martedì 1 novembre 2016

La scienza può dire la verità ?


Senza totalità, allo scienziato rimane da indagare fatti slegati, ossia accettare lo status quo. 


Un importante articolo sul tema più sostanziale di ogni epoca: quello della verità e del suo albergare o meno, e in che misura, nella realtà sociale come nella vita soggettiva, sempre che di quest' ultima ne esista una.---

Introduzione

La filosofia della scienza si è a lungo interrogata sulla diversa natura delle singole discipline e sull’unicità o meno dei metodi della scienza che ne poteva derivare. Fino al XIX secolo, la specializzazione scientifica non era tale da originare controversie. Gli scienziati erano anche filosofi e spesso studiosi della società e storici[1] . Gli intellettuali avevano una conoscenza almeno basilare di tutte le scienze principali e della filosofia e nessuna scienza godeva di uno status superiore poiché ancora nessuna scienza aveva contribuito a un incremento sensibile delle forze produttive.
Il fenomenale sviluppo della scienza degli ultimi secoli ha elevato lo status delle scienze naturali, relegando le discipline sociali a chiacchiericcio. Il sentire comune è che la fisica sia “la” scienza assieme a ciò che le si avvicina per rigore nella sperimentazione e nella teorizzazione. Il contributo della fisica allo sviluppo umano appare ovvio e incontrovertibile, quello delle scienze sociali quanto meno dubbio. Le riflessioni epistemologiche moderne sono tentativi di generalizzare i metodi della fisica per consentire a tutte le branche del sapere di arrivare allo stesso livello di sviluppo: “le scienze dell’uomo e della società si sforzano di emulare il modello delle scienze naturali che hanno tanto successo”[2], così che tra le influenze dominanti per le scienze sociali vi è quella dei “modelli forniti dalle scienze della natura” (Piaget, cit., p. 29). Al massimo, allora, alla filosofia non rimane che il ruolo di commentatrice e generalizzatrice, poiché “resta la tendenza fondamentale dello sviluppo filosofico: riconoscere come necessari e come dati i risultati ed i metodi delle scienze particolari, attribuendo alla filosofia il compito di portare alla luce e di giustificare il fondamento di validità di queste costruzioni concettuali”[3] .
L’epistemologia moderna, in quasi tutte le sue componenti, riflette il trionfo delle scienze naturali. Nell’ottocento, molti scienziati guardavano ottimisticamente alle scienze nel loro complesso, evidenziando una loro natura unitaria in quanto parti del progresso dell’industria e della società (Helmholtz per tutti). Nel ventesimo secolo, la scuola epistemologica più di successo e duratura, il neopositivismo, considera una parte fondamentale del suo programma la battaglia per l’unificazione delle scienze, ovviamente sotto le bandiere della fisica. Pur da prospettive diverse, gli epistemologi successivi hanno sostanzialmente accettato questa posizione monista. Ciò vale anche per diversi pensatori marxisti, che hanno subordinato le scienze sociali a quelle naturali[4].
D’altro canto, le correnti che hanno proposto interazioni tra scienza e società (in particolare la sociologia della conoscenza), hanno rilevato il carattere sociale di tutte le scienze, in un quadro metodologico, di nuovo, sostanzialmente monista.
In queste concezioni ha poco senso distinguere tra scienze sociali e naturali. Esse avranno gli stessi obiettivi, gli stessi metodi, spesso gli stessi strumenti analitici e si distingueranno, al massimo, per un diverso grado di sviluppo e formalizzazione. Le scienze più sviluppate forniranno il modello per tutte le altre, che non dovranno far altro che seguirne le orme.
In questo scritto cercheremo di dimostrare che esiste invece una differenza strutturale, ontologica, tra le scienze che non coincide strettamente con la distinzione tra scienze naturali e sociali e che tale distinzione deriva dalla loro funzione sociale, da cui anche deriva il rapporto con i criteri di verità della scienza. Ciò che distingue le scienze, proveremo a spiegare, non è il metodo o l’oggetto di studio, ma il rapporto con le forze produttive e i rapporti di produzione.


