mercoledì 9 marzo 2016

La crisi italiana del 1964


Propongo qui un interessantissimo studio su un momento particolare del capitalismo italiano in cui notare l'insorgere progressivo di alcune problematiche che fino ad oggi la società borghese italiana ancora non ha affrontato: la lista Falciani testimonia come dati a 50 anni la necessità dell' allocazione di capitali -da tutta Europa, ben inteso- verso la sfera finanziaria delle fiduciarie e banche svizzere. La finanziarizzazione dell' economia "reale" risponde a logiche ben precise, prime fra tutte la inadeguata redditività media dell' investimento industriale congiunta all' imperativo della ristrutturazione del capitale tecnico. L' autore qui ha saputo cogliere uno dei momenti chiave di un processo che, chiudendo il boom del dopoguerra, ci conduce, attraverso molte peripezie, alla stagnazione attuale.

La crisi che si produsse in Italia nel 1964 e la reazione che il capitale nazionale organizzò per superarla, mostrano in concreto quanto contraddittoria sia la dialettica dell’accumulazione capitalistica. Qui di seguito ci limitiamo a ricordare i momenti essenziali di questo concreto processo. Dopo un ciclo espansivo durato circa un decennio, l’economia italiana, i cui indiscutibili successi si erano fondati sul binomio salari bassi-esportazioni, accusa già alla fine del ‘63 un rallentamento che alla fine dell’anno successivo assunse i chiari caratteri della crisi. Questa crisi ha avuto importanti risvolti sia sul terreno strettamente economico, con l’avvio di una significativa stagione di ristrutturazione tecnologica delle grandi imprese, con una più incisiva concentrazione del capitale e con lo sviluppo di un seppur ancora troppo ristretto sistema creditizio moderno; sia sul piano degli equilibri politici e sociali del paese, con la nascita del secondo centro-sinistra e l’apertura di una lunga stagione rivendicativa incentrata sulla richiesta di aumenti salariali. La caduta del saggio del profitto trova puntuale riscontro nelle cifre (in aumento progressivo) relative all’esportazione clandestina dei capitali, la quale tradiva la relativa arretratezza del capitalismo italiano di quei tempi, e alla speculazione edilizia. Qualche anno dopo Sylos Labini scriverà in un noto saggio che «speculazioni edilizie, esportazioni di capitali ... sono aree economicamente inquinate da un punto di vista capitalistico», fenomeni che egli, gramscianamente, spiegava con la “solita” arretratezza del capitalismo italiano (93), palesando con ciò tutto il moralismo e tutta l’ignoranza di cui è capace la “scienza” economica borghese odierna, soprattutto quella di “sinistra”.

 Già Marx, nel Capitale, aveva trattato la speculazione edilizia nei termini di una tendenza destinata ad approfondirsi col procedere dello sviluppo capitalistico: «Senza costruzione per speculazione e su grande scala, nessun imprenditore oggi può tirare avanti. Il profitto stesso della costruzione è estremamente piccolo; il suo guadagno principale consiste nel rialzo della rendita fondiaria, in un’abile scelta e utilizzazione del terreno da costruzione»(94). Questo lo sanno tutti i Berlusconi di questo mondo, e quanto poco «specificamente italiano» sia questo fenomeno, basta vedere gli enormi rialzi dei prezzi di edifici e di terreni che si realizzano soprattutto in tempi di crisi negli Stati Uniti e in Giappone. Ma non allontaniamoci dal seminato. Una quota crescente di capitale non veniva più investita in impieghi direttamente produttivi, e il fenomeno si approfondiva l’anno successivo, quando l’economia italiana, trainata da un vero e proprio boom delle esportazioni, sembrava aver superato brillantemente la sfida della crisi. I profitti, infatti, continuavano a non essere capitalizzati e a prendere strade alternative a quella “maestra” della produzione per la loro valorizzazione. Complici i livelli dei margini di profitto evidentemente giudicati ancora troppo esigui; e complice anche un’esigenza di difesa dei mercati internazionali acquisiti nel corso di un aspro confronto con i capitali europei concorrenti (Francia e Germania), gli industriali italiani si trovano nell’imbarazzante situazione di dover far fronte a una necessaria ristrutturazione tecnologica all’interno di una congiuntura non redditizia per l’investimento produttivo.

