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domenica 5 gennaio 2020

Le nuove infrastrutture globali










Il notevole dibattere sul rischio di una de-globalizzazione – con lo sviluppo ei vari populismi a dimostrarlo – trascura un’altra evidenza altrettanto osservata e tuttavia non apprezzata nelle sue implicazioni: la crescita dei progetti infrastrutturali nel mondo. Basta soltanto ricordare il caso della Belt and Road Initiative (BRI) cinese, per averne contezza. La lettura sovrapposta di questi due movimenti, che sembrano in contrasto, suggerisce un altro schema interpretativo: non sono le pulsioni de-globalizzanti, che evocano anche il desiderio di nuovi isolazionismi, a determinare la tendenza prevalente, ma le tensioni di una nuova globalizzazione emergente. Non meno globalizzazione, con la spinta populista a far da detonatore, ma l’esatto opposto: più globalizzazione, ma con nuovi centri di potere. Il sovranismo, quindi, sta mascherando un nuovo ordine globale policentrico. In questo schema, gli investimenti infrastrutturali giocano un ruolo da protagonisti, e non a caso.

lunedì 28 marzo 2016

I fondi sovrani e la sindrome olandese

Cosa sono i fondi sovrani ? Se ne sente parlare a volte come gigantesche entità finanziarie che si muovono sui mercati alla ricerca di profitto e che muovono con loro le quotazioni di valute, indici e azioni. Tutto vero ma non finisce lì.  Il lungo estratto che segue (sforbiciato dal sottoscritto) ci spiega meglio la loro genesi e funzione e in particolare le loro correlazioni con le politiche monetarie e fiscali dei paesi che campano di rendita petrolifera.

Negli stati rentier, tramite l' azione dei fondi, si fa la scelta politica di affiancare alla rendita (petrolifera o mineraria) la rendita (finanziaria) e, pur diversificandole, non si sviluppano filiere per la produzione di nuove merci industriali, ovvero di plusvalore primario. Che è poi quello che costringe l' intera società a muoversi estesamente, sganciandola almeno in parte da chi invariabilmente amministra i proventi del oil export con la distribuzione di prebende. La tendenza a contrarre il male olandese* a mio modo di vedere rimane alta, così come -in tempi di alta volatilità- quella di sbagliare investimenti e di portare a casa ingenti perdite finanziarie. 

*Il “Dutch Disease” è stato quello dell’andamento dell’economia olandese a seguito della messa in produzione del grande giacimento a gas di Groningen. La sindrome è nota. La crescita improvvisa del settore energia si riflette in un declino del settore agricolo e di quello manifatturiero; il settore energia che cresce drena capitale dagli altri settori e ne aumenta i costi di produzione; le esportazioni in crescita rafforzano la moneta nazionale; il rafforzamento della moneta deprime la competitività internazionale delle produzioni interne di manufatti a vantaggio dei beni e delle merci importate; infine l' organizzatore statale si addormenta sugli allori delle abbondanti entrate fiscali e perde l' attenzione per i sempre nuovi imperativi posti dal andamento economico internazionale ---


I fondi sovrani (sovereign wealth funds, Swf), a discapito della loro crescente rilevanza, restano un oggetto relativamente misterioso. In generale, i fondi sovrani sono un gruppo eterogeneo di istituzioni finanziarie di proprietà pubblica che investono surplus fiscali o avanzi commerciali con logiche di accumulazione e diversificazione. Nello specifico, si tratta di fondi che originano principalmente dalle esportazioni delle commodities, in particolare petrolio e gas. Non a caso, buona parte dei fondi sovrani sono sorti in paesi e regioni del mondo ricche di risorse naturali quali il Golfo Persico, la Norvegia, la Russia ma anche la Malesia e il sultanato del Brunei. A fianco di questa prima categoria di fondi sovrani, vi sono quelli che non hanno origine dalla rendita delle risorse naturali, ma dalla capacità di penetrazione nei mercati esteri in una varietà di comparti differenti. Ne costituiscono esempi concreti i fondi dei grandi paesi esportatori come Cina, Singapore, Corea del Sud, e alcuni dei fondi di altri paesi emergenti.

domenica 21 febbraio 2016

La guerra ibrida secondo Putin

Mentre la Turchia pensa ad un intervento di terra, ora che vede scemare la propria influenza sulla vicenda siriana a causa dei bombardamenti russi e delle milizie sciite -che hanno avvantaggiato i curdi e Assad- il generale Jean ci fa un quadro della dottrina, piuttosto adatta al quadro attuale, che costituisce l' ossatura alla base dell'interventismo mostrato da Putin negli ultimi anni. Una lunghissima tradizione imperialista grande-russa, quattro secoli tra zar e stalinismo, supporta una delle potenze nucleari del pianeta che non riesce proprio a digerire il ruolo marginale che le difficoltà economiche le imporrebbero--- .