Scienza e sviluppo delle forze produttive

Il punto da cui partire per analizzare la natura dell’impresa scientifica da un’ottica marxista è chiedersi se la scienza faccia parte delle forze produttive o dei rapporti di produzione. La risposta è complessa. Nota Horkheimer: “la teoria marxiana della società annovera la scienza tra le forze produttive” [5]. Si tratta di un’osservazione sensata ma unilaterale. Dov’è la società in questo quadro? È vero che a scienza rende possibile il sistema produttivo, e “rappresenta anche un mezzo di produzione”, ma non è solo questo. Dov’è il legame con la società? Osserva Bucharin: “qualsiasi scienza trova la sua origine nei bisogni della società o delle classi che la compongono”[6]. È un’osservazione corretta, ma ancora vaga. Qui c’è la società, ma non il rapporto concreto che le diverse scienze hanno con essa. Barletta, curatore dell’antologia di scritti sulla scienza di Marx, Engels e Lenin, nota che per Marx la scienza non è da inscrivere unilateralmente nelle componenti strutturali ma nemmeno nei fattori sovrastrutturali della società; essa è invece una “sovrastruttura direttamente fondata sulla struttura delle forze produttive, anello di congiunzione non meccanico ma articolato fra esse, nella misura in cui come tecnologia entra nel processo produttivo direttamente, e fa dunque parte della ‘struttura’ (uso capitalistico della scienza: le macchine), mentre, come concezione o filosofia, è condizionata dall’insieme dei rapporti di produzione al pari di altre forme sovrastrutturali o ideologiche.”[7]
Tale osservazione è accettabile se si precisa che cosa fa ascrivere la scienza alla struttura o alla sovrastruttura. Ogni scienza, ogni teoria, tocca entrambe, ma in misura differente in base alla propria natura.
Già nell’Ideologia tedesca Marx pone gli elementi necessari per affrontare la duplice natura della scienza. Criticando l’idealismo dei giovani hegeliani, che pensavano di contrapporre alle idee della classe dominante un’interpretazione radicale di queste idee, Marx spiega che le idee stesse derivano dallo sviluppo sociale. Le classi non scelgono le ideologie o le teorie liberamente, ma le producono nel corso della propria storia. La borghesia, come classe dominante, controlla le forze produttive, domina la divisione del lavoro. Le idee dominanti tendono a riflettere questo dominio.
In tale contesto, la scienza ha necessariamente una duplice natura. Sotto il profilo delle conoscenze atte a produrre, e dunque delle forze produttive, la scienza è come un macchinario, essendo inserita a pieno titolo nel processo produttivo. Marx nota anzi: “senza industria e commercio dove sarebbe la scienza della natura?”[8]. In questo senso la scienza è parte della produzione delle condizioni materiali di vita dell’uomo le quali creano la società, comprese le idee che la dominano. Sotto il profilo della teoria, la scienza è invece un prodotto della società come ogni altra forma di concettualizzazione e ciò ne determina la subordinazione alle esigenze della classe dominante. In questo senso dice Marx: “la concorrenza universale…sussunse le scienze naturali sotto il capitale” (ibidem, p. 50).
La duplice natura della scienza riflette la duplice natura della realtà, che è insieme sempre la stessa eppure cambia, è eterna come l’universo, ma mutevole come la società. Il merito del marxismo è stato di riuscire a compendiare questi due aspetti. Criticando Feuerbach, Marx osserva per l’appunto che non è riuscito a unire materialismo e storia, con ciò costringendo a scegliere tra una scienza degradata a sapere, inerte rispetto allo sviluppo sociale, o una scienza costretta nel ruolo di ideologia di classe, una sorta di mero complotto teorico. Fondando il materialismo storico, Marx riesce a superare queste visioni unilaterali. Il metodo del marxismo non scimmiotta le scienze naturali ma “concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale”[9] . L’oggetto di studio delle scienze sociali può essere visto come un processo naturale. Significa ciò che le opinioni soggettive degli individui non contano? Certo che no, significa che le stesse derivano però dai processi reali.
In definitiva, la scienza direttamente innestata nella produzione è parte delle forze produttive. Osserva Marx:
“se il processo produttivo diviene sfera di applicazione della scienza, allora al contrario la scienza diviene fattore, per così dire funzione, del processo produttivo. Ogni scoperta diviene la base di nuove invenzioni o di un nuovo perfezionamento del modo di produzione.”[10]
La scienza, questa scienza è un mezzo indispensabile per lo sviluppo delle forze produttive, e i suoi connotati ideologici, pur ineliminabili, devono però finire in secondo piano, con tutti i risvolti pratici che ciò comporta per il dibattito scientifico e la repressione delle eterodossie. Marx osserva anche il cambiamento indotto nell’attività scientifica dal nuovo ruolo della scienza:
“la scienza ottiene il riconoscimento di essere un mezzo per produrre ricchezza, un mezzo di arricchimento. In questo modo i processi produttivi si pongono per la prima volta come problemi pratici, che possono essere risolti solo scientificamente. L’esperienza e l’osservazione (e le necessità dello stesso processo produttivo) hanno raggiunto ora per la prima volta un livello tale da permettere e rendere indispensabile l’impiego della scienza. Lo sfruttamento della scienza e del progresso teorico dell’umanità. Il capitale non crea scienza, ma la sfrutta appropriandosene nel processo produttivo. Con ciò stesso ha luogo contemporaneamente la separazione della scienza, in quanto scienza applicata alla produzione, dal lavoro immediato, mentre nelle precedenti fasi della produzione l’esperienza e lo scambio limitato delle conoscenze erano immediatamente legati al lavoro stesso.” (Ibidem)
La scienza occorre al capitale per valorizzarsi, per aumentare i profitti, a cui è subordinata ogni altra finalità sociale. La relativa obiettività delle scienze naturali dipende dal loro legame con le forze produttive, al contrario delle scienze sociali, il cui compito fondamentale è difendere l’esistente, gli interessi della classe dominante, sviluppando e propagandando l’ideologia. In questo, la gran parte delle scienze sociali è assimilabile alla religione, il più antico sostegno di ogni classe dominante.
Partendo da questa diversa funzione, definiamo scienze delle forze produttive le scienze legate allo sviluppo delle forze produttive, scienze dei rapporti di produzione quelle connesse alla conservazione dei rapporti tra le classi all’interno della società.