L’imbarazzo è sciolto da un capitale finanziario desideroso di partecipare con più mezzi nella gara della spartizione del plusvalore sociale, ambizione pienamente condivisa e assecondata dalla Banca d’Italia, la cui politica monetaria in quel frangente si segnala per efficacia e tempestività (si passa dalla politica inflattiva del 62-63, volta a realizzare le condizioni per un rapido recupero dei margini di profitto delle imprese maggiori, alla politica deflazionistica del ‘64, la quale assicura un sostegno ai grandi gruppi monopolistici italiani che concorrono sul mercato mondiale). Il grande capitale finanziario sostenne il processo di ristrutturazione tecnologica delle grandi imprese nella seconda metà degli anni Sessanta. «Il grande capitale, in corrispondenza di una sovrapproduzione che assumeva la classica forma della insufficienza della domanda interna, deviava i profitti generati dalla ripresa produttiva e di produttività verso l’estero, per sostituirli, per quanto riguarda le attività interne, con prestiti agevolati ottenuti dal canale finanziario riservato, allocato dal sistema degli Istituti di credito speciale, che ebbe un potente impulso proprio a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta»(95). Al di là della solita interpretazione «sottoconsumista» della crisi, l’autore coglie nel segno quando richiama l’attenzione sull’esportazione dei capitali, evidente segno di una sofferenza nel saggio del profitto, e quando registra un mutamento nei rapporti tra capitale industriale e capitale finanziario: mentre il primo aveva interesse a collocare all’estero, e comunque fuori dalla sfera produttiva, una parte crescente dei suoi profitti, e a sostituirli, per sostenere l’accumulazione allargata, con capitali presi a prestito in cambio di un basso interesse, il secondo aveva interesse ad assecondare questa operazione perché da essa si aspettava una ricaduta assai favorevole in termini di penetrazione nel sistema economico del paese e di ammodernamento.

Il governo, in quanto espressione reale degli interessi complessivi delle classi dominanti, non solo non si oppose a questa momentanea “alleanza”, la quale registrava lo stato di salute dell’accumulazione capitalistica in Italia, ma si predispose nei suoi confronti in maniera assai positiva, soprattutto attraverso la politica monetaria del governatore della Banca d’Italia Guido Carli. In effetti, «sotto la regia della Banca d’Italia» si assiste «alla formazione di un duplice circuito finanziario: uno ordinario, di fatto accessibile solo alla piccola impresa e/o a tutti coloro che non offrono sufficienti “garanzie”, e uno privilegiato essenzialmente orientato a fornire fondi a condizioni particolarmente favorevoli ai grandi gruppi monopolistici, alle amministrazioni locali e ad una parte rilevante del sistema assistenziale decentrato ... Quella politica ebbe effetti particolarmente selettivi poiché privilegiò il settore del grande capitale integrato finanziariamente con l’economia internazionale, che era nelle condizioni di poter accedere ad un circuito di liquidità finanziaria esclusivo. Essa, inoltre, era esplicitamente calibrata nel favorire l’esportazione clandestina di capitali» (96). Come ebbe a scrivere il De Cecco «si trattò di una gigantesca operazione di sostituzione di capitale di rischio con debiti a lungo termine a basso saggio d’interesse, in una prospettiva inflazionistica mondiale che la guerra del Vietnam rendeva certa»(97). Gli esiti immediati di questa dinamica furono i seguenti:

a. Una ulteriore, seppur modesta in rapporto al precedente trend di crescita (con il triennio ‘58-61 che ne costituisce il vertice), espansione produttiva, che si arrestò nel ‘69. Essa produsse una più accentuata divaricazione non solo tra l’area forte (il Nord) e l’area debole (il Mezzogiorno) del sistema capitalistico italiano, ma anche tra il grande capitale monopolistico, che comandava imprese tecnologicamente avanzate e che aveva la forza di stabilire rapporti di collaborazione anche con i sindacati (ai quali offriva aumenti salariali “temperati” dalle politiche inflazioniste-deflazioniste dei vari governi) e un settore di capitale industriale che si muoveva nell’ambito di produzioni ormai troppo mature, che registravano una produttività del lavoro troppo bassa a causa di una struttura tecnica diventata obsoleta. Queste dicotomie naturalmente troveranno puntuale riscontro nelle larghissime e numerosissime sperequazioni nelle condizioni salariali dei lavoratori impiegati nelle diverse sfere produttive e nelle diverse aree del paese. Le lotte sindacali che presero corpo a partire dal 1960 ebbero in gran parte origine in quella sperequazione, né fu un caso se esse trovarono nella leva dei giovani operai da poco immigrati nel Nord del paese, e spesso non sindacalizzati, i loro protagonisti principali.

b. Una ridefinizione del rapporto tra capitale industriale, che sino a quel momento aveva fatto ricorso quasi esclusivamente all’autofinanziamento, e capitale finanziario (allocato quasi tutto nelle banche); un rapporto diventato più favorevole a quest’ultimo di quanto non lo fosse stato dalla fine della guerra in poi.

c. Un più accentuato ruolo dello Stato nell’economia, non solo in quanto promotore, sostenitore o catalizzatore di importanti processi economici (pensiamo, ad esempio, all’uso della spesa pubblica e della leva fiscale, con le relative agevolazioni o esenzioni, in quanto apporto importante all’accumulazione privata e sostegno alle operazioni di fusione come quella realizzata tra la Montecatini e la Edison); non solo perché il sistema creditizio rimaneva largamente nelle mani del «Pubblico», ma anche perché esso partecipava al sistema economico come imprenditore, in primo luogo perché dovette accollarsi i costi in termini occupazionali dei processi di ristrutturazione in atto nel privato, così come delle difficoltà delle imprese «decotte», che esso assorbì con rapidità nel suo ventre molle avendo alle spalle la consolidata politica economica del fascismo.


La ricerca da parte del vecchio personale politico di nuove strade che permettessero un ammodernamento non traumatico e non “eversivo” dei precedenti equilibri politico-istituzionali. Una italianissima quadratura del cerchio che diede buona prova di sé all’epoca della nazionalizzazione dell’industria elettrica, quando la paura di colpire, insieme agli interessi del nemico (rappresentato dalle vecchie società dell’industria elettrica: Edison, Bastogi, La Centrale, Sip, SADE e SME), i propri interessi, impedì alla “frazione modernizzante”, sostenuta dall’industria orientata verso le produzioni durevoli di massa e il mercato internazionale (Fiat, Pirelli, Falk, Olivetti, Marzotto, Eridania, Montecatini, Snia-Viscosa, ecc.), collegata attraverso un complesso sistema di partecipazioni incrociate e non alle finanziarie delle società che monopolizzavano l’industria elettrica, di scalzare del tutto i vecchi centri di potere economico e politico e di dare pieno slancio al «programma riformista» del PSI.


 In questo nuovo contesto anche i ceti medi, le cui file si erano ingrossate a causa della «terziarizzazione» e la modernizzazione complessiva dei centri metropolitani, troveranno un più ampio spazio di manovra per far valere i loro specifici interessi parassitari; essi rivendicavano una distribuzione del plusvalore sociale che allargasse le loro capacità di consumo, così com’era accaduto per i ceti medi europei, e trovarono una immediata “sponda” in quella parte di capitale industriale interessato al consumo di questi ceti. Il nuovo dinamismo di questi ceti improduttivi si tradusse in una ulteriore pressione sui salari operai, e su una ulteriore restrizione della base su cui si reggeva l’accumulazione, cioè a dire della capitalizzazione dei profitti. La Democrazia Cristiana ne assunse quasi per intero la rappresentanza politica, estendendo quel «clientelismo orizzontale» che aveva messo solide radici nell’amministrazione pubblica periferica, anche qui ripercorrendo canali ampiamente arati nel ventennio fascista. Viceversa, l’agricoltura subì un’ulteriore caduta; in particolare venne accelerata quella crisi delle attività tradizionali causata, oltre che dalla storica tendenza negativa che vede il capitale privato ritrarsi dalla produzione agricola a causa dei suoi relativamente esigui margini di profitto, anche a causa della maggiore integrazione del capitalismo italiano nella divisione internazionale del lavoro – nello specifico europeo rappresentata dalla CEE –, ma altresì a ragione di un mutamento significativo intervenuto nell’intervento pubblico, mutamento che ebbe nella Legge Pastore del ‘57, la quale «segna il passaggio a un intervento basato sul privilegiamento dell’industria rispetto all’agricoltura»(98), uno dei suoi momenti più importanti e “ufficiali”. Anni dopo, riflettendo su queste dinamiche, Leonello Raffaelli, “esperto” di materie fiscali dell’allora PCI, scopre con sgomento la seguente verità: «Lo strumento fiscale non risponde unicamente, o essenzialmente, all’esigenza di finanziare determinati volumi di spesa statale – giacché questa viene portata in disavanzo, anche quando vi sono larghi margini per finanziarla con rapporti dei diversi ceti e gruppi di interessi con il partito politico dominante»(99). Come dire, anche i meno perspicaci sono capaci, alla fine, di scoprire l’acqua calda, la stessa che Carlo Marx usava per ammorbidire i suoi calli...


