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venerdì 27 dicembre 2019

China complex

Questo chart va bene ma non tiene conto della crescita della popolazione

Il quadro descritto da Olympe è veritiero ed è a mio avviso la turbolenza tipica di un' economia che deve necessariamente traghettarsi da un 44% di pil manifatturiero verso un 15-20% e sostituire la differenza con il terziario. Anche il 10% di pil dato dalle produzioni agricole si andrà riducendo. Ciò significa inurbare 20 milioni di contadini l'anno, dirigere le industrie verso produzioni sempre più labour saving -qualificate dal punto di vista del valore relativo, creare un più ampio ricco e stabilizzante mercato interno, il tutto inevitibilmente scendendendo sotto il 6% di crescita annua senza troppo infiammare gli animi degli abitanti. Tutta roba che sta già accadendo. Di rimbalzo i capitali a bassa composizione organica dei paesi limitrofi assorbono all' istante alcune lavorazioni dismesse. Per quanto riguarda il credito, ricordo che il peso del prestito "ombra" al di fuori della ufficialità pare sia ancora grande quanto il suo bisogno e scarsamente controllabile dal governo.

Possiamo anche notare che i passi che la Cina sta compiendo verso lo status di economia avanzata rendono in qualche modo il capitalismo cinese velocemente maturo e, nonostante questo, non riesce ancora a vivere in gran parte di rendita da lavoro altrui. Le cedole dei titoli di stato americani incassati dagli investitori cinesi sono prodotte dal commercio, con tutto ciò che questo implica, di merci...cinesi di cui Walmart rimane il più grande distributore mondiale - pigliandosi una bella tangente ecc. Probabilmente ha ragione chi si chiede se " il pianeta potrebbe reggere un paese con un miliardo e mezzo di abitanti" come leader -cioè rentier- del capitalismo globale.

A mio avviso il disaccoppiamento sul lungo termine delle due più grandi economie mondiali faceva già parte più dei piani cinesi che americani, viste le tempistiche dell' iniziativa "via della seta" ma, in definitiva, hanno tutti bisogno di tempo e la variabili sono in rapido processo. In questo senso la presidenza data a Trump è di una logica molto puntuale. Quando il gioco si farà scoperto ci accorgeremo delle ripercussioni.  

domenica 15 dicembre 2019

I live by the river


Per quel che ne so, non si è votato sul pessimo programma del Labour ma sul "finiamo questa storia: prima usciamo e poi vediamo". In ogni caso la Gran Bretagna non ne esce bene -la grana scozzese aspetta solo le prossime elezioni 2021 per scoppiare- e persino i Tory, inglobando ora tanto voto working class, ne uscirà totalmente trasformato. Nel loro programma si è preventivamente sorvolato sulla spesa pubblica.

Il progetto EU ne esce anche peggio.

Dalla tradizione di sinistra non solo è opportuno congedarsi ma occorre congedarsi velocemente pure dal congedo stesso. Se il termine di paragone rimane la sinistra borghese, variamente mutaforma e invariabilmente al fianco dello status quo sociale -mentre avversa senza vittorie quello politico, si vivrà oscillando fra "prima era meglio" e "un altro capitalismo è possibile", un opportunismo strutturale insomma, respingendo ciò che è inusitato in questo tempo feroce. 

Questo è un mio commento scritto a proposito della vittoria di Bojo alle elezioni nel Regno Unito e della speculare disfatta dei laburisti. Sotto invece articolo di Limes in cui si ricapitolano le tappe che portarono al progetto europeo, argomento già trattato abbondantemente nel blog, tanto per ribadire quanto poco ci sia da confidare nel futuro del vecchio continente, tra un pò ci sarà anche il tweettarolo a darsi da fare---




Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della disintegrazione. Potenti tendenze centrifughe scuotono oggi dalle fondamenta l’Unione Europea, oscurando il solare e ingenuo ottimismo di quanti all’alba del nuovo millennio avevano salutato l’introduzione dell’euro e l’allargamento verso est come l’annuncio di un’Europa ormai geopoliticamente e culturalmente unita. L’Unione, questo si diceva, non solo si stava affacciando sulle grandi questioni di sicurezza e difesa, ma con l’affermazione della sovranità monetaria su diversi paesi europei aveva raggiunto un monopolio finora riconosciuto solo agli Stati nazionali. La cultura politica del totale ottimismo, come l’ha definita Majone 1, dominava il dibattito politico, accademico e mediatico. «L’Europa ha garantito cinquant’anni di stabilità, pace e prosperità economica», diventando «un modello di integrazione regionale in tutto il mondo», dichiarava trionfalmente il Libro bianco sulla «governance europea» della Commissione (2001).