Scienza e sviluppo del modo di produzione

Il capitalismo non può esistere senza rivoluzionare continuamente le forze produttive, spiegano Marx ed Engels nel Manifesto. Ciò si estende alle conoscenze scientifiche, che fanno parte di queste forze produttive. Ciò non significa che l’impresa scientifica sia libera, per ovvie ragioni di difesa dello status quo. Si produce dunque uno scontro tra esigenze di sviluppo della scienza (e delle forze produttive) e difesa dell’ideologia dominante (ossia dei rapporti di produzione). Il prevalere delle esigenze delle forze produttive, dato storico ineliminabile, è però una considerazione che va qualificata. Nella fase storicamente progressista di un modo di produzione, i rapporti di produzione incoraggiano lo sviluppo delle forze produttive e della scienza. Ogni nuova scoperta scientifica rinforza il dominio della classe dominante. Nella fase discendente del modo di produzione, lo sviluppo delle forze produttive entra in contrasto con i rapporti di produzione. Per prevalere, le forze produttive devono aspettare una trasformazione sociale. Nel frattempo, la scienza deve sottomettersi allo status quo.
Prendiamo la storia della diatriba tra geocentrismo ed eliocentrismo. Sotto il profilo storico, Copernico, Galileo e Keplero dovevano prevalere, perché le loro teorie erano indispensabili all’ulteriore sviluppo delle forze produttive e tale esigenza ha piegato l’ideologia talché oggi il geocentrismo non fa più parte del nucleo ideologico della società. La classe dominante moderna, la borghesia, non ne ha più bisogno.
Al suo apice, il geocentrismo era una teoria scientifica complessa, in grado di fare predizioni potenti sull’andamento degli astri del sistema solare[11]. Opere come l’Almagesto di Tolomeo risultano tra le più alte creazioni dell’intelletto umano. La teoria astronomica geocentrica dunque aiutava la crescita delle forze produttive. Con lo sviluppo della società e delle conoscenze scientifiche, divenne però chiaro che la teoria tolemaica non era più in grado di aiutare l’uomo a sviluppare le forze produttive, anzi era diventata un ostacolo allo sviluppo ulteriore della società. La necessità degli europei di viaggiare oltre il Mediterraneo poneva la necessità di teorie in grado di consentire la navigazione extra-continentale, così come di un nuovo calendario. Che cosa impediva allora alla società di liberarsene? Il fatto che fosse diventata una componente centrale dell’ideologia dominante, aveva infatti un ruolo di giustificazione del potere della Chiesa e dunque di stabilizzazione dei rapporti di produzione. Resistere allo spodestamento della Terra dal centro dell’universo era parte della battaglia volta a evitare lo spodestamento dell’aristocrazia e della Chiesa dal centro della società. Così scoppiò un conflitto tra la scienza e la classe dominante, tra forze produttive e ideologia. La diatriba non era più scientifica ma ideologica e politica. Anche Alberto Magno, secoli prima di Galileo, proponeva l’eliocentrismo, il punto era il contesto filosofico complessivo in cui si ponevano le teorie di Galileo, che risultava inaccettabile per la Chiesa. Accettare la sperimentazione e il metodo scientifico voleva dire accettare che il potere non derivava dalle sacre scritture ma dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche. La fine del senso stesso del dominio dell’aristocrazia e della Chiesa.
Le esigenze della borghesia, che incarnavano le necessità di sviluppo delle forze produttive, in ultima analisi dovevano prevalere. Ciò non toglie che, proprio come la battaglia tra aristocrazia e borghesia, la battaglia tra tolemaici e copernicani sia durata a lungo. Alla fine, proprio lo sviluppo delle forze produttive, ad esempio con la creazione del telescopio di Galileo, ha prodotto il materiale empirico che ha ampliato le crepe, le anomalie kuhniane, nel paradigma dominante, relegando la teoria tolemaica a parte della storia del pensiero umano. La natura di una teoria e di una scienza seguono la parabola del modo di produzione. Ciò non toglie che alcune verità scientifiche possano sfidare i secoli e i millenni, basti pensare al teorema di Pitagora, una volta separati dall’involucro ideologico che pure li può aver originati o almeno accolti.

Il criterio di verità delle teorie scientifiche

Sintetizzando il rapporto tra scienza e società, possiamo dire che le forze produttive si evolvono, anche grazie alla scienza, che è in grado di approfondire sempre meglio le leggi della natura. Sono dunque le teorie scientifiche che cambiano nel tempo, non la natura. Ciò vale anche per le scienze sociali, pur nell’ambito di un periodo storico e non di tutta la storia umana. Tale considerazione ci conduce al problema centrale della filosofia nel suo rapporto con l’impresa scientifica: come definire i criteri di verità della scienza. Se la scienza si sviluppa, se i risultati che trova cambiano, perché lo sviluppo delle forze produttive lo richiede e lo determina, a cosa ancorare la verità? Prima del capitalismo, lo sviluppo delle forze produttive era sufficientemente lento e ci si poteva accontentare dell’ipse dixit. Nell’epoca moderna sarebbe impensabile. Occorre un criterio in grado di tenere il passo con le esigenze di sviluppo tecnologico della società. La filosofia, a partire da Kant, àncora le verità scientifiche a criteri oggettivi, a un metodo. Da lì, la filosofia della scienza parte cercando dei criteri di verità con cui analizzare le predizioni scientifiche.
Da un punto di vista marxista, la verità di una teoria è basata appunto sulla capacità di sviluppare le forze produttive. Questa concezione pragmatica della verità, esposta un po’ rozzamente già nelle Tesi su Feuerbach[12] , non ha però nulla a che vedere con lo strumentalismo filosofico, secondo cui una teoria è appunto “solo” uno strumento, indipendentemente da considerazioni sul suo status di verità oggettiva. Il problema è molto più complesso, e la soluzione sottile. L’aspetto dirompente delle Tesi, che nessuno poteva cogliere all’epoca, fossero anche state pubblicate, è che essendo la questione della verità oggettiva del pensiero una questione pratica, nessuna teoria può bastare a se stessa, nessun metodo epistemologico potrà giustificare una teoria senza un riferimento a qualcosa di esterno, al mondo. Questa conclusione è l’essenza del celebre teorema di Goedel, che Marx anticipò nel suo risvolto essenziale: l’impossibilità, per una teoria, di fondare al proprio interno un criterio di verità. La logica non basta a se stessa.
Questo criterio esula da pure istanze metodologiche e riguarda invece il complesso delle ideologie accettate di un’epoca. Il rifiuto della Chiesa dei risultati del cannocchiale di Galilei non derivavano da una diversa interpretazione del dato empirico, ma dal rifiuto dell’idea che l’osservazione sperimentale fosse lo strumento principe dell’accrescimento della conoscenza rispetto alle sacre scritture.
La distinzione tra scienze sociali e naturali non attiene però alla diversa verità, solidità delle teorie. Una teoria sociologica non è meno “vera” di una teoria astronomica perché concerne enti che vivono secoli e non miliardi di anni. La natura di scienza dei rapporti di produzione non ha nulla a che vedere con la verità delle teorie. La teoria economica classica è vera nel senso che esprime gli interessi della trionfante borghesia industriale. Il fatto che dopo pochi decenni questi interessi cozzassero contro lo sviluppo delle forze produttive ha fatto sorgere una nuova teoria, il marxismo, che rifletteva il nuovo livello raggiunto dallo sviluppo delle forze produttive e dunque dalla lotta di classe. Tutto ciò però nulla ha a che vedere con la “verità”. Una biga non è meno vera da quando hanno inventato le automobili e gli aeroplani, è solo inattuale. La distinzione decisiva è posta invece dal fatto che nelle scienze sociali soggetto e oggetto della scienza non sono nettamente separati. Con buona pace dell’interpretazione idealista di alcuni risultati della fisica quantistica, non è così nelle scienze naturali che, sospinte dalle esigenze delle forze produttive, relegano il soggetto a un ruolo accessorio.
Tale distinzione, che deriva dal legame delle diverse scienze con le forze produttive e i rapporti di produzione, permette anche di comprendere la connessione dialettica che esiste tra fatti e teorie. Teorie e fatti s’influenzano come succede alle forze produttive con i rapporti di produzione [13]. Se alle teorie competesse solo di sistemare fatti “indipendenti” che esse trovano come funghi in un bosco, ciò equivarrebbe a sostenere che le forze produttive crescono senza legame con i rapporti di produzione, il che è unilaterale: le teorie hanno un aggancio con la struttura sociale. Allo stesso tempo, la scienza non può solo rispondere all’ideologia dominante, altrimenti non ci sarebbero progressi scientifici, mentre ci sono scoperte e avanzamenti anche contro lo status quo. Possiamo dunque dire che “la conoscenza acquisita grazie alla scienza serve alla riproduzione del meccanismo sociale e viene d’altra parte mobilitata per superarlo”[14] . Lo sviluppo scientifico vive in questa contraddizione dialettica: la scienza è forza di cambiamento perché sviluppa le forze produttive, ma anche di conservazione perché difende l’ideologia, i rapporti di produzione. La contraddizione diviene insolubile quando la società è a un’impasse, come ora, dove tra le promesse della scienza e l’avanzamento effettivo della società si erge il dominio della borghesia, che nessun avanzamento scientifico potrà mai scalfire senza l’intervento attivo delle masse. Senza una rivoluzione sociale.

