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sabato 13 aprile 2019

In Libia inusitate strategie

Povera Italia! barzellette di un paese in forte crisi di rendita quindi di identità capitalistica, altro che storie. In ottima europea compagnia, mi vien da dire. Di seguito uno sconsolato Lucio Caracciolo ci illustra la costante della nostra secolare politica estera: fiutare da che parte tira il vento nel consesso internazionale senza una vera bussola. Non che da parte mia accusi nessuno di sotto-imperialismo, è che se non ci fosse da piangere mi verrebbe da ridere.



“Splende la pace in Tripoli latina, recando i dromedarii un sacro odore”

 È passato poco più di un secolo da quando Gabriele d’Annunzio così sobriamente cantava la conquista italiana della quarta sponda, su cui Italo Balbo avrebbe poi inventato la Libia. Di latino, o meno aulicamente d’italiano, a Tripoli e in quella che gli atlanti continuano a designare Libia – di fatto uno spezzatino geopolitico conteso tra milizie, etnie, tribù varie, e dalle potenze esterne che le sponsorizzano ai propri fini – è rimasto davvero poco.

domenica 3 marzo 2019

De ceto medio




Interessante articolo, da me sforbiciato delle premesse e conclusioni, del ricercatore sociale Salvatore Cominu apparso su Infoaut che, tralasciando di considerare le persistenti forzature concettuali del filone operaista ( la primazia del piano, nel senso di pianificazione, politico su quella economico, la sottolineatura esagerata dell' influenza delle passate lotte operaie ecc) mi sembra permetta di porsi in un buon angolo per osservare la precedente ascesa e l' odierna crisi del ceto intermedio all' interno di quella  presunta dinamica che molti chiamano di polarizzazione sociale.---

[...] Non è che sia molto soddisfatto della categoria di crisi del ceto medio, mi dice molto poco, anche perché se noi prendessimo documenti degli anni ‘50, degli anni ‘70, potremmo dedurne che il ceto medio sia da sempre in crisi; sia sempre descritto come attraversato da processi che, soprattutto da parte nostra, sono stati letti come proletarizzazione, impoverimento, processi che in qualche modo lo avvicinavano al nostro campo. Preferisco fare riferimento, per la lunga stagione che va dagli anni ‘50 agli anni ‘80 del secolo scorso in Italia, di un grande periodo di cetomedizzazione, un espressione di De Rita, tra l’altro trovo molto brutta, però ha anche dei meriti, il primo dei quali è quello di evidenziare il carattere processuale e in divenire, il “ farsi” del ceto medio in diversi settori della società italiana.

sabato 23 febbraio 2019

Il debito sia con noi



Il protezionismo è, nella migliore ipotesi, una vite senza fine, e non si sa mai quando sbarazzarsene.Proteggendo un'industria, direttamente o indirettamente danneggiate tutte le altre e quindi dovrete proteggere anche queste. Ma in tal modo danneggiate a sua volta l'industria che avete protetta per la prima e siete tenuti a compensarla: ma questo compenso reagisce come prima su tutti gli altri commerci, onde spetta a questi un compenso, e cosi via all'infinito.


Ovunque piovono pietre,  prima sugli italiani però. Fitch non ha declassato per ora nè il nostro debito nè l' outlook ma la situazione è ipertesa. Gli investitori internazionali vogliono rassicurazioni che dopo le europee cada questo governo e se ne faccia uno di centro-destra, con politiche volte ad non incrementare ulteriormente il rapporto deficit/pil all' interno dei paletti posti dalla crescita economica reale, mica le baggianate raccontate da Conte, Di Maio e Tria, che Salvini manda volentieri allo sbaraglio politico. Seguono le parole di un trader che ben riassumono la situazione italiana proiettandola nella attuale configurazione geopolitica, il confuso articolo sotto invece  è di Claudio Antonelli scritto per La Verità, ma che io ho scaricato da Dagospia.---

"Servono urgentemente aiuti che possono venire da vari paesi , in un periodo molto complicato che ci attende (rating in arrivo, elezioni europee, crollo del PIL e relativa manovra correttiva, spread, emissioni sul primario, ecc). Ragionavamo sul fatto che siamo facilmente ricattabili dai mercati, e dai governi che hanno in mano i timoni della finanza mondiale. Che siamo al tempo stesso un entità too big to fail ma anche , per questo essere molto ingombranti, anche una leva enorme da manovrare per interessi strategici all interno dell EU e nel mediterraneo. Concludevamo che la tenuta del sistema italia sarà determinata non solo dall' andamento della nostra economia tout court ma anche dalle alleanze internazionali che il governo riuscirà a tessere nei prossimi mesi."