1. Il Cremlino attribuisce particolare importanza alla sicurezza dell’enorme Federazione. I documenti ufficiali che la regolano sono oggetto di approfonditi dibattiti, non solo alla Duma e ai ministeri degli Esteri e della Difesa, ma anche nell’opinione pubblica. Tale interesse deriva dalla storia, dalla geografia e anche dal senso di frustrazione per la scomparsa dell’impero, con il collasso dell’Urss e la perdita di un quarto del territorio e tre quinti della popolazione. La dottrina militare, elaborata dal Consiglio di Sicurezza della Federazione e approvata per legge su proposta del presidente, è il documento chiave che identifica le minacce, descrive le strategie per fronteggiarle e contiene le direttive a lungo termine sullo sviluppo delle varie componenti – militari e non militari – della sicurezza. La sicurezza non riguarda solo la difesa del territorio, privo di protezioni naturali a ovest, a est e sulla fascia di frontiera a sud, dal Caucaso all’Asia centrale, ma ricchissimo di materie prime. I russi temono che altri paesi complottino per prenderne il controllo. La sicurezza riguarda anche la stabilità del regime politico contro interferenze e destabilizzazioni esterne. Il documento esplicita poi le ambizioni sul rango regionale e mondiale della Russia, cercando di identificare alleati e avversari.

sabato 9 gennaio 2016

PEG d' Arabia


I produttori di  materie prime sono in difficoltà ovunque, quella che sia la commodity che hanno da offrire ai mercati mondiali. Una meraviglia del Capitale che sta acuendo le tensioni geopolitiche un pò ovunque, a riprova che è il lavoro salariato la delizia e la maledizione del Capitale.Tutti gli attori sono presenti, tutti si vedono come protagonisti, al proletariato internazionale la parte del convitato di pietra, il ruolo di chi è sommamente presente eppure senza voce in capitolo, se non nei sogni di qualcuno o negli incubi di qualcun altro. 

Riproduco qui sotto un articolo che tratta del cambio riyal saudita/dollaro statunitense, fortemente sotto pressione e che rischia di frantumare il cambio fisso (PEG) contro dollaro garantito dalla banca centrale saudita. Considerando come stanno bruciando le riserve valutarie c'è qualcosa di poco chiaro nella loro strategia. Non si sa bene ad esempio a quanto ammontino le ricoperture con swap, derivati che si usano di solito per ammortizzare le perdite in caso di alta volatilità di un rapporto di cambio. Può darsi che alcuni principi della famiglia Saud stiano giocando in proprio e contro lo stato che governano, forse in un prolungamento della guerra di succesione al re Abdullah, morto un anno fa. Quello che è certo è che se re Salman vuole continuare la sua politica dispendiosa e poco prudente -tra cui: l'impegno bellico in Yemen e le altre tensioni con un Iran appena "riabilitato", la tattica all' interno del OPEC, la svolta nei rapporti con gli Stati Uniti- qualcosa è da rivedere.

«Faccio questo lavoro da oltre venti anni, ma una situazione simile, una guerra petrolifera di questo livello non l'avevo mai vista. E, francamente, non pensavo avrei mai potuto assistere a qualcosa di simile». Sono le parole che un trader di commodities con base a Londra mi ha detto ieri al telefono, parlando della lotta per la conquista di quote di mercato del greggio, con Usa, Russia e Arabia Saudita schierati l'uno contro l'altro per sopravvivere ai prezzi in area 35-40 dollari al barile. Ma, ancora una volta, sembra Ryad la parte in campo posizionata peggio, quasi un paradosso visto che la guerra è stata scatenata proprio da lei nel dicembre del 2014, quando decise in seno all'Opec di non tagliare la produzione, dando vita alla più grossa saturazione di mercato da decenni. 

sabato 19 dicembre 2015

Il crude prezzo del oil

 se tu credi che il carbone /  bruci meglio
è un abbaglio /  è petrolio

La riunione Opec del 4 dicembre ha messo chiaramente a nudo, dopo un anno di oro nero a prezzi di saldo, le strategie dei paesi Opec rispetto a quelli esportatori extra-Opec e al contempo quelle interne all' organizzazione stessa tra paesi che si scornano da decenni, Iran e Arabia tanto per ribadire, gocce mediorientali di imperialismo globale

"Il ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zangeneh, ha detto, prima della riunione odierna, che Teheran discuterà di cosa fare solo quando il suo Paese avrà raggiunto pieni livelli di produzione, se e quando le sanzioni occidentali saranno tolte." Ciò detto di rimando a: "il ministro saudita Ali al-Naimi in precedenza aveva detto che spera in una crescita della domanda globale tale da assorbire il balzo della produzione iraniana il prossimo anno. "Ognuno è benvenuto a entrare nel mercato"." 