sabato 23 febbraio 2019

Il debito sia con noi



Il protezionismo è, nella migliore ipotesi, una vite senza fine, e non si sa mai quando sbarazzarsene.Proteggendo un'industria, direttamente o indirettamente danneggiate tutte le altre e quindi dovrete proteggere anche queste. Ma in tal modo danneggiate a sua volta l'industria che avete protetta per la prima e siete tenuti a compensarla: ma questo compenso reagisce come prima su tutti gli altri commerci, onde spetta a questi un compenso, e cosi via all'infinito.


Ovunque piovono pietre,  prima sugli italiani però. Fitch non ha declassato per ora nè il nostro debito nè l' outlook ma la situazione è ipertesa. Gli investitori internazionali vogliono rassicurazioni che dopo le europee cada questo governo e se ne faccia uno di centro-destra, con politiche volte ad non incrementare ulteriormente il rapporto deficit/pil all' interno dei paletti posti dalla crescita economica reale, mica le baggianate raccontate da Conte, Di Maio e Tria, che Salvini manda volentieri allo sbaraglio politico. Seguono le parole di un trader che ben riassumono la situazione italiana proiettandola nella attuale configurazione geopolitica, il confuso articolo sotto invece  è di Claudio Antonelli scritto per La Verità, ma che io ho scaricato da Dagospia.---

"Servono urgentemente aiuti che possono venire da vari paesi , in un periodo molto complicato che ci attende (rating in arrivo, elezioni europee, crollo del PIL e relativa manovra correttiva, spread, emissioni sul primario, ecc). Ragionavamo sul fatto che siamo facilmente ricattabili dai mercati, e dai governi che hanno in mano i timoni della finanza mondiale. Che siamo al tempo stesso un entità too big to fail ma anche , per questo essere molto ingombranti, anche una leva enorme da manovrare per interessi strategici all interno dell EU e nel mediterraneo. Concludevamo che la tenuta del sistema italia sarà determinata non solo dall' andamento della nostra economia tout court ma anche dalle alleanze internazionali che il governo riuscirà a tessere nei prossimi mesi."

Il numero due della Lega, Gian Carlo Giorgetti, non parla mai solo per dire una cosa. Di solito ogni messaggio ne contiene due. L' uscita sul rischio di andare incontro a una manovra correttiva da almeno 15 miliardi non solo annunciava la necessità di preparasi già ora alla stesura del Def, documento di economia e finanza, con cui il governo getta le basi per la manovra di fine ottobre. E al tempo stesso era l' amo per avviare un dialogo diretto con banche d' affari, fondi d' investimento e pure gli hedge, che di solito scommettono contro la nostra Borsa. Si tratta di capire quali siano le aspettative o - perché no - i suggerimenti in vista della stesura del Def. Sarà un periodo caldissimo.

domenica 20 gennaio 2019

Sussidi a tutto campo

In attesa che riprenda lo scontro sui dazi  USA-EU, che non mancherà di riaccendersi dopo la tregua Trump-Juncker siglata in agosto, tregua dettata dall' urgenza di badare ad altri fronti, una rappresentanza delle parti trainanti dell' industria europea, cioè quella automobilistica e chimica tedesca, sembra richiedere  segni di svolta nelle linee guida che hanno caratterizzato fino a ieri la politica industriale e commerciale continentale (cioè confacente al modello tedesco).

Si prende atto della persistenza della crisi globale dei profitti, del mutamento di clima politico e si asseconda il diffondersi del protezionismo; siamo vicini alle prossime elezioni dopo tutto. La frenata europea (economica e politica) occorsa nel secondo semestre 2018 era già stata intravista e si chiedono interventi.