Il numero due della Lega, Gian Carlo Giorgetti, non parla mai solo per dire una cosa. Di solito ogni messaggio ne contiene due. L' uscita sul rischio di andare incontro a una manovra correttiva da almeno 15 miliardi non solo annunciava la necessità di preparasi già ora alla stesura del Def, documento di economia e finanza, con cui il governo getta le basi per la manovra di fine ottobre. E al tempo stesso era l' amo per avviare un dialogo diretto con banche d' affari, fondi d' investimento e pure gli hedge, che di solito scommettono contro la nostra Borsa. Si tratta di capire quali siano le aspettative o - perché no - i suggerimenti in vista della stesura del Def. Sarà un periodo caldissimo.

sabato 2 dicembre 2017

La riforma dello stato -italiano

Vecchio articolo di carattere teorico che presagisce la parziale immobilità della situazione italiana. A che cosa è dovuta questa situazione che oggi, visti i decenni trascorsi, possiamo certamente chiamare patologica? A mio avviso è la grande inconseguenza delle borghesie industriali e finanziarie italiane che, alla fine del ciclo espansivo post-bellico e delle politiche keynesiane ad esso legate, non sono state capaci di leggere la mutata situazione interna ed internazionale e di approntare adeguati piani strategici, di lungo corso. La riforma dello Stato ne sarebbe una componente infrastrutturale e di peso.

 Abbiamo il peggio dello statalismo senza che quest' ultimo sappia prendere decisioni effettive che interessino la struttura economica nelle sue linee e nei suoi piani più alti. E' invece ai piani bassi che si riversa tutta la certificazione dell' esistenza in vita di un ipertrofico apparato burocratico. Lasciato  alla propria inerzia, il sistema economico, pur dimostrando a macchie la tipica vitalità capitalistica, generalmente stagna e si arrabatta nella difesa delle posizioni acquisite, spesso di rendita, legato con doppio filo, ora visibilissimo ora indiretto, al personale e alla decisione politici.

domenica 4 dicembre 2016

Siamo tutti in ballo



Sì, no, non lo so, astensionismo di maniera, illibertà è partecipazione. Le alternative poste dal Dominio sono sempre più stringenti e allo stesso tempo mai si occupano davvero di cosa c'è in ballo: è che siamo tutti in ballo. Non amo la Costituzione nata dalla Resistenza, il quadro normativo, superato nella sua forma compromissoria dai fatti, del rapporto del sfruttamento di una classe sull' altra, in cui è scritto nero su bianco che la fatica di produrre non può essere equamente ripartita e che a partire da ciò una accozzaglia di gruppi, masse, personale politico, potentati e strati sociali, possibilmente impermeabili allo scorrere dei decenni, si fa Stato. E' il miraggio della sovranità popolare. Questa illusione contiene qualche verità: "il popolo", un tempo lievito della mutazione sociale, è "salito",  sino a diventare il lievito della coesione sociale

Eppure una toccatina a Pinocchietto Renzi andrebbe data a mio modo di vedere esclusivamente per le sue politiche platealmente di classe, non che potrebbe essere altrimenti, che alcuni sottolineano ingiuste "in quanto vengono dal centro-sinistra". Forse non si sono accorti che la fase progressiva della sinistra è finita al più tardi a metà degli anni 70. I soliti mugugni. Bhe, chi segue questo blog sa che sul argomento non spreco fiato, il concetto "sinistra" non ha nulla a che fare con l'orientamento verso l' altro modo di produzione, quello più elevato intendo.

giovedì 17 novembre 2016

Il ritardo -italiano


Sembra che non sia cambiato molto in questo misero paese che si accapiglia sul niente e si pregia di lasciare insolute le questioni cruciali Mi riferisco al pluridecennale gap tra lo sviluppo socio economico e la infrastruttura politica, l' eterno ineguale sviluppo. E, allargando lo sguardo, il tutto  in un fortissimo ritardo rispetto ai più diretti, vecchi e nuovi concorrenti nella competizione imperialistica globale. La riforma costituzionale e la legge elettorale sembrano essere  pensati più per mimetizzare, agli occhi degli osservatori internazionali, la strutturale incapacità del personale politico a riformare. Neppure il bipartitismo - nel testo emerge bene la sua necessaria funzione, peraltro oggi parecchio in crisi- qui ha attecchito e i due italici poli -anzichè riformare velocemente per adattare il corpo sociale alle accelerazioni economiche- hanno prodotto inciuci di tutti i generi e quindi immobilismo.   La stessa nozione di capitalismo di stato come qui declinata, dopo che siamo passati attraverso la privatizzazione del IRI e dei principali gruppi industriali e finanziari a capitale "pubblico", in Italia non è mai del tutto tramontata. E che dire poi del parassitismo sociale ?---


