domenica 12 giugno 2016

La questione tedesca secondo Luttwak

"Il principio della segreta è rovesciato... la visibilità una trappola" 


Rispolvero un vecchio articolo sulla questione tedesca del 2011 di Hans Kundnani basato sulla teoria geo-economica di Edward Luttwak, un personaggetto coi controfiocchi che conoscete.

 Luttwak, esperto di strategia e politica estera, all’inizio degli anni Novanta, nel parziale tentativo di recuperare la centralità dello Stato e con specifico riferimento al triangolo d’oro (USA, Germania e Giappone, gli ultimi due avevano firmato qualche anno prima, obtorto collo, gli accordi dell' Hotel Plaza), applica le logiche del conflitto alle regole del commercio internazionale, usando proprio ‘geoeconomia’ come sostituto di ‘geopolitica’. 

Le strette interazioni fra rapporti commerciali  e rapporti di potenza non sfuggono certo a nessun scaltro lettore della economia politica mondiale, tranne a coloro che tendono ad interpretare la globalizzazione come guadagno reciproco progressivo e interdipendenza positiva (win-win). Luttwak, più solidamente, interpreta la finalità primaria delle politiche geoeconomiche, statuali e non, al raggiungimento o al mantenimento della supremazia tecnologica e commerciale, all' espansione e alla difesa dalla concorrenza delle proprie quote di mercato.---



Un diverso modo di intendere la peculiarità della potenza tedesca è possibile in base al concetto di «geoeconomia», formulato da Edward Luttwak. In un saggio pubblicato su The National Interest nel 1990 – quasi esattamente nello stesso momento in cui Maull classificava la Germania come potenza civile – Luttwak descriveva come, in alcune parti del mondo, il ruolo della potenza militare stesse diminuendo e le «tecniche commerciali» stessero sostituendo quelle «belliche», grazie alla disponibilità di capitali in luogo della potenza di fuoco, l’innovazione al posto del progresso tecnico-militare e la penetrazione nei mercati al posto delle guarnigioni e delle basi 24.


In un certo senso, Luttwak stava descrivendo una trasformazione simile a quella indicata da Maull. Ma era convinto che, sebbene gli Stati stessero usando sempre più un tipo di strumento anziché un altro, le relazioni internazionali avrebbero continuato a seguire la «logica del conflitto », «antagonista, a somma zero e paradossale» 25.

Il neologismo «geoeconomia» doveva cogliere questa mescolanza di «logica del conflitto» e metodi commerciali – o, come avrebbe detto Clausewitz, fra la logica della guerra e la grammatica del commercio 26.

Gli eventi dei due decenni successivi sembrarono smentire la tesi di Luttwak del passaggio dalla geopolitica alla geoeconomia. Dapprima i conflitti etnici e regionali degli anni Novanta poi gli attentati dell’11 settembre hanno costretto i paesi occidentali a usare la potenza militare. Come abbiamo visto, persino Stati come la Germania, per vari motivi riluttanti a servirsene, hanno subìto crescenti pressioni perché contribuissero alla risoluzione dei conflitti non solo finanziariamente, ma anche con l’invio di truppe sul campo. In effetti, nei primi dieci anni seguenti la fine della guerra fredda, sembrò che la potenza militare convenzionale fosse più importante di prima e non meno. Ma gli sviluppi successivi – in special modo lo spostamento dell’equilibrio di potere nel mondo dagli Stati Uniti verso nuove potenze come la Cina – sembrano aver riavvalorato la tesi di Luttwak, che vent’anni dopo la pubblicazione del suo saggio appare come una buona chiave d’interpretazione dei comportamenti di alcuni Stati e sembra particolarmente adeguata alla luce dell’evidente ritorno della competizione a somma zero fra i paesi membri dell’Unione Europea. Al pari di Maull, Luttwak ha descritto il cambiamento generale delle basi su cui si fonda la potenza che regola i rapporti internazionali. Ma non ha detto che quest’evoluzione sarebbe stata universale o avrebbe avuto luogo ovunque con la stessa velocità. Non si sarebbe verificata in quelle «parti sfortunate del mondo dove scontri armati o guerre civili continuano per motivi puramente regionali o interni», mentre era più probabile laddove non si poteva più ricorrere all’impiego della forza militare o, per dirla con Luttwak, non esisteva alcuna «modalità superiore» 27.

È prevedibile pertanto che la geoeconomia – ovvero il prevalere dei metodi commerciali – svolga un ruolo maggiore in Occidente, soprattutto all’interno dell’Unione Europea. Luttwak so­steneva inoltre che alcuni paesi sarebbero «geoeconomicamente» più attivi di altri: «La propensione degli Stati ad agire in modo geoeconomico varierà molto» 28.