La gerarchia delle scienze e l’economia politica

Il prestigio delle scienze naturali riflette la loro intima connessione con lo sviluppo delle forze produttive, ossia con la valorizzazione del capitale, alfa e omega della civiltà moderna. In fondo, “la base del mondo moderno è la conoscenza scientifica”[15] . Assicurando l’accumulazione del capitale, le scienze naturali sono la giustificazione storica del potere della borghesia mentre la filosofia è un astratto farneticare di intellettuali al di fuori del tempo: “solo le scienze specialistiche avrebbero a che fare con il particolare e differenziato; la filosofia invece solo con la nebbia del generale” (Horkheimer, cit., p. 104.). Come vedremo, l’incondizionato prestigio delle scienze naturali è a sua volta un’ideologia (“lasciate fare a noi tecnici”), tuttavia aiuta gli scienziati a ripararsi dal conflitto ideologico che scuote la società. Non così nelle scienze sociali e soprattutto nell’economia. Marx lo spiega nella Prefazione al Capitale:
“nel campo dell’economia politica la libera ricerca scientifica non incontra soltanto gli stessi nemici che incontra in tutti gli altri campi. La natura peculiare del materiale che tratta chiama a battaglia contro di essa le passioni più ardenti, più meschine e più odiose del cuore umano, le Furie dell’interesse privato”[16]
Nelle scienze dei rapporti di produzione, gli interessi della borghesia sono coscientemente tenuti presente, formano la ragion d’essere delle teorie. I fisici che non sono consapevoli del peso dell’ideologia dominante possono fare ottima scienza, salvo magari scrivere pessimi libri di filosofia o avere idee politiche ripugnanti. Gli economisti non possono nemmeno iniziare a fare scienza senza aver preso posizione rispetto ai conflitti che agitano la società. Per questo, alla fine, vi sono avanzamenti continui delle scienze naturali, seppure in un quadro generale di stagnazione, mentre le scienze dei rapporti di produzione sono meno utili alla società di due secoli fa.
Ciò si vede massimamente nella disciplina che più incarna il feticismo alienante dell’ideologia: l’economia politica. Quando è nata nelle sue forme compiute, con la teoria classica di Smith e Ricardo, costituiva uno strumento potente di sviluppo delle forze produttive ma anche di battaglia ideologica. Nel ventennio che va dall’ondata rivoluzionaria del 1848 alla Comune di Parigi, la sua natura è mutata assieme alla classe a cui fornisce sostegno ideologico. Gli economisti sono così diventati i difensori per antonomasia del sistema, “pugilatori a pagamento”, nella definizione di Marx.
La teoria economica, più compiutamente di ogni altra, riflette le necessità ideologiche dei rapporti borghesi di produzione che vengono eternati, naturalizzati, proiettati astoricamente in ogni tempo e luogo. Nella teoria economica, il capitale non è un rapporto di produzione che segna una fase dello sviluppo umano, è il modo di essere dell’universo. È ed è sempre stato. La teoria nega qualunque aspetto di contraddizione nei rapporti sociali di produzione. Mette le cose al posto degli uomini. Rovescia il reale. Tuttavia, il fisicalismo delle scienze sociali risponde anche a un’esigenza di “rispettabilità” scientifica:
“È stato non soltanto il bisogno apologetico di un’economia invischiata nell’ideologia borghese, ma anche il desiderio di inserirsi tra le scienze positive a spiegare l’aspirazione a una scienza ‘universale’ astorica dell’economia, col che, a dire il vero, la sua natura apologetica si esprime con chiarezza ancora maggiore.”[17]
La gerarchia delle scienze, che riflette la necessità di sviluppare le forze produttive, si fa sentire anche sull’economia politica, del tutto inutile allo scopo, che dunque scimmiotta la fisica, come se matematizzando i rapporti tra le classi evaporasse il conflitto che vi è insito. In questo senso, il tentativo di Carnap e altri di risolvere i problemi di oggettività della scienza, soprattutto di quelle sociali, riducendo tutto il problema al linguaggio è pateticamente inadeguato. Le equazioni non fanno dell’economia qualcosa di più oggettivo di un pezzo di prosa. È feticismo inutile. Il punto non è il linguaggio che si usa ma la realtà che si rappresenta. La diversa natura delle scienze si riflette sul loro utilizzo sociale. La meccanica quantistica andava bene anche ai sovietici, le teorie di Milton Friedman no. La fisica aiuterà a costruire una società socialista, la sociologia no.
Per mantenersi al potere, la borghesia non può basarsi solo sulla diffusione della propria ideologia, deve anche sviluppare la società, perché è da qui, in ultima analisi, che, come ogni classe dominante, trae la propria legittimazione. Per questo è corretto dire che “le scienze della natura sembrano non avere un carattere di classe…perché in questo campo è interesse anche della classe ideologicamente orientata in senso conservatore pervenire a conoscenze che siano vere”[18]. Vi può essere una stessa teoria fisica in due società diverse perché in entrambe aiuta lo sviluppo delle forze produttive, mentre in una società divisa in classi non vi potrà mai essere una sola teoria economica. Il filosofo Goldmann, osserva acutamente in proposito:
“Nelle scienze naturali, in cui gli interessi di tutti gli uomini sono più o meno identici e dove gli egoismi cozzano in misura minore tra loro, la somma delle verità universalmente riconosciute è massima.
Però, nelle scienze dello spirito, dove entrano in gioco gli interessi economici, sociali e religiosi dei diversi gruppi, la situazione è più che desolante”[19]
Il criterio dell’utilizzo sociale conferma la diversa natura delle scienze: le scienze delle forze produttive sviluppano la conoscenza tenendo conto delle necessità di difesa dello status quo, le scienze dei rapporti di produzione difendono il capitalismo tenendo conto delle esigenze di sviluppo della conoscenza. Difendere il capitalismo, nei momenti drammatici, può anche voler dire buttare a mare le teorie fino ad allora difese strenuamente, come Keynes fece con secoli di liberismo economico. Sopravvivere ha la precedenza sullo spargere ottimismo.
La dimostrazione migliore che, nella sua fase giovanile, l’economia politica fosse una scienza delle forze produttive, è che ha ispirato avanzamenti nelle scienze naturali, in particolare nella biologia. Come noto, la teoria dell’evoluzione naturale venne formulata da Darwin prendendo spunto dai filosofi sociali e dagli economisti del suo tempo[20]. Nei cinquant’anni che vanno dalla morte di Ricardo alla Comune di Parigi, l’economia politica classica si trasforma da una scienza che aiuta lo sviluppo delle forze produttive in una putrida religione dello status quo. Al contrario è il marxismo a incarnare lo sviluppo delle forze produttive e non a caso la rivoluzione scientifica della biologia del nostro tempo, la teoria degli equilibri punteggiati, è legata all’applicazione del marxismo alla biologia, mentre le applicazioni del gradualismo all’evoluzione (come la sociobiologia) sono insignificanti trasposizioni naturaliste dell’ideologia economica borghese. 