La crisi politica esasperata è la più clamorosa manifestazione delle contraddizioni in cui si dibatte la società borghese in Italia. La crisi politica accelera la tendenza al bipartitismo, tendenza che é funzionale al sistema, ma aggrava tutti i problemi economici del capitalismo e le condizioni di vita del proletariato, dalla perdita del potere di acquisto alla disoccupazione. L’ indebolimento dell’ imperialismo italiano in rapporto alle potenze che stanno crescendo rafforzate dalla crisi mondiale di ristrutturazione si accentua sempre più ed ha come effetto,  rapido e precipitato, un ulteriore condizionamento internazionale ed un ulteriore processo di imputridimento sociale e politico.

La crisi politica raggiunge ormai toni parossistici che non fanno altro che aggravare l' indebolimento della metropoli italiana. Il capitalismo italiano ha dimostrato negli ultimi due anni l' incapacità a portare avanti una vera ristrutturazione e questa incapacità, questo ritardo nei confronti dei suoi concorrenti, questo problema rimandato di mese in mese si e accumulato e addensato proprio quando il sistema mondiale esprime confronti e conflitti interimperialistici al piu alto livello.


domenica 14 agosto 2016

Le olimpiadi del Capitale


Un qualche dato sulla attuale divisione internazionale del lavoro tratto dal sito di Michel Husson, economista che fa parte del gruppo francese Attac - la cui linea altermondista non condivido per nulla. Leggendo i dati -che si fermano al 2012 cioè includono solo la prima onda della crisi- mi viene da dire che non si è mai lavorato così tanto nella storia umana; va riconosciuto al Capitale la spinta a mettere in relazione universale l' umanità con se stessa, a patto ovviamente che questa relazione sia una conferma del processo che tutto a sè sussume: la produzione di plus-valore.

Inoltre chi ha vissuto da adulto questi anni  può valutare come a quest' ultima espansione quantitativa del capitalismo– l’espansione mondiale della produzione e del mercato – si è accompagnata quella qualitativa: l’espansione mondiale del rapporto sociale capitale-lavoro, la messa a valore dell’intero spazio sociale.  Uno sviluppo che si ripercuote  anche nella tenuta degli apparati statali, quelli che si legittimavano come "pubblici" e che oggi si scopre hanno il solo scopo di preparare il corpo sociale a immolarsi  sul altare dell' accumulazione, oltre che di reprimerne eventuali caldane.


mercoledì 9 marzo 2016

La crisi italiana del 1964


Propongo qui un interessantissimo studio su un momento particolare del capitalismo italiano in cui notare l'insorgere progressivo di alcune problematiche che fino ad oggi la società borghese italiana ancora non ha affrontato: la lista Falciani testimonia come dati a 50 anni la necessità dell' allocazione di capitali -da tutta Europa, ben inteso- verso la sfera finanziaria delle fiduciarie e banche svizzere. La finanziarizzazione dell' economia "reale" risponde a logiche ben precise, prime fra tutte la inadeguata redditività media dell' investimento industriale congiunta all' imperativo della ristrutturazione del capitale tecnico. L' autore qui ha saputo cogliere uno dei momenti chiave di un processo che, chiudendo il boom del dopoguerra, ci conduce, attraverso molte peripezie, alla stagnazione attuale.

La crisi che si produsse in Italia nel 1964 e la reazione che il capitale nazionale organizzò per superarla, mostrano in concreto quanto contraddittoria sia la dialettica dell’accumulazione capitalistica. Qui di seguito ci limitiamo a ricordare i momenti essenziali di questo concreto processo. Dopo un ciclo espansivo durato circa un decennio, l’economia italiana, i cui indiscutibili successi si erano fondati sul binomio salari bassi-esportazioni, accusa già alla fine del ‘63 un rallentamento che alla fine dell’anno successivo assunse i chiari caratteri della crisi. Questa crisi ha avuto importanti risvolti sia sul terreno strettamente economico, con l’avvio di una significativa stagione di ristrutturazione tecnologica delle grandi imprese, con una più incisiva concentrazione del capitale e con lo sviluppo di un seppur ancora troppo ristretto sistema creditizio moderno; sia sul piano degli equilibri politici e sociali del paese, con la nascita del secondo centro-sinistra e l’apertura di una lunga stagione rivendicativa incentrata sulla richiesta di aumenti salariali. La caduta del saggio del profitto trova puntuale riscontro nelle cifre (in aumento progressivo) relative all’esportazione clandestina dei capitali, la quale tradiva la relativa arretratezza del capitalismo italiano di quei tempi, e alla speculazione edilizia. Qualche anno dopo Sylos Labini scriverà in un noto saggio che «speculazioni edilizie, esportazioni di capitali ... sono aree economicamente inquinate da un punto di vista capitalistico», fenomeni che egli, gramscianamente, spiegava con la “solita” arretratezza del capitalismo italiano (93), palesando con ciò tutto il moralismo e tutta l’ignoranza di cui è capace la “scienza” economica borghese odierna, soprattutto quella di “sinistra”.