La speranza, tutta diplomatica -cioè falsamente friendly, del ministro saudita è stata successivamente stroncata , dieci giorni fa, dal report del International Energy Agency (IEA) che prevede che l'eccesso di offerta potrebbe aumentare a livello globale il prossimo anno.

sabato 28 novembre 2015

Il problema algerino


Recente articolo di Barbara Ciolli apparso su Lettera 43 che pubblico per ricordarmi che la storia, lungi dall' essere un susseguirsi casuale di eventi, ci segnala che le contraddizioni non sono mai sepolte una volta per tutte dal lento progressivo lavorio del tempo: esse invece si ripropongono -con necessaria discontinuità- innanzi a noi dopo essersi accumulate in una certa massa critica. La feroce repressione degli algerini -anche in Francia- durante la guerra d'indipendenza, le troiate fatte con il Fis e nella successiva guerra civile, in cui si coalizzò per la prima volta una sorta di fronte internazionale jihadista, tornano ad allungare la propria ombra sui fatti di quest' autunno.---

La Francia non proclamava lo stato d’emergenza dal 1955: i tempi della guerra d’Algeria. Di origine algerina era uno dei kamikaze delle stragi Parigi del 13 novembre 2015 - come anche diverse vittime degli attentati -, e franco-algerini erano i fratelli Kuachi dell’ attacco al giornale satirico Charlie Hebdo il 7 gennaio. Come il terrorista che, meno di un anno prima, aveva colpito al museo ebraico di Bruxelles.

sabato 21 novembre 2015

Douce France


Naturalmente nelle dinamiche inter-imperialiste che agitano il Medio-oriente il businnes delle armi, assieme a quello della droga e delle risorse energetiche, gioca un ruolo centrale. Non mi stupisco che le stragi urbane a carico di civili parigini abbiano salvato il posto di lavoro di altri francesi, gli operai delle industrie aerospaziali, ramo di industria d'avanguardia su cui la douce France poggia una bella parte della sua strategia di potenza. ---


La ridente cittadina di Saint-Cloud si trova soltanto a dieci km dalla Cattedrale di Nôtre-Dame. In questo piccolo ricco borgo a ridosso della città di Parigi hanno vissuto principi, re di Francia e Napoleone ci fece persino il colpo di stato del 18 Brumaio. Saranno le sue origini reali ma la cittadina è conosciuta anche per essere tradizionalmente schierata a destra. Non a caso qui vive la dinastia Le Pen che ha lasciato la sua impronta in tutto il tessuto urbano.
A Saint-Cloud sorge anche la sede centrale di Dassault Aviation, fiore all’occhiello dell’industria bellica francese, che produce i caccia Mirage 2000 e i caccia Rafale che proprio in queste ore bombardano intensamente Raqqa in Siria ed altri obbiettivi legati all’attività di Daesh. Questi apparecchi vanno a ruba nel Medio Oriente in fiamme, soprattutto in quei paesi come Qatar, Arabia Saudita, Egitto, paesi in prima linea nella guerra globale provocata dal Daesh.

domenica 15 novembre 2015

Per una lettura materialistica delle vicende medio-orientali



Articolo del agosto scorso, apparso su info-aut, inquadra bene in poche parole ben scandite la situazione socio-economica medio-orientale---

Le conquiste di Daesh (nome arabo di quello che qui da noi viene erroneamente tradotto in Stato Islamico) in Iraq e Siria sono soltanto gli ultimi avvenimenti sfruttati dai media mainstream per riproporre la storia di una (presunta) decadenza della civiltà medio-orientali legata all' Islam. Funzionale alla riproduzione di pseudo-analisi dal carattere marcatamente orientalistico che usano come prisma di lettura quello della religione islamica, e la sua presunta incapacità ad adattarsi alla modernità, la narrazione occidentale del Vicino e del Medio Oriente ha una storia secolare come fenomeno culturale e politico. Essa non è una vuota astrazione, ma è la risultante della cristallizzazione dei rapporti di forza costituitosi nel tempo (già la stessa definizione di Medio Oriente presenta aspetti di parzialità linguistica, dovuti alla forza di chi ha imposto questa etichetta) e il prodotto di energie materiali ed intellettuali dell'uomo.