Scienze al confine

Se la fisica e l’economia moderne sono esempi lampanti, rispettivamente, di una disciplina naturale legata alle forze produttive e di una disciplina sociale legata alle necessità ideologiche della borghesia, la situazione è più complessa se guardiamo ad altri campi o a singole teorie. Per esempio, non è molto chiaro in che modo le teorie cosmologiche che propongono la nascita dell’universo di punto in bianco con un big bang sviluppino le forze produttive. Sembrano piuttosto difendere la creazione ex nihilo cara a molte religioni. Per converso, i metodi matematici di pianificazione economica risultano utili anche ad altre discipline, come anche la cibernetica.
Alcune scienze si situano poi su una linea di confine. Esemplare in questo senso è la psicologia. Da un lato neuroscienze, fisiologia del cervello, impulsi elettrici, scienze “hard”, dall’altro comportamenti inspiegabili, il mare nero dell’inconscio. La psicologia dominante, come l’economia, scimmiotta le scienze naturali e difende convintamente lo status quo. Diverso è il caso di almeno alcune scuole di psicoanalisi. Lo stesso fondatore della psicoanalisi, Freud, per la sua formazione di medico e intellettuale mitteleuropeo, era portato a considerare l’approdo naturalistico della psicoanalisi come un passo avanti, seppure rifiutasse recisamente il biologismo. Diversa la situazione per la psicoanalisi più recente. In particolare Lacan, che pure parte da una distinzione-gerarchia tra scienze esatte e scienze congetturali, arriva però a problematizzare tale scala:
“l’opposizione tra scienze esatte e scienze congetturali non può più sostenersi dal momento che la congettura è suscettibile di un calcolo esatto e quando l’esattezza è basata solo su un formalismo che separa assiomi e leggi di raggruppamento dei simboli.”[21]
Lacan innova perché prende a prestito dalla linguistica, da scienze “sociali” in qualche modo. La psicoanalisi non deve tendere alla biologia ma alla comprensione dell’uomo. Naturalmente ci sono osservazioni ed esperimenti, ma questo non la rende un simulacro di fisica. In quanto non inserita direttamente nella difesa dei rapporti borghesi di produzione, la psicologia può ancora produrre vera scienza, la teoria economica ha smesso da tempo, al di là di miglioramenti tecnici, peraltro di solito importati da altre scienze.
L’ideologia delle forze produttive, la totalità e la divisione del lavoro
La nascita del capitalismo non ha eliminato l’ideologia, se mai l’ha resa evidente, eliminando ogni giustificazione non economica allo sfruttamento dell’uomo. La giustificazione del profitto è il profitto stesso. In questo contesto, la filosofia serve solo in quanto è un sostegno allo sviluppo delle forze produttive.
L’ideologia del capitalismo ha anche un’evoluzione, come tutte le ideologie. Nell’epoca imperialista, diviene chiaro che lo sviluppo tecnico non risolve le cose di per sé. Lo sviluppo delle forze produttive non è condizione sufficiente per migliorare le condizioni di vita delle masse. Alcune correnti intellettuali rovesciano addirittura l’approccio: è il progresso tecnico il male. Da qui, i sogni di ritorno al passato, da Malthus alla decrescita. Va da sé che queste critiche allo status quo, per quanto feroci, sono sempre futili.
Nella parabola discendente del capitalismo, la scienza borghese nel suo complesso ha smesso di essere critica, di interrogarsi criticamente sulla realtà e con ciò ha smesso di comprendere. È quello che Horkheimer e Adorno chiamano autodistruzione dell’illuminismo: l’illimitato progresso che diviene ideologia, metafisica e nega la realtà. La base dell’illuminismo era l’idea del progresso continuo: liberare il mondo dalla magia, dal passato, dalla tradizione. L’illuminismo è continuo progresso, specchio dell’ascesa delle forze produttive. Con esso il mondo esce dalla barbarie, la nebbia della magia si dissolve, la realtà e il futuro diventano comprensibili e prevedibili. Da qui, disprezzo per la tradizione, ottimismo per il futuro. L’illusione della tecnica, basta saper fare le cose per aggiustare i mali del mondo, all’inizio funziona e giustifica un’ideologia a-valutativa, classicamente strumentalista: “sostituiscono il concetto con la formula, la causa con la regola e la probabilità” (Horkheimer e Adorno). Sin da Galilei, ciò che non è racchiudibile nel discorso della matematica, quantificabile, è incomprensibile, inutile, va rigettato. Ciò che non si piega alla matematizzazione è sospetto, inutile, da emarginare. Tutto deve essere ridotto a numeri e dunque, alla fine, a maggiori profitti. La natura è come il mondo di Matrix, un insieme di numeri che il cervello degli schiavi trasforma in immagini. Se una scoperta, una teoria, non sviluppa le forze produttive, e dunque i profitti, è metafisica. La scienza e la tecnica danno all’uomo il controllo sulle cose. Il dominio dell’uomo sull’uomo è rappresentato come dominio sulla natura. Così la tecnologia si fonde con l’ideologia. Prima c’era dio, ora c’è la scienza. Dal sacerdote allo scienziato, comanda chi media con il soprannaturale.
Questa illusione illuminista viene meno con l’esplodere della consapevolezza che la borghesia non incarna più gli interessi generali dell’umanità, che il terzo stato si è rotto nelle sue parti componenti. Nell’illusione della tecnica a-problematica c’è anche il rifiuto della totalità. Senza totalità, allo scienziato rimane da indagare fatti slegati, ossia accettare lo status quo. La totalità non riguarda solo l’oggetto di studio (la società nel suo complesso, la società come un tutto) ma anche il soggetto della conoscenza. L’errore dell’individualismo metodologico borghese non è solo credere che l’unico oggetto ammissibile della conoscenza sia l’individuo e che le leggi sociali derivino dall’interazione di atomi sociali ma che possano essere questi atomi sociali, o alcuni di essi, a comprendere tali leggi. Invece, non è il soggetto ma la società che si auto-analizza. Queste possono sembrare elucubrazioni filosofiche astratte ma basta fare degli esempi per capire il punto. Prendiamo un economista che studia i mercati azionari. Partendo dal caso del singolo investitore, può concludere che è possibile non subire perdite patrimoniali anche durante una fase di crollo dei mercati, basta vendere in tempo. Ragionando in base all’individualismo metodologico, se l’investitore X non subisce perdite in una crisi, anche gli investitori come categoria non ne subiranno, il che è ovviamente una visione assurda e in contrasto con i fatti. La società in quanto tale non può salvarsi dalla crisi. Si vede come il punto di vista soggettivo non permetta di capire le cose.
