soprattutto i tedeschi ci mettessero i soldi (il loro contributo è 1/4 di quello americano) mentre i tedeschi vorrebbero troppe cose tutte assieme: continuare autonomamente la politica del soft power commerciale, affrancarsi dalla Nato e avere un esercito europeo a basso costo, magari annacquando la "naturale" candidatura francese alla sua leadership. Angelona, appena ricevuta ufficialmente la cancelleria, è volata a Parigi. Il patto renano fra due indecisi e temporeggiatori come Merkel e Macron sta producendo più immobilismo che reattività in uno scenario geoeconomico sempre più turbolento. Il progetto del polo imperialista europeo ha nella sua forma politica la sua strutturale debolezza.


La politica di solito quando fa salti indietro è perché deve nascondere qualcosa di indicibile che ha davanti. Il salto indietro è la surreale Guerra Fredda tra Occidente e Russia. Con un colpo di teatro da macchina del tempo, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, una riluttante Francia (e una spiazzatissima Italia) si sono allineati in una dichiarazione di condanna della Russia che ha un solo problema: non ci sono prove che ci sia la manina di Mosca nell'avvelenamento al gas nervino di un'ex spia russa nel suolo dell'isola di Inghilterra. Vladimir Putin e Serghei Lavrov sono decisamente più navigati di Trump, May, Macron e soci e infatti il caso finora ha  prodotto il brillante risultato di rafforzare ancor di più Putin alla vigilia del voto di domenica. La Russia aveva mille occasioni per far secco il doppio giochista Sergei Skripal, farlo sparire e buonanotte a tutti,  perché mai scegliere il modo più stupido e rumoroso? Usare il gas nervino, rischiando di fallire (come è avvenuto) e in un luogo pubblico. Solo un idiota può usare un metodo simile e sperare di non destare l'attenzione delle polizie di mezzo mondo. L'ex Kgb è popolato da sagome che non sanno fare il loro lavoro sporco? Comunque, i fatti sono che Londra e a Washington sono convinti che il mandante di questo macabro e sgangherato killeraggio abiti al Cremlino e dunque i giornali hanno inzuppato il biscotto nella nuova Guerra Fredda, figuriamoci. E l'indicibile in questa storia dove sarebbe? A Est.


giovedì 8 marzo 2018

Nelle tempeste d' acciaio


Una breve Reuters che illustra quello che sta accadendo alla Casa Bianca -dimissioni Cohn per i  dazi doganali- e che dà una qualche idea su come interpretare il protezionismo trumpiano. A me più che vento di guerra sembra una telenovela: "Trump says he still likes Gary Cohn, might come back to the White House" . Il difficile equilibrio fra promesse di protezionismo ed esigenze imperiali.


NEW YORK - "Proteggo i lavoratori americani, proteggo la sicurezza nazionale": così Donald Trump ha confermato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono l'acciaio e l'alluminio, il presidente firma oggi il decreto che infligge sulle importazioni dall'estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l'articolo di legge 232 che si riferisce appunto alla sicurezza nazionale. La giustificazione: quei due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti (aerei militari, navi da guerra, carriarmati e missili), l'America sarebbe vicina a perdere l'autosufficienza, Trump non vuole trovarsi in una situazione in cui la produzione di materiale bellico verrebbe a dipendere da importazioni straniere.

venerdì 26 gennaio 2018

Le figure del USD

Dumping doganale di Trump su pannelli solari cinesi e lavatrici coreane [al netto degli stabilimenti già presenti o in costruzione negli USA da parte di LG e Samsung], il dollaro lasciato a deprezzarsi un pò troppo rapidamente per essere la valuta di riferimento di tutti i commerci mondiali (6 figure in un mese, da 1,185 a 1,245 per eur/usd, lo stesso rispetto al paniere delle altre principali monete).

A scatenare i movimenti sul mercato delle divise, il più liquido e fastoso che ci sia, sono state le dichiarazioni rilasciate due giorni fa dal segretario al Tesoro Usa Steven Mnuchin e dal segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross. “Ovviamente un dollaro più debole è positivo per noi, in termini di commercio e di opportunità”, ha detto Mnuchin parlando ai giornalisti, a Davos, aggiungendo poi che il trend di breve termine della valuta “non ci preoccupa per niente”. Ross ha rincarato la dose e sempre da Davos ha minimizzato lo stesso pericolo delle guerre commerciali. “Le guerre commerciali vengono combattute ogni giorno. E una guerra commerciale c’è già da un po’. La differenza è che gli USA sono passati al contrattacco”.

Non posso fare a meno di apprezzare la franchezza americana, dove il capitalismo è guerra senza regole fra capitali con interessi contrapposti, senza le tante storie che si raccontano -gli europei in particolare.

Non c'è che dire, la guerra valutaria e commerciale tra blocchi imperialisti è ripresa alla grande, stracciando la continuazione del tacito accordo preso al G-20 di Shangai nel febbraio di due anni fa, quello che fu descritto come Grand Bargain, a cui si deve in parte la corale ripresa di tutti gli indici finanziari planetari.  Accordo peraltro rinnovato non più di due mesi fa a Washington alla riunione del FMI. La smorfia quasi scocciata di Draghi ieri alla conferenza stampa, dopo una specifica domanda sulle dichiarazioni di Ross e Mnuchin, era  quanto di più espressivo ho mai visto sulla sua faccia da rettile.---

sabato 18 novembre 2017

Breaking bad Mr Trump

Articolo di un anno fa su una serie tv che ho amato molto e scritto da un blogger che ho frequentato in rete e di cui sto leggendo il primo libro, i cui temi e tesi sono stati sviluppati lungamente sul blog in questione: eschaton.---

Per cinque stagioni, dal 2008 al 2013, una serie televisiva ha raccontato quell’America disperata che si preparava a votare Donald Trump:​ si tratta di B​reaking Bad. Ovvero la storia di un insegnante scolastico di chimica che, non potendosi pagare le cure per il cancro, inizia a produrre e spacciare droga. Ma è proprio in questo stringatissimo riassunto — e nel rapporto di causa ed effetto che suggerisce — che sta tutta l’ambiguità della serie, nonché il suo contributo alla comprensione del fenomeno-Trump. Perché in realtà Walter White, il protagonista, quelle cure potrebbe benissimo pagarsele. Potrebbe se accettasse di rivolgersi a un medico convenzionato con la sua assicurazione, potrebbe se per puro orgoglio non avesse rifiutato una certa offerta di lavoro, e soprattutto potrebbe se il suo stile di vita non prevedesse una villa con piscina (come quindici milioni di famiglie negli Stati Uniti) e una moglie casalinga da mantenere. Uno stile di vita, la​ cosiddetta a​merican way of life, che sulla scala delle disuguaglianze mondiali costituisce un irraggiungibile modello di benessere. Di fatto la pove​rtà di Walt è una povertà r​elativa. Proprio come quella di molti americani che hanno votato Trump.