domenica 28 febbraio 2016

I Soprano


Abbiamo anche noi il nostro stato, esosamente rentier, che redistribuisce, come tutti gli altri, secondo criteri di classe cioè di mantenimento dello status quo sociale.

Una merce, il suo prezzo e la stessa possibilità che sia progettata e realizzata, oggi dipende parecchio dal costo del sistema paese; da questo punto di vista riattivare un vantaggio competitivo alle merci italiane è cosa lunghissima, si fa molto prima a tagliare sul salario differito-welfare. Più che una soluzione una pezza temporanea.

Sappiamo che il welfare, lungi dall' essere una conquista data, dipende dal tasso di auto-valorizzazione dei capitali già presenti -e dalla qualità delle lotte sociali-, in particolare dal tasso di plusvalore relativo estorto, come si addice alle economie capitalisticamente più mature.  In effetti tanto più succoso e indispensabile diventa l'estrazione di plusvalore relativo tanto più la società borghese italiana, colta nel suo insieme, si mostra poco dinamica quando non addirittura ostile ad un salto di qualità del proprio capitalismo - salto che ovviamente richiede scossoni allo status quo.

giovedì 17 settembre 2015

Aritmetica del debito


Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna. (Il Capitale I)

 ***
Nella Civiltà Capitalistica c'è una relazione profonda tra accumulazione, debito complessivo (pubblico e privato) e sistema fiscale, fattori che condensati (centralizzati) in una data area di sfruttamento prendono la forma del nostro caro stato-nazione. In Italia, ma non solo, data la tendenziale facilità dei ceti parassitari a moltiplicarsi, l'uso della leva debito/fiscalità di classe è storicamente strutturale. Propongo la riflessione di un analista finanziario, risalente alla primavera scorsa, su quello che ci aspetta, tenendo conto che molte delle aspettative -implicite od espicitate- su cui si basa l'articolo ancora non si sono verificate: a fronte di una previsione di crescita del PIL e degli investimenti diretti esteri lievemente maggiori, altre voci come: inflazione, spending rewiew, sofferenze bancarie e ripresa degli investimenti interni sono piuttosto al palo. Non c'è quasi più nulla da privatizzare ed in più nel  portafoglio finanziario della Repubblica i derivati in scadenza  da oggi al 2018 (posizioni mark to market esigibili) è ad oggi negativo per circa 2,6 miliardi, e lascio perdere le scadenze più lontane. Una società civile stagnante che capitalistici risultati potrebbe mai conseguire?

sabato 12 settembre 2015

Sorvegliare e punire




Alla mia siskolina

Qui potrete trovare il libro a fumetti "Non mi uccise la morte" dedicato a Stefano

[...] Quanto alla presa sul corpo, anch'essa, alla metà del secolo Diciannovesimo, non era stata del tutto eliminata. Senza dubbio la pena non è più centrata sul supplizio come tecnica per far soffrire, e ha preso come oggetto principale la perdita di un bene o di un diritto, ma un castigo come i lavori forzati o perfino come la prigione -pura privazione della libertà - non ha mai funzionato senza un certo supplemento di punizione che concerne proprio il corpo in se stesso: razionamento alimentare, privazione sessuale, percosse, celle di isolamento.

Conseguenza non voluta, ma inevitabile, della carcerazione? In effetti la prigione, nei suoi dispositivi più espliciti, ha sempre comportato, in una certa misura, la sofferenza fisica. La critica spesso rivolta, nella prima metà del secolo Diciannovesimo, al sistema carcerario (la prigione non è sufficientemente punitiva: i detenuti hanno meno freddo, meno fame, minori privazioni, nel complesso, di molti poveri e perfino di molti operai) indica un postulato che non è mai stato chiaramente abbandonato: è giusto che un condannato soffra fisicamente più degli altri uomini.


La pena ha difficoltà a dissociarsi da un supplemento di dolore fisico. Cosa sarebbe, un castigo incorporeo?