Per il singolo capitalista, le leggi economiche sono imposte dall’esterno come le stagioni, ma per la società nel suo complesso, non esistono leggi sociali ferree, ma solo fasi storiche. La teoria borghese non trova soluzioni alla crisi del capitalismo e anzi la rifiuta concettualmente e può farlo perché assume il punto di vista del singolo borghese. Per il singolo capitalista non c’è per forza crisi, può sempre cavarsela a scapito di altri borghesi. Rimanendo sul terreno dell’individualismo metodologico, la teoria borghese (ieri con la legge degli sbocchi di Say, modernamente con il dibattito sull’agente rappresentativo e sulle micro-fondazioni dell’economia) s’impedisce di capire come funziona il mondo. Sotto il profilo tecnico, l’economia politica classica aveva già toccato i punti essenziali di funzionamento del capitalismo, ma mancava l’aspetto decisivo della totalità, l’analisi della società come un tutto da parte della classe che ne rappresenta il futuro necessario.
Per queste ragioni, il marxismo rifiuta l’idea che esistano singole scienze sociali, basandosi invece su un’analisi complessiva della società che va poi arricchita da specifiche discipline. Il marxismo in quanto tale incarna la totalità in quanto rappresenta il sorgere del proletariato come classe. La classe operaia in quanto rappresenta scopertamente un lato dei rapporti di produzione dominanti, il salario contrapposto al capitale, il lavoro contrapposto al dominio sul lavoro, incarna la lotta di classe. Il materialismo storico è la cristallizzazione dello sviluppo sociale, della maturazione del conflitto. Qui emerge anche sotto il profilo soggettivo la distinzione tra le scienze che non è nella loro natura di verità ma nei rapporti con la lotta di classe. Nelle scienze sociali, senza la determinazione soggettiva di voler cambiare i rapporti di produzione, non c’è punto di vista della totalità e si ricade nell’analisi atomistica. Non così nella fisica, dove se qualcosa non viene scoperto è perché la società non lo permette nel senso delle tecnologie e delle conoscenze, mentre nelle scienze sociali non si scopre perché le classi hanno una certa posizione verso i rapporti di produzione.
Senza questo aspetto di totalità, su cui soprattutto Lukacs ha insistito fortemente, a chi voglia cambiare il mondo non rimane che un approccio etico. Non è un caso che tutte le correnti socialiste che rompono con il marxismo diventano neokantiane o eticizzanti ad altro titolo. Il mondo non va cambiato perché così è nella sua dinamica ma perché “dobbiamo”. Oltre a essere teoreticamente infondata, questa posizione conduce inevitabilmente tra le braccia del gradualismo borghese. Cambiare le cose un pezzettino alla volta è il senso comune del tecnocrate, teorizzato da filosofi come Popper. Non a caso. La comprensione delle dinamiche sociali più profonde è impossibile senza partire dalla totalità. Per citare Hegel, “il vero è l’intero”. La totalità è rivoluzionaria, non fosse altro perché rifiuta la falsa efficienza della divisione scientifica del lavoro. Si deve sempre partire dall’universale:
“La sostanza della natura come della storia consiste in un universale che si manifesta attraverso il particolare. L’universale è il processo naturale del genere che realizza se stesso attraverso la specie e gli individui. Nella storia, l’universale è la sostanza di ogni sviluppo…L’individuo è determinato non dalle sue qualità particolari, ma da quelle universali”[22]
L’ideologia delle forze produttive è innestata nella tecnica, nella divisione orizzontale del lavoro che nasconde la gerarchia sociale. Il tutto, l’universale, non esistono. La scienza deve rifiutare approcci macro e restare all’individualismo metodologico. Come osserva Adam Smith in una frase ormai celebre:
“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e parliamo del loro vantaggio e mai delle nostre necessità”[23]
Comprendere la società, la realtà, si riduce a capire che cosa fa il singolo elemento che la compone. Ciò vale nell’economia con Smith, vale nell’etica con Kant. Spiega Kant che la legge morale si riassume in questo: fai ciò che vorresti fosse legge generale[24] . L’imperativo categorico è la morale distillata della borghesia, la micro-fondazione dell’etica. L’agire per interesse converge con quello per dovere. La libera concorrenza è etica. La razionalità sociale è inconsapevole. In tutto ciò, la comprensione generale è anatema, capire le leggi di movimento nefasto.
La divisione sociale del lavoro viene così negata a scapito della divisione tecnica. Un borghese e un operaio sono diversi solo perché sono due rotelle diverse di un ingranaggio. Divisa la società, divisa la scienza che rifiuta la totalità e non coglie i fenomeni che sono il prodotto della società come un tutto, a guisa delle “proprietà emergenti” studiate oggi in molte teorie scientifiche. La specializzazione conduce all’incapacità di cogliere il processo produttivo nella sua totalità e dunque di comprenderne il funzionamento. La reificazione alla fine è questo: prendere gli interessi del borghese per il funzionamento del capitalismo e così negare la natura transeunte di quest’ultimo.
La parzialità e l’individualismo insiti nell’ideologia si riflettono nella relazione che le scienze intessono con la divisione del lavoro. Le scienze delle forze produttive incorporano una divisione del lavoro essenzialmente tecnica, orizzontale per così dire, basata su una progressiva specializzazione ed efficienza, anche se a scapito della perdita di una visione unitaria del reale. Le scienze dei rapporti di produzione veicolano una divisione sociale del lavoro, quella verticale, tra le classi. La società che rappresentano non è divisa tra esperti di un ramo diverso dello scibile umano, ma tra la classe proprietaria dei mezzi di produzione e quella che li valorizza in cambio di un salario. Per questo, la divisione del lavoro produce qui non tanto teorie specialistiche ma soprattutto teorie reificate, dove l’unilateralità sta nella negazione del conflitto sociale, delle contraddizioni che attraversano la società. Le scienze naturali riflettono lo sviluppo umano, quelle sociali riproducono i rapporti tra le classi.