Come si leggerà, - l' articolo è di pochi giorni fa, di Jacob Hanke, ma il TDI si è tenuto nel settembre 2018- le problematiche vertono alla fin fine sul ruolo organizzativo-complessivo del ente statuale (che, nel caso comunitario, sembra depotenziato) in merito alle tattiche e strategie che portano - o meno- un' area del sistema-mondo al successo capitalistico. La debolezza della politica imperialista europea  viene fuori tutta, mentre  per i diretti concorrenti si può parlare ad esempio di China complex.---


L'industria tedesca ha lanciato oggi un'importante offensiva per garantire che la prossima Commissione europea prenda una linea più dura sulla Cina. In vista delle elezioni europee di quest'anno, la federazione industriale più influente della Germania chiede a Bruxelles di innalzare le difese dell'UE contro quella che considera una concorrenza sleale da Pechino. Fondamentalmente, il suo piano in 54 punti, ottenuto da Politico ["Politico" è la rivista da cui ho preso questo articolo], cerca un più potente ruolo per l' unità che si occupa della concorrenza nella Commissione Europea, mentre l'UE cerca di combattere le esportazioni sovvenzionate della Cina, la sua sovracapacità industriale e le acquisizioni societarie. Le proposte della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI) offrono un segnale che Berlino e l'UE potrebbero gravitare verso una posizione più dura contro Pechino dopo la partenza dal blocco dei 28 del Regno Unito, più favorevole alla Cina.


martedì 1 gennaio 2019

Mi sacrifico per la felicità del genere umano


E' da stamattina presto che leggo riviste e quotidiani e non trovo neanche un articolo di mio interesse, nè  di quelli improntati a una retrospettiva e bilancio del 2018 e neppure tra quelli che ambirebbero a dare anticipazioni su "l' anno che verrà". Sotto traccia, il tema è unico: la valutazione della profondità della crisi del capitalismo globale. Si possono leggere considerazioni sul DEF italiano, sulla trade war o sul rallentamento globale, oppure sul prosciugamento della liquidità sui mercati finanziari, sulla brexit (che pasticcio !) o quelle di Gramsci sul capodanno, ma l' ansia è una sola. In tutto questo considerare e valutare sempre c'è un motivo scatenante, un capro espiatorio da additare, una vittima da compatire. A nessuno viene in mente che non è la musica ad essere stonata, è il pianista che è  preso via, seguendo il suo cuore.

L' articolo sotto, di tono leggero e brillante -ed è per questo che lo pubblico, è intitolato " Viaggio nelle fabbriche cinesi  di Babbo Natale" a firma di Gabriele Battaglia;  il mercato mondiale visto dalla più grande rivendita all’ingrosso di merci a basso costo del mondo. Stupenda la signora Yu, colei che " si sacrifica per la felicità del genere umano".---


I Babbi Natale sono decine, di tutti i tipi: alcuni sono dei manichini di dimensioni umane che si muovono a scatti diffondendo canzoncine natalizie, altri sono invece gonfiabili e più imponenti. Un pupazzo meccanico indossa una giacca di tartan scozzese invece della solita giubba rossa, ma a ipnotizzarmi è soprattutto una composizione corale: da un grande uovo esce Shengdan Lao (Babbo Natale in cinese) e abbraccia un pupazzo di neve con bombetta e mantello che lo aspetta lì fuori. Il tutto grande come un paio di frigoriferi, il tutto gonfiabile, il tutto in loop.
Una cacofonia di Jingle bells si contende lo spazio sonoro con altrettanti adattamenti di Feliz Navidad; sullo sfondo, l’ininterrotto ronzio dei motorini elettrici che gonfiano i Santa Claus pneumatici. Insomma, un baccano pazzesco. Nel negozio della signora Yu Qiaofang non c’è che l’imbarazzo della scelta. Le chiedo come mai tutti i pupazzi abbiano gli occhiali: “Babbo Natale è vecchio e deve indossarli”, mi risponde.
Alla fine ne scelgo uno gonfiabile che, attaccato alla presa di corrente, cresce in pochi secondi fino a un’altezza di due metri e dieci: è come avere in casa Dino Meneghin, largo però come due Bud Spencer. Il mio non ha gli occhiali, ma due occhi sgranati da manga giapponese. Qui tutto si contamina, ma il tocco creativo resta invariabilmente cinese.


domenica 16 dicembre 2018

L' incerto futuro del WTO

" La catena è costituita da anelli che alternano accordi e conflitti in un ritmo sempre più rapido dove le stesse potenze stabiliscono alleanze pacifiche per una zona mentre sono in conflitto per un'altra. "


Articolo ottimo esempio di come le regole borghesi cristallizzano una situazione pratica precedente alle regole stesse e quindi sempre alla rincorsa rispetto ad essa, rispetto alle rapide, sempre più rapide, evoluzioni della prassi sociale capitalistica. Trump così ha aperto un contenzioso per ora formalmente giuridico con il WTO, ma potenzialmente eversivo per le sorti dell' organizzazione.
Il mio interesse per il commercio globale è finalizzato a cercare di farmene una mappa e con essa un' idea del complicato gioco del rapporto fra le varie monete, legato a sua volta a doppio filo ai flussi finanziari al seguito delle merci. Se un giorno ci arrivassi, il fine ultimo sarebbe avvicinarmi a comprendere meglio l' esportazione di capitale, là dove il profitto estorto si fa interamente rendita - o tasso d' interesse. Evangelicamente, le vie dell' imperialismo sono infinite.
La scadenza del 10 dicembre cui si fa cenno nell' articolo è passata: gli sherpa del capitale riuniti a Buenos Aires, come previsto dal giornalista, sono giunti ad un bel nulla di fatto.---

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha le sue armi puntate oggi sulla Cina, ma una guerra più grande si sta preparando alla World Trade Organization - dove è in gioco il futuro del sistema commerciale globale. Negli ultimi due anni, gli Stati Uniti hanno bloccato le nuove nomine all' organo di appello dell'OMC, di fatto la corte suprema dell'organizzazione per le controversie commerciali. E a meno che non vengano stabilite nuove nomine entro il 10 dicembre 2019, la compagine della corte scenderà al di sotto del numero necessario per decidere sui casi. In effetti gli Stati Uniti stanno minacciando di mettere in secondo piano il coronamento dell'OMC - un forte meccanismo di risoluzione delle controversie - dando al resto del mondo solo un anno per offrire concessioni sulla riforma negli Stati Uniti, per cercare altre opzioni o per affrontare un mondo dove il meccanismo si disintegra. Con l'ascesa di un nuovo potere globale - la Cina - l'amministrazione Trump potrebbe aver già deciso che questo strumento commerciale, una reliquia dell'era della Guerra Fredda, non merita di essere aggiornato.

lunedì 12 novembre 2018

Gli ultimi apologeti



I cinesi sembrano gli ultimi apologeti della globalizzazione nella versione win-win, nel mentre brexit, il sovranismo europeo, il Brasile, quel che può il Giappone e in particolare la politica trumpiana -che mira a mantenere l' egemonia con il minimo  di  manutenzione ordinaria riducendone al contempo i costi- rimandano ad un ripescaggio della economia inter-nazionale a guida geopolitica.

Sicuramente dopo gli anni dei G8 e G20 post-2008, quando nulla è successo rispetto all' aspetto finanzario della crisi, si è preso atto dell' impossibilità di una politica collegiale che controlli e contenga le interconnessioni e le scorribande dei flussi finanziari globali. Un intervento auspicato ma totalmente onirico all' interno della accesissima competizione  per l' accaparramento di quote di quel  plusvalore prodotto -con sempre maggior difficoltà- sul pianeta. Capitalismo come lotta fra capitali contrapposti.

La crisi persiste neanche tanto sotto pelle, nonostante gli USA in particolare abbiano imbroccato un ciclo espansivo ma difficile da stabilizzare (cruciale sarà il soft-landing monetario) e ancora più da far ricadere ai piani bassi dell' edificio sociale. Per il resto del capitalismo maturo qualche punto base di  crescita del PIL non è che un cerotto messo a tappare un' emorragia, a frenare le paure di ceti medi terrorizzati di vedersi tolti gli agi residuali, una rimanenza di distinzione da un proletariato che è rimasto nell' indigenza e nella disoccupazione. Vanno ancora a votare, pensando solo ai torti subiti. L' ironia è che tutto sommato si va avanti per ora quietamente.

Ma torniamo al Celeste Impero e al suo mastodontico progetto infrastrutturale BRI. Un progetto che tutti accreditano come la prosecuzione delle politiche export oriented che hanno fatto della Cina la fabbrica del mondo.  Invece mi pare che sia via via sempre più un progetto che ha un impronta di natura geopolitica. Ma in fondo che differenza fa, l' imperialismo è uno e trino.

"L’Europa e la Cina, già dieci anni fa, avevano lo stesso problema, quello di avere sistemi economici basati sulle esportazioni. La dirigenza cinese, più intelligente, flessibile e illuminata, ha sempre avuto piena consapevolezza della fragilità di un modello di questo tipo, ha ancora tirato la corda per qualche anno per sistemare le sue cose e poi ha avviato un processo di ribilanciamento dalle esportazioni ai consumi che ha ridotto il suo surplus delle partite correnti a un modesto 1.2 per cento." Le dinamiche che spingono verso la terziarizzazione sono sostenute, incentivate e per quanto possibile accelerate.

E allora perchè perseguire questo gigantesco progetto -nonostante l' aria di recessione tiri anche da loro- a partire proprio dal 2015, quando la fuoriuscita contemporanea di masse di capitali esteri provocò un mezzo crash finanziario ? La dirigenza cinese  ha chiaramente tutta l'intenzione di bypassare il controllo americano sulle rotte commerciali del sud-est asiatico, raddoppiandole via terra, e di attrarre nella propria sfera finanziaria tutta l' area interessata dai flussi, così assicurati, delle proprie merci e delle varie supply chain, comprese le forniture di competenze, beni e materie prime. Una visione di lungo periodo che sembra non aver paura di affrontare quel vasto e instabile insieme di scacchieri. Un atteggiamento che non mancherà di essere confrontato con quello americano.---


In un arco temporale di soli trent’anni, con un modello di crescita basato sui suoi vantaggi comparati e fortemente vocato agli investimenti e alle esportazioni, la Cina è stata protagonista di un rapido sviluppo da paese agricolo povero a potenza industriale globale, diventando nel 2010 la seconda economia del pianeta. Dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, tuttavia, e di fronte alla frenata dell’economia globale, molti paesi, compresa la Cina, hanno cercato nuove soluzioni per stimolare o sostenere la crescita. In effetti, in un mondo post-Trump e post-Brexit nel quale l’America e il Regno Unito stanno entrambi – concretamente o simbolicamente – puntando a sganciarsi dalla globalizzazione, l’aspettativa diffusa è che Pechino svolga un ruolo più importante nell’economia globale. L’economia cinese oggi vale qualcosa come 12.000 miliardi di dollari, e negli ultimi anni ha contribuito a circa un terzo della crescita economica mondiale.

martedì 9 ottobre 2018

Oktoberfest

Ma che c'è sotto ?
Altra puntata della guerra in Europa, stavolta nella ricca Baviera, laboratorio politico e insieme terra di frontiera. Devo dire che mie fonti dirette descrivono una realtà locale molto meno disastrata di come appare nell' articolo, invece sono piuttosto in convergenza con l' autore quando il discorso va ad esaminare le magagne di ritorno del troppo celebrato  modello capitalista tedesco.---

La crepa profonda che minaccia l'Unione europea non sta sulla Manica per via della Brexit, e tantomeno nella dissidenza dei Paesi del Gruppo di Visegrad. Il governo giallo-verde dell'Italia e' solo un fastidioso foruncolo da schiacciare con lo spread. Il vero terremoto per l'Europa potra' scatenarsi dal cuore industriale della Germania, dalla Baviera: qui vengono al pettine i nodi irrisolti dall'Unione, innanzitutto l'immigrazione incontenibile che ha gia' squassato l'Italia. Ha destabilizzato l'area piu' ricca della Germania, cosi' come la poverta' nei Lander orientali sta polarizzando il consenso verso formazioni xenofobe e sovraniste. Un assetto sociale rigido, incapace di farsi concavo di fronte all'ingresso imprevisto di migliaia di stranieri, va in frantumi. Anche le soluzioni meccaniche messe in campo di recente dal governo federale, con l'aumento del salario minimo dei lavoratori precari, sono state bilanciate dalla riduzione delle ore lavorate. La locomotiva politica, prima ancora economica dell'Unione, e' cosi' dilaniata al suo interno, con un progressivo disfacimento del consenso verso i suoi due pilastri politici tradizionali, la Cdu-Csu e l'Spd. Un processo che ha gia' colpito un po' tutte le famiglie politiche europee che hanno rappresentato il pilastro del secondo dopoguerra. Le elezioni bavaresi del prossimo 14 ottobre segneranno comunque la fine dell'era Merkel, gia' messa a dura prova dai deludenti risultati elettorali del settembre 2017. C'e' in gioco assai piu' della continuita' politica che i suoi governi hanno assicurato attraverso le grandi coalizioni con i Socialdemocratici, messe in piedi a partire dal 2005. Ci si divide su tre temi, e sulle le rispettive polarita': integrazione/identita'; accumulazione finanziaria/sostenibilita' ambientale; lavoro regolamentato/precarizzazione sociale. In Baviera, i sondaggi ormai consolidati sono impietosi nel prevedere che la Csu perdera' per la prima volta dal 1962 la maggioranza assoluta dei seggi del Langstad, dopo aver governato ininterrottamente dal 1946. Rispetto al 2013, passerebbe dal 47,7% dei voti al 33%%; i Verdi aumenterebbero nettamente il consenso passando dall'8,6 al 18%; i Socialdemocratici dimezzerebbero i loro voti passando dal 20,6 all'11%. L'Fpd, il partito liberale, invece, e' accreditato appena del 6%, rispetto al 3,3% della precedente tornata. L'AfD, il partito che raccoglie le tendenze xenofobe e sovraniste e che tanto preoccupa tutti per il crescente consenso che riesce ad aggregare, si fermerebbe al 10%.

domenica 25 marzo 2018

Capitale contro Capitale









Le schermaglie sui dazi commerciali le trovo particolarmente divertenti per l' abilità (mai farne una questione di stile) con cui Trump vuole portare alcuni dei principali partner a incontri bilaterali che gli permettano di ridurre l' enorme deficit commerciale americano, marginalizzando le istituzioni come il WTO anche se per ora non le delegittima apertamente.

Vuole fare questa cosa ma non può spingerla fino in fondo, le dinamiche compatte dell'imperialismo mondiale gli impongono di continuare a essere il paese imperiale che consuma le merci di tutti gli altri, pena uno  sconquassamento un pò troppo radicale dello status quo dei commerci mondiali che per ora non conviene a nessuno degli antagonisti.

La prima onda della crisi dei profitti si è appena appena chetata e tutti ne sono usciti malconci,  indeboliti e con la sensazione che non sia per nulla finita qui. Hanno ragione. Nel frattempo però si cerca il miglior posizionamento sulla scacchiera geoeconomica in attesa che si manifesti la seconda e Trump quello sta facendo. L' articolo del Sole più sotto di questo parla, dando per scontato un naturale atlantismo che a mio avviso è oggi invece molto mal subito da questa parte dell' oceano: e chi se lo scorda l' Hotel Plaza ?

Alla faccia di chi pensa che lo stato, nella sua significativa accezione di mercato interno, sia depotenziato nell' era della globalizzazione, ricordo che il PIL americano è composto per 2/3 di consumi interni  di merci per lo più importate, gli Usa sono l' unico paese al mondo in cui la lobby degli importatori è molto più forte di quella degli esportatori e i primi che soffrirebbero di una vera e propria trade war sarebbero Wall Street e il CME. Il tonfo è appena iniziato: è bastato un velatissimo accenno a metà settimana da parte cinese ("China is said to plan countermeasures against US tariffs") per scatenare un sell-off piuttosto prevedibile, data anche un' altra serie di fattori che spingono in quel senso.

Alle aste di titoli di stato americani di due settimane fa (offerta molto superiore alla media, la riforma fiscale e il piano infrastrutturale di Trump pretendono il finanziamento) mi sarei aspettato che cinesi (e giapponesi, per questioni valutarie) mandassero un segnale di ritorsione, invece niente: venduto tutto. Evidentemente gli interessi offerti sono niente male e il rischio per ora valutato come contenuto.

Ma non è finita qui, la cosa andrà avanti a strappi. Quelli che per ora hanno ridotto al minimo il rischio di instabilità e di discontinuità delle politiche economiche sono proprio i cinesi. Quelli che sembrano non avere idea di come uscirne sono ovviamente gli europei, imperialisti quanto gli altri contendenti. Osservo questo schifo e mi dico che presumibilmente dovrò essere in balìa di tutto ciò finchè campo: si ride per non piangere.


Il volto feroce verso la Cina e la chiamata alle armi all’Europa. La strategia dell’amministrazione Trump continua a dipanarsi tra minacce e aperture, ora agli avversari ora agli alleati, in un succedersi di accelerazioni e brusche correzioni di rotta che mirano a spostare gli equilibri del sistema multilaterale in chiave prevalentemente anti-cinese. Anche a costo di farlo saltare.

domenica 11 marzo 2018

Sud, Nord


Non passerà molto che anche i M5s proveranno l' ebbrezza di non riuscire a tenere insieme gli stessi segmenti sociali che li compongono, fenomeno che investe regolarmente, nel giro di sempre meno tempo, le aggregazioni che vanno al governo. I 5S  si stanno logicamente premurando.

Alla voce "interesse generale nazionale" (cioè piccolo borghese) -declinato rigorosamente in maniera generica- se la giocano loro e la Lega, ognuno in abbastanza definiti limiti geografici: il gap nord-sud non finisce di alimentare il frazionamento politico.

Purtroppo per entrambi loro quei pochi decimi di PIL e di disoccupazione recuperati ultimamente non giocano a favore, anche se conseguiti unicamente sulla scia di cause esogene e per nulla percepiti ai piani bassi. Ma il plebeo è portato  a sperare.


Scrivevo queste poche righe l' ultimo giorno dello scorso anno, un pò azzeccandoci un pò toppando nelle dimensioni della disfatta dei due principali partiti della seconda repubblica. La speranza ha portato gli italiani a votare in massa contro l' assetto istituzionale che reggeva da 25 anni. Non è cosa da poco per il moderatismo italico. Per gli astensionisti tignosi come il sottoscritto bisognerà aspettare la seconda gamba della crisi.

La domanda di assistenzialismo immediato al sud (quindi dove si sostituisce statalismo a statalismo) e flat tax assieme alla promessa di un paese più veloce al nord rappresentano bene l' accelerazione di una specifica crisi interna - all' interno di una crisi generale che ancora ha da esprimersi pienamente-. In più il miraggio della impossibile, nel concreto, abolizione della legge Fornero ha portato verso i vincenti un bel pò degli elettori anziani e di mezza età, praticamente quelli che ancora votavano PD.

Non ho trovato neanche un articolo che fosse di mio gradimento nel commentare le elezioni di una settimana fa: tutti impegnati nel poco appassionante gioco del toto-governo. Buttare immediatamente nel cesso le ragioni socio-economiche è il fiore all' occhiello dell' intellettualità nostrana, e così non rimane loro che la ragioneria politica. Quello che segue almeno prova ad aggiungere qualche motivo di sviluppo storico della piccola borghesia settentrionale e meridionale al risultato del voto.---

giovedì 8 marzo 2018

Nelle tempeste d' acciaio


Una breve Reuters che illustra quello che sta accadendo alla Casa Bianca -dimissioni Cohn per i  dazi doganali- e che dà una qualche idea su come interpretare il protezionismo trumpiano. A me più che vento di guerra sembra una telenovela: "Trump says he still likes Gary Cohn, might come back to the White House" . Il difficile equilibrio fra promesse di protezionismo ed esigenze imperiali.


NEW YORK - "Proteggo i lavoratori americani, proteggo la sicurezza nazionale": così Donald Trump ha confermato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono l'acciaio e l'alluminio, il presidente firma oggi il decreto che infligge sulle importazioni dall'estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l'articolo di legge 232 che si riferisce appunto alla sicurezza nazionale. La giustificazione: quei due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti (aerei militari, navi da guerra, carriarmati e missili), l'America sarebbe vicina a perdere l'autosufficienza, Trump non vuole trovarsi in una situazione in cui la produzione di materiale bellico verrebbe a dipendere da importazioni straniere.