sabato 10 ottobre 2015

Siria: il sottile confine tra realismo e cinismo


Pescato stamane dal sito dell' ISPI, un articolo-quadro sul rompicapo siriano in cui alcune grandi potenze globali (USA, paesi europei di tradizione coloniale ) si muovono manifestamente a casaccio, sorpassate in capacità di iniziativa da medie potenze locali in lotta fra loro per la supremazia regionale. Fa caso a sè l' interventismo del muscolare zar di tutte le russie.
Il concetto di imperialismo unitario, causa e non effetto della globalizzazione capitalistica, quando indossa i panni della congiuntura particolare si dissimula nelle varie volontà di potenza dei diversi attori, portatori di contrapposti interessi economici ed ideologici che insistono su una determinata  area.
Il Medio Oriente a volte appare come "waste land" ma anch' esso, una volta che è "messo a lavoro", cioè a profitto, in altre parole spremute le risorse naturali e soprattutto quelle umane delle masse diseredate, produce una ricchezza su cui tutti coloro che aspirano al dominio vogliono mettere le mani. ---
 

Per i più ottimisti, quelli che pensavano che l’Iran deal avrebbe portato la soluzione per ogni male del Medio Oriente, la doccia fredda è arrivata subito. È arrivata in Siria, dove col rafforzamento dell’Iran, la disperazione del regime e le accentuate insicurezze saudite, le cose non si sono affatto risolte. Anzi, si sono complicate. La verità, semmai, è che l’Iran deal ha incrementato gli incentivi delle potenze regionali per continuare il conflitto. Teheran, forte di una rinnovata posizione internazionale e di centinaia di miliardi in arrivo nel suo budget sfiancato, non vede alcun motivo per smettere proprio ora di combattere. Se prima poteva ottenere 10, ora può ragionevolmente sperare di ottenere 100. Dall’altra parte, i sauditi e i loro alleati del Golfo hanno visto poche firme su un trattato spazzare via la loro tranquilla egemonia regionale. Dopo aver sgominato la minaccia dei Fratelli Musulmani in Egitto ora l’Iran si affaccia come un pericolo ben maggiore al quale non si può più concedere niente. Se prima in Siria sarebbero stati disposti, forse, a concedere 5 per ottenere 10, ora che ai loro occhi l’Iran ha ricevuto 100 dall’Occidente non gli si può più concedere niente. Da nessuna parte. In Yemen e, soprattutto, in Siria.

domenica 26 luglio 2015

Lo stato islamico è uno stato...

Nell articolo la chiamano modernità, chiamiamola prassi sociale capitalista che trova mediazione e sintesi nello Stato capitalistico. Apparirà allora che non c'è nessun scontro di civiltà o religione, si tratta di sano imperialismo intercapitalista con modalità magari un pò plateali -ma lo show-businnes non è anche questo?- ma  per nulla arcaiche.
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da Limesonline.com
 
di Anna Maria Cossiga e Federico Bonarota, originariamente intitolato "Se lo Stato Islamico diventa uno stato"


Forse ci eravamo cullati nell’idea che il cosiddetto Stato Islamico (Is) avrebbe visto presto la fine. Nell’immaginario collettivo e nelle favole i “buoni” hanno sempre la meglio sui “cattivi”, e più “cattivo” dello Stato Islamico chi c’è?  Le cose, tuttavia, sembrano andare diversamente.

I jihadisti di al-Baghdadi controllano già un territorio grande quanto la Gran Bretagna, hanno di recente occupato Palmira, certamente mirano a prendere Damasco. Quanto a Baghdad, secondo John McLaughlin, vice-direttore della Cia dal 2000 al 2004, è difficile che riescano a conquistarla. Ma per demoralizzare gli oppositori del “califfato” non è necessario farlo: sarebbe sufficiente “infiltrare combattenti e armi, creando il caos”. Questa prospettiva appare del tutto realistica, anche perché quella che dovrebbe essere la coalizione anti-Is non sembra concludere molto.

I   bombardamenti evidentemente non bastano e addestrare quel che resta dell’esercito iracheno   nemmeno. Come sottolinea McLaughlin, “la gente non combatte perché viene addestrata; combatte   perché crede in qualcosa. Al momento, i più convinti credenti della regione appoggiano lo Stato   Islamico”. Per non parlare del fatto che l’Is può contare su paesi pronti a voltare lo sguardo dall’altra parte. Insomma, non è del tutto improbabile che il “califfato” possa diventare uno Stato vero e proprio, un’entità politica con cui la comunità internazionale dovrà, prima o poi, avere rapporti.

Nonostante la marcata antipatia dell’Is per lo Stato-nazione occidentale, esso ha interiorizzato alcune delle caratteristiche di quello che definiamo “Stato moderno”: fare la guerra, reclutare uomini, imporre tasse, creare istituzioni, rivendicare la sovranità e la legittimazione della propria autorità sono le azioni attraverso cui gli Stati si sono formati e oggi controllano un determinato territorio.