La parabola dell’ideologia

La natura delle scienze, come abbiamo detto, muta nel tempo, con la società. Lo sviluppo delle forze produttive trasforma una teoria o un’intera disciplina da strumento per lo sviluppo dell’umanità ad arma di difesa dello status quo. Questo processo riguarda l’intera impresa scientifica. Nelle fasi di ascesa di un modo di produzione, tutte le scienze partecipano allo sviluppo delle forze produttive, sono rivoluzionarie come le idee necessarie alla nuova classe dominante per prendere il potere. Quando è nella sua fase di ascesa, il modo di produzione sviluppa rapidamente le forze produttive e le scienze riflettono questo sviluppo con un’intonazione ottimista. Nel periodo di declino, diventano pessimiste, intimiste, fosche.
Il pensiero nasce critico, nasce ribelle, riflesso di una situazione di impasse delle forze produttive, che necessitano di nuovi e superiori rapporti di produzione. Una volta raggiunti, l’ideologia si cristallizza, avanza solo il “pensiero ciecamente pragmatizzato” (Horkheimer e Adorno). Senza pensiero critico, la scienza delle forze produttive rafforza l’esistente, almeno sino a un’impasse. La conoscenza permette il dominio sulla natura, e questo è il lato delle forze produttive, ma anche sull’uomo, ed è il lato dei rapporti di produzione.
Il pensiero borghese comincia con la lotta contro l’autorità e poi diventa un bastione dell’autorità contro il progresso. Come ogni ideologia.
Il punto chiave che concettualmente è dialettico e politicamente è rivoluzionario è che i rapporti di produzione non mutano gradualmente, ci vuole una rivoluzione, nella società come nella scienza.
“Marx ed Engels hanno inserito in quattro modi la conoscenza naturalistica nel loro sistema materialistico. In primo luogo hanno svelato la dipendenza anche della “pura” scienza della natura dall’industria e dal commercio e dalla totale produzione materiale di volta in volta esistente. (…) In secondo luogo essi hanno inteso lo sviluppo delle scienze naturali materialisticamente come un momento nello sviluppo delle forze produttive materiali della società. (…) In terzo luogo essi hanno inteso dialetticamente come fase necessaria dell’intero sviluppo storico anche l’apparente contraddizione di questo rapporto tra la scienza e il lavoro nell’attuale modo di produzione capitalistico. (…) In quarto luogo infine, nel Manifesto dei Comunisti, e di nuovo nel Capitale essi hanno proclamato la soppressione rivoluzionaria di questa separazione e la riunificazione della scienza con la produzione materiale nella futura società comunista”[25]
 
Ottimismo, pessimo o rivoluzione?

La distinzione tra scienze naturali e sociali, si è detto, non riguarda l’oggetto di studio o una maggiore “oggettività”, ma ciò che esprime questa oggettività. Le scienze non vanno divise in base all’argomento che studiano ma al rapporto che hanno con le forze produttive. Le nozioni di geometria servivano agli egiziani a dividere la terra e a costruire templi, comunque sviluppavano le forze produttive. Le credenze sui morti no.
Il successo di una scienza, di una teoria, nel lungo periodo, è legato alla sua capacità di sviluppare le forze produttive. Tuttavia, come abbiamo visto con l’eliocentrismo, le istanze di difesa dello status quo, in breve i rapporti di produzione, possono prevalere per secoli sulle verità scientifiche. Questo non rende meno “vera” la teoria, ma solo più pericoloso il professarla, come Galilei scoprì a sue spese.
Per il materialismo, le forze produttive sono il fattore decisivo nella società, ma questo vale solo nel lungo periodo e in base all’azione cosciente degli uomini. Qualunque ottimismo basato sullo sviluppo automatico della società e della scienza è fuori luogo. Le esigenze delle forze produttive si fanno sentire, ma l’evoluzione della scienza non ci può liberare dal capitalismo. Le forze produttive sono dominate, nel loro sviluppo, dai rapporti di produzione. La parabola del modo di produzione dominante si fa sentire anche sulla scienza.
Ai nostri giorni, la scienza viene mortificata dalla necessità di difendere una società in crisi: “nei duecentocinquant’anni che sono trascorsi dalla rivoluzione industriale…non si era mai verificato un così lungo periodo di stagnazione teorica e tecnologica insieme”[26] . L’impasse della società si riflette anche sulle scienze naturali. Non solo ci sono meno risorse a disposizione della ricerca, ma soprattutto l’esigenza della borghesia di difendere il proprio dominio mortifica la scienza. Gli scienziati, di fronte a questa situazione, spesso si danno al soggettivismo, accettano l’indeterminazione filosofica, altri preferiscono rifugiarsi nelle equazioni, elevate a unica vera realtà.
Sono vicoli ciechi. Il marxismo è la soluzione, per la scienza, per la società.


[1]Come osserva Piaget “è un fatto che i grandi filosofi del passato siano stati quasi tutti dei creatori nelle scienze naturali o umane” (Piaget J., Le scienze dell’uomo, p. 34).
[2]M. Horkheimer Teoria tradizionale e teoria critica, in Teoria critica, II, p. 137.
[3]G. Lukacs, Storia e coscienza di classe, p. 143.
[4]Scrive ad esempio lo scienziato marxista Havemann “la moderna scienza della società ha continuamente bisogno dei suggerimenti ideali della scienza naturale” (R. Havemann, Dialettica senza dogma, p. 152). In concreto, però, questi suggerimenti si riducono ai procedimenti delle scienze naturali (come la statistica), il che non ha senso perché, ad esempio, l’econometria moderna è sofisticata come la statistica utilizzata nelle scienze naturali, eppure ha una funzione totalmente ideologica. Non si tratta di un problema di sviluppo tecnico ma di natura della scienza.
[5]M. Horkheimer, Osservazioni sulla scienza e la crisi in Teoria critica, I, p. 3.
[6]N. Bucharin, Teoria del materialismo storico, p. 7.
[7]Introduzione a Sulla scienza, p. 49.
[8]K. Marx, L’ideologia tedesca, p. 17.
[9]Il capitale, I, Prefazione, p. 34.
[10]K. Marx negli appunti del 1861-63 pubblicati in italiano come Capitale e tecnologia, p. 169.
[11]Su questi aspetti vedi T. Kuhn, La rivoluzione copernicana.
[12]In particolare, nella seconda tesi Marx osserva: “la questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teoretica, ma pratica. È nella prassi che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non – realtà di un pensiero isolato dalla prassi è una questione puramente scolastica.”
[13]Su ciò vedi anche Marx e Kuhn: la struttura delle rivoluzioni scientifiche (https://xepel.wordpress.com/2007/08/08/marx-e-kuhn-la-struttura-delle-rivoluzioni-scientifiche/).
[14]M. Horkheimer, Il più recente attacco alla metafisica, in Teoria critica, II, p. 134.
[15]L. Althusser, Filosofia e filosofia spontanea degli scienziati, p.137.
[16]K. Marx, Il capitale, I, p. 34.
[17]H. Grossmann, Marx, l’economia politica classica e il problema della dinamica, p. 24.
[18]A. Ponzio, Dialettica e verità, p. 43.
[19]L. Goldmann, Introduzione a Kant, p. 150.
[20]Cfr. Marx, Darwin, Gould – La rivoluzione dell’evoluzione (http://www.marxismo.net/scienza/marx-darwin-gould-la-rivoluzione-dellevoluzione).
[21]J. Lacan, Écrits, p. 863.
[22]H. Marcuse, Ragione e rivoluzione, p. 96.
[23]A. Smith, La ricchezza delle nazioni, p. 92.
[24]Su questo vedi M. Horkheimer, Materialismo e morale in Teoria critica, I.
[25]K. Korsch, Il materialismo storico, p. 28.
[26]E. Lerner, Il Big Bang non c’è mai stato, p. 397.

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