Il concetto di geoeconomia sembra particolarmente utile per descrivere la politica estera della Germania, che è oggi più propensa ad imporre le sue preferenze economiche agli altri membri dell’Unione Europea nel quadro di una competizione a somma zero tra paesi fiscalmente responsabili e irresponsabili. Per esempio, invece di accettare un moderato aumento dell’inflazione, che potrebbe danneggiare la competitività internazionale delle sue esportazioni, la Germania insiste sulla necessità di politiche di austerità all’interno dell’Eurozona, anche se questo mina le capacità di crescita degli Stati periferici e minaccia la coesione generale dell’Unione Europea. Per dirla con Luttwak, sta applicando metodi commerciali all’interno di una logica conflittuale. Ecco perché può essere utile interpretare la Germania come potenza geoeconomica e non solo come potenza civile.

La natura di una potenza geoeconomica è determinata dal rapporto fra Stato e mercato. Come riconosce Luttwak, «se gli Stati occupano quasi tutto lo spazio politico, solo una parte dell’economia ricade sotto il loro controllo. Ma negli ultimi dieci anni, gli esportatori tedeschi hanno esercitato una maggiore influenza nel campo della politica estera» 29. Le forme di coesistenza tra Stati geoeconomicamente attivi e attori economici privati potranno variare, divenendo più o meno intense a seconda dei casi. A volte gli Stati controllano grandi imprese per raggiungere i loro obiettivi geoeconomici, altre volte invece sono queste ultime che manipolano i politici o le burocrazie. Il rapporto tra lo Stato tedesco e le imprese potrebbe essere considerato un esempio di quella che Luttwak definisce una «manipolazione reciproca» 30. Le imprese tedesche cercano di influenzare il governo affinché adotti una politica favorevole ai loro interessi. E a propria volta aiutano i politici a massimizzare la crescita e incrementare soprattutto l’occupazione, che è poi l’indice del successo dei governi in Germania.

Questa coesistenza è particolarmente intensa fra lo Stato – e in special modo i ministri dell’Economia – e gli esportatori, che hanno creato quasi la metà del pil tedesco e due terzi della crescita complessiva del paese negli ultimi dieci anni. Questo contributo sproporzionato delle esportazioni alla crescita significa che i politici tedeschi dipendono fortemente dagli esportatori. Ma poiché questa crescita è dovuta in gran parte alle esportazioni verso paesi quali la Cina e la Russia, dove lo Stato controlla l’industria, gli esportatori a loro volta dipendono anch’essi dal governo tedesco. Man mano che aumentava la percentuale delle esportazioni in rapporto al pil, soprattutto a partire dall’epoca del governo Schröder, gli esportatori tedeschi hanno esercitato una maggiore influenza sulla politica estera della Germania, che all’interno dell’Eurozona si è concentrata soprattutto sulla stabilità dei prezzi a scapito del progetto politico di integrazione europea. Così come l’atteggiamento verso i paesi autoritari di altre parti del mondo, quali ad esempio la Cina, si è concentrata sul commercio piuttosto che sui diritti umani, sulla democrazia e sullo Stato di diritto.

Ovviamente la Germania non è il solo paese geoeconomicamente attivo nel mondo. Anche altri, come la Cina, usano la potenza geoeconomica. Vi sono in effetti forti analogie fra questi due Stati: entrambi sono potenze esportatrici e manifatturiere che hanno, per dirla in termini keynesiani, un eccesso di risparmio rispetto all’investimento, e tendono a imporre misure deflazionistiche ai loro partner commerciali (agli Stati Uniti nel caso della Cina, all’Eurozona nel caso della Germania) 31. Ma la Cina, ultimamente, aspira a diventare una grande potenza e se oggi tende ad affermarsi principalmente attraverso la sua forza economica, punta nello stesso tempo anche su quella militare 32. (Un concetto oggi molto in voga fra gli esperti di politica estera cinese è quello di «potenza nazionale globale » – ovvero l’idea che una politica estera di successo deve essere basata su un equilibrio di fattori, militari, politici ed economici 33.) In questo senso, la politica estera cinese può essere vista come una sorta di neomercantilismo. La Germania invece si contraddistingue per la sua capacità di combinare, in modo unico, supremazia economica e rinuncia all’uso della forza militare. In un certo senso, perciò, potrebbe essere considerata il più puro esempio di potenza geoeconomica esistente oggi nel mondo.

In futuro, è prevedibile che Berlino sarà sempre più propensa a prendere decisioni indipendentemente dai suoi alleati e dai suoi partner commerciali, se non addirittura in contrasto con essi, come ha fatto durante la crisi di Libia. Probabilmente perseguirà i propri interessi nazionali – prevalentemente economici – in modo più energico di prima, mentre opporrà resistenza al trasferimento di sovranità a istituzioni multilaterali. Ma, nello stesso tempo, sarà riluttante a destinare risorse per la soluzione di crisi internazionali e soprattutto contraria all’uso della forza, salvo nel caