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venerdì 10 giugno 2016

Welcome to the machine




"Il sogno dell'essere umano è diventare una macchina"



"La macchina,  modo particolare di esistenza del Capitale, determinato dal suo processo complessivo, in quanto capitale fisso", si presenta non più come elementare mezzo di lavoro ma come  sistema automatico di macchine che incorpora lui il lavoro vivo -in quantità e qualità- nel processo di produzione di valore. In maniera tutta spettacolare, il "lavoro" non è più, portando in là il ragionamento, il lavoro immediato dell' operaio ma è la totalità dei lavori passati -sintetizzati e concettualizzati nel "cervello sociale" e organizzati nella rete delle macchine. Tutto ciò conferma e non contraddice che il valore è impresso nella merce -come un sigillo- da quella minima presenza operaia: lì accanto, il sistema delle macchine, per quanto fantasmagorico, costa esattamente quanto produce.

Se qualcuno ancora si illudesse, quello che era il sapere tradizionale della civiltà del lavoro, le abilità prima dell' artigiano e poi dell'operaio ed inscindibili da essi, ascrivibili nel capitale variabile, sono passate da tempo a far parte quasi esclusiva del capitale costante. Le conseguenze nei rapporti di forza tra classi è sotto gli occhi di tutti, in particolare quando si magnifica il comparto manifatturiero.


mercoledì 9 marzo 2016

La crisi italiana del 1964


Propongo qui un interessantissimo studio su un momento particolare del capitalismo italiano in cui notare l'insorgere progressivo di alcune problematiche che fino ad oggi la società borghese italiana ancora non ha affrontato: la lista Falciani testimonia come dati a 50 anni la necessità dell' allocazione di capitali -da tutta Europa, ben inteso- verso la sfera finanziaria delle fiduciarie e banche svizzere. La finanziarizzazione dell' economia "reale" risponde a logiche ben precise, prime fra tutte la inadeguata redditività media dell' investimento industriale congiunta all' imperativo della ristrutturazione del capitale tecnico. L' autore qui ha saputo cogliere uno dei momenti chiave di un processo che, chiudendo il boom del dopoguerra, ci conduce, attraverso molte peripezie, alla stagnazione attuale.

La crisi che si produsse in Italia nel 1964 e la reazione che il capitale nazionale organizzò per superarla, mostrano in concreto quanto contraddittoria sia la dialettica dell’accumulazione capitalistica. Qui di seguito ci limitiamo a ricordare i momenti essenziali di questo concreto processo. Dopo un ciclo espansivo durato circa un decennio, l’economia italiana, i cui indiscutibili successi si erano fondati sul binomio salari bassi-esportazioni, accusa già alla fine del ‘63 un rallentamento che alla fine dell’anno successivo assunse i chiari caratteri della crisi. Questa crisi ha avuto importanti risvolti sia sul terreno strettamente economico, con l’avvio di una significativa stagione di ristrutturazione tecnologica delle grandi imprese, con una più incisiva concentrazione del capitale e con lo sviluppo di un seppur ancora troppo ristretto sistema creditizio moderno; sia sul piano degli equilibri politici e sociali del paese, con la nascita del secondo centro-sinistra e l’apertura di una lunga stagione rivendicativa incentrata sulla richiesta di aumenti salariali. La caduta del saggio del profitto trova puntuale riscontro nelle cifre (in aumento progressivo) relative all’esportazione clandestina dei capitali, la quale tradiva la relativa arretratezza del capitalismo italiano di quei tempi, e alla speculazione edilizia. Qualche anno dopo Sylos Labini scriverà in un noto saggio che «speculazioni edilizie, esportazioni di capitali ... sono aree economicamente inquinate da un punto di vista capitalistico», fenomeni che egli, gramscianamente, spiegava con la “solita” arretratezza del capitalismo italiano (93), palesando con ciò tutto il moralismo e tutta l’ignoranza di cui è capace la “scienza” economica borghese odierna, soprattutto quella di “sinistra”.

mercoledì 24 febbraio 2016

El rentismo bolivariano

lavoro sociale astratto

Il Venezuela vive una durissima quaresima: scarsità alimentare, inflazione nel 2015 al 140%, quota di farmaci al 20% del necessario, PIL in contrazione del 7%, debiti internazionali da pagare quest'anno pari a circa la metà delle riserve totali in valuta, nella capitale il più alto tasso di omicidi al mondo. Una crisi economica e politica in cui il chavismo, erede della tradizione populista-bolivariana che tanto piace in Sud-America, non ci esce proprio bene. Al tracollo delle entrate petrolifere si aggiungono la proliferazione di ampi strati di ceti parassitari e un paternalismo statale che immobilizza lo sviluppo interno della società civile, aspetti che possiamo bene associare, cambiando alcuni termini, al Medio-Oriente ma anche in parte a noi. Segue il primo capitolo di un interessante studio, reperibile in rete, sullo stato-rentier venezuelano scritto appena prima del momento in cui la bonanima di Chavez si apprestava a lasciare i terzomondisti di tutto il mondo in lacrime e orfani del loro leader.---

Dagli anni Venti del secolo scorso si ripete inconfutabilmente che «il Venezuela è, non sappiamo se fortunatamente o disgraziatamente, petrolio». In effetti, questo «è stato, è e, nel futuro prevedibile, continuerà ad essere il tema fondamentale della vita venezuelana». Non c’è alcun aspetto della politica, dell’economia e della società di questo Paese che non sia direttamente o indirettamente condizionato da un fatto così semplice e allo stesso tempo così cruciale. Inoltre, conviene precisare sin d’ora che, nel caso della Repubblica bolivariana, quando parliamo di petrolio non ci riferiamo semplicemente alla risorsa per eccellenza e imprescindibile del modello di sviluppo e di civiltà mondialmente dominante, ma parliamo del maggiore produttore petrolifero dell’emisfero occidentale e tra i primi a livello globale per riserve comprovate, estrazione e capacità esportatrice.

mercoledì 17 febbraio 2016

Il potere alle cose (la fantomatica coscienza di classe 5)


 
L' eccellente osservazione si può declinare a ritroso come l' adolescenza del potere delle cose sugli uomini che continua in forma diversa il potere dell'uomo sull' uomo -il lignaggio, l'autocrazia-, come quest' ultimo a sua volta continuò il dominio della natura su un umanità troppo esposta alle sue variabili. Il dominio si giustappone al dominio precedente, mutuandone o meno alcune forme e figure. Ma nell' ultima più recente forma l' essere sociale il suo potere, che è in definitiva la possibilità consapevole di trasformare  la natura ed organizzarsi per soddisfare i propri bisogni, tendono almeno apparentemente a scomparire.

sabato 26 settembre 2015

La fantomatica coscienza di classe (1)

Una polemica piccina con un altro blogger mi induce a questa breve incursione sulla, oggi più che mai, fantomatica coscienza di classe proletaria, tralasciando per ora l' opposta coscienza di classe borghese, su cui magari torneremo. Ritorniamo ai dannati della terra e alla loro labile coscienza della possibilità della liberazione. Se ne parlò tanto e spesso tanto male poi più nulla. Vaporizzazione? Ingrottamento? Parlarne non vuol dire afferrare almeno concettualmente la cosa; come diceva un celebre pignolo: "ciò che è noto non è già perciò conosciuto".Vediamo come pone la questione un autore che sull' argomento ci ha perso il sonno: 
 [...]Questa coscienza non è  quindi né la somma né la media di ciò che pensano,sentono, ecc., i singoli individui che formano la classe. E tuttavia l'agire storicamente significativo della classe come totalità viene determinato, in ultima analisi, da questa coscienza, e non dal pensiero del singolo, ed è conoscibile soltanto a partire da essa.

sabato 4 luglio 2015

Crisi e centralizzazione


Nella letteratura accademica, sia di stampo critico che mainstream il termine “centralizzazione” viene spesso sostituito dall’espressione “concentrazione”. Gli stessi Marx e Hilferding in alcune circostanze adoperano questi termini alla stregua di sinonimi. A ben guardare, tuttavia, i due concetti hanno significati diversi. Nell’ accezione originaria di Marx la “concentrazione” del capitale corrisponde alla creazione di nuovi mezzi di produzione e alla crescita conseguente della loro massa complessiva, sia in termini assoluti che in rapporto alla forza lavoro disponibile: la “concentrazione”, in altre parole, “è basata direttamente sull’accumulazione, anzi è identica ad essa” (Marx, [1867] 1994, p. 685).

Invece, la “centralizzazione” dei capitali consiste nel fatto che, sebbene la produzione capitalistica veda le imprese contrapposte l’una all’altra come produttrici di merci reciprocamente indipendenti e la competizione capitalistica si presenti di norma come “ripulsione reciproca di molti capitali individuali”, è possibile rilevare un’opposta tendenza alla “concentrazione di capitali già formati” e dunque al superamento della loro autonomia individuale, che si realizza mediante l’“espropriazione del capitalista ad opera del capitalista, della trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi” (ivi, pp. 685-686). Il processo di centralizzazione può in tal senso concretizzarsi in vari modi: semplicemente attraverso l’uscita dal mercato dei capitali più deboli; oppure tramite liquidazione, acquisizione o fusione aziendale, che implicano cambiamenti nel diritto di proprietà; oppure anche in modo surrettizio, quando la proprietà formale del capitale resta frammentata ma il controllo si concentra in poche mani, come nei settori in cui le catene produttive sono basate sull’outsourcing oppure, più in generale, come accade con la massa dei capitali la cui proprietà è dispersa tra una miriade di azionisti e depositanti ma la cui gestione è demandata ai vertici di società per azioni e istituti bancari.