Solo dopo l’esplosione della crisi capitalistica internazionale dei primi anni Settanta, con le sue gravi ripercussioni sull’economia italiana, fu possibile apprezzare i frutti – che per il capitale industriale saranno assai amari – della ristrutturazione dei rapporti di forza interborghesi che abbiamo sinteticamente illustrato; si vedrà, in particolar modo, che cosa significò aver lasciato al sistema bancario italiano il monopolio della liquidità a partire dalla sostituzione del capitale “di rischio” delle imprese con l’indebitamento nei suoi confronti, cosa che aggravò quella crisi del modello fascista-keynesiano che per certi e non secondari aspetti si trascina sino ai nostri giorni. Effettivamente, la percentuale di indebitamento sul totale dell’attivo del settore industriale pubblico e privato crebbe continuamente a partire dal 1965, per raggiungere il suo punto massimo dieci anni dopo:


Rapporto debiti/attività delle maggiori aziende manifatturiere (100)


Anni          Aziende private         Aziende pubbliche
1965                   35.6                             51.7
1970                   36.8                             51.9
1975                   42.6                             59.2


A proposito della dialettica capitale industriale-capitale creditizio dei primi anni Sessanta si può dire ciò che Marx scrisse riguardo alla nascita del sistema del credito: quest’ultimo dapprima «si insinua furtivamente come modesto ausiliario dell’accumulazione», per diventare «ben presto un’arma nuova e terribile nella lotta della concorrenza ..., trasformandosi infine in un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali»(101). Ciò che ci sembra importante cogliere è il ruolo che in questa vicenda ha giocato il processo di accumulazione del capitale, regolato dalle “condizioni di salute“ in cui versa il saggio del profitto; e come la concreta realtà di un sistema-paese, parte di un ben più grande sistema-mondo, interagisce con le contraddittorie esigenze dello sviluppo capitalistico contribuendo fortemente a disegnare lo stretto sentiero lungo il quale la redditività dell’investimento produttivo (il solo capace di alimentare il fiume della ricchezza sociale, il fiume di plusvalore) si muove.


93 S. Labini, Saggio sulle classi sociali
94 Marx, Il Capitale, III.
95 N. Addario, Una crisi di sistema.
96 Ivi.
97 M. De Cecco, Banca d’Italia e “conquista politica“ del sistema del credito, in AA.VV., Il governo democratico dell’economia.
98 C. Triglia, in AA.VV., Sviluppo, sottosviluppo e classi sociali.
99 L. Raffaelli, La fabbrica del disavanzo.
100 Fonte: P. Palazzi, A. Poli, La spesa pubblica in Italia (1955-1975).
101 Marx, Il Capitale, I

4 commenti:

  1. Notevole articolo.
    Curiosità: perché non ne hai citato autore e luogo?

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  2. apertamente non lo faccio mai o quasi, nei link invece gli autori sono spesso presenti

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  3. L'ho riletto 80 volte...CIAO!!!!

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