È interessante analizzare il cambio di paradigma prodotto dall’intelligenza artificiale prendendo in considerazione come le principali potenze stiano raccogliendo la sfida tecnologica dell’IA nell’ambito della propria strategia di sicurezza nazionale. In un quadro da nuova guerra fredda che vede Stati Uniti e Cina opposti in una lotta per l’egemonia di questo nuovo settore, l’Unione Europea resta indietro. Il vecchio continente manca di dinamicità e di grandi imprese ad alta tecnologia. Soprattutto, investe poco in IA. Per risollevarsi, Bruxelles dovrà investire con più decisione su un modello di sviluppo etico delle nuove tecnologie, culturalmente compatibile con i propri valori.
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martedì 30 aprile 2019
Tecno politica
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giovedì 8 dicembre 2016
Il non-equilibrio
Un estratto da un articolo di Guglielmo Carchedi reperibile in rete dal titolo "Dialettica e temporalità in Marx". Articolo che non ho strumenti per comprendere pienamente e a questo limito il copia-incolla. Quel geniaccio di Marx, ponendo a contatto la processualità storico-sociale dell' economia e la matematica -passaggio necessario per estrarre dalla complessa fenomenologia capitalista le sue leggi di movimento- e osservandone la reazione, deve necessariamente inserire anche (la inserisce correttamente ovunque!) in quest' ultima una temporalità che volgarmente non le si attribuisce. La cosa, come è successo spesso, non piace a chi ha una concezione feticistica dell' economia -ma direi delle scienze in generale- in cui un oggetto sociale si analizza come fosse un asteroide. Una implicazione di questo distendersi nel tempo è che tramonta la coppia concettuale "cosmogonica" disequilibrio/equilibrio a favore di quella ben più espressiva di tendenza/controtendenza, in cui è la stessa unità contraddittoria del Capitale (e non princìpi opposti che si escludono a vicenda) a provocare le onde economiche espansive all' interno di una unica legge tendenziale di movimento. Cercare di smentire la teoria del valore o, più facile, alcune delle sue singole asserzioni è una rogna che si sono cercata in parecchi.
Vi sono state molte dispute nella storia della teoria del valore. A incominciare dagli anni 1980, una controversia è divampata tra i marxisti che sostengono che l’economia è in equilibrio o tende verso di esso (l’approccio dell’ equilibrio) e quei marxisti che sostengono che la nozione di equilibrio è aliena alla teoria di Marx.
Per questi ultimi, non solo l’equilibrio ma anche le deviazioni da esso (il disequilibrio) sono solo potenti nozioni ideologiche che non hanno alcuna rilevanza per una teoria economica del mondo reale. Infatti, l’economia capitalista tende non verso l’equilibrio ma verso le crisi attraverso una successione di cicli economici. I due approcci sono radicalmente differenti. I termini ‘economia del (dis)equilibrio’ e ‘economia del non-equilibrio’ sottolineano questa differenza. La disputa non è ancora stata risolta, in una maniera o nell’altra.
martedì 1 novembre 2016
La scienza può dire la verità ?
Senza totalità, allo scienziato rimane da indagare fatti slegati, ossia accettare lo status quo.
Un importante articolo sul tema più sostanziale di ogni epoca: quello della verità e del suo albergare o meno, e in che misura, nella realtà sociale come nella vita soggettiva, sempre che di quest' ultima ne esista una.---
Introduzione
La filosofia della scienza si è a lungo interrogata sulla diversa
natura delle singole discipline e sull’unicità o meno dei metodi della
scienza che ne poteva derivare. Fino al XIX secolo, la specializzazione
scientifica non era tale da originare controversie. Gli scienziati erano
anche filosofi e spesso studiosi della società e storici[1]
. Gli intellettuali avevano una conoscenza almeno basilare di tutte le
scienze principali e della filosofia e nessuna scienza godeva di uno
status superiore poiché ancora nessuna scienza aveva contribuito a un
incremento sensibile delle forze produttive.
Il fenomenale sviluppo della scienza degli ultimi secoli ha elevato
lo status delle scienze naturali, relegando le discipline sociali a
chiacchiericcio. Il sentire comune è che la fisica sia “la” scienza
assieme a ciò che le si avvicina per rigore nella sperimentazione e
nella teorizzazione. Il contributo della fisica allo sviluppo umano
appare ovvio e incontrovertibile, quello delle scienze sociali quanto
meno dubbio. Le riflessioni epistemologiche moderne sono tentativi di
generalizzare i metodi della fisica per consentire a tutte le branche
del sapere di arrivare allo stesso livello di sviluppo: “le scienze
dell’uomo e della società si sforzano di emulare il modello delle
scienze naturali che hanno tanto successo”[2],
così che tra le influenze dominanti per le scienze sociali vi è quella
dei “modelli forniti dalle scienze della natura” (Piaget, cit., p. 29).
Al massimo, allora, alla filosofia non rimane che il ruolo di
commentatrice e generalizzatrice, poiché “resta la tendenza fondamentale
dello sviluppo filosofico: riconoscere come necessari e come dati i
risultati ed i metodi delle scienze particolari, attribuendo alla
filosofia il compito di portare alla luce e di giustificare il
fondamento di validità di queste costruzioni concettuali”[3] .
L’epistemologia moderna, in quasi tutte le sue componenti, riflette
il trionfo delle scienze naturali. Nell’ottocento, molti scienziati
guardavano ottimisticamente alle scienze nel loro complesso,
evidenziando una loro natura unitaria in quanto parti del progresso
dell’industria e della società (Helmholtz per tutti). Nel ventesimo
secolo, la scuola epistemologica più di successo e duratura, il
neopositivismo, considera una parte fondamentale del suo programma la
battaglia per l’unificazione delle scienze, ovviamente sotto le bandiere
della fisica. Pur da prospettive diverse, gli epistemologi successivi
hanno sostanzialmente accettato questa posizione monista. Ciò vale anche
per diversi pensatori marxisti, che hanno subordinato le scienze
sociali a quelle naturali[4].
D’altro canto, le correnti che hanno proposto interazioni tra scienza e società (in particolare la sociologia della conoscenza), hanno rilevato il carattere sociale di tutte le scienze, in un quadro metodologico, di nuovo, sostanzialmente monista.
D’altro canto, le correnti che hanno proposto interazioni tra scienza e società (in particolare la sociologia della conoscenza), hanno rilevato il carattere sociale di tutte le scienze, in un quadro metodologico, di nuovo, sostanzialmente monista.
In queste concezioni ha poco senso distinguere tra scienze sociali e
naturali. Esse avranno gli stessi obiettivi, gli stessi metodi, spesso
gli stessi strumenti analitici e si distingueranno, al massimo, per un
diverso grado di sviluppo e formalizzazione. Le scienze più sviluppate
forniranno il modello per tutte le altre, che non dovranno far altro che
seguirne le orme.
In questo scritto cercheremo di dimostrare che esiste invece una
differenza strutturale, ontologica, tra le scienze che non coincide
strettamente con la distinzione tra scienze naturali e sociali e che
tale distinzione deriva dalla loro funzione sociale, da cui anche deriva
il rapporto con i criteri di verità della scienza. Ciò che distingue le
scienze, proveremo a spiegare, non è il metodo o l’oggetto di studio,
ma il rapporto con le forze produttive e i rapporti di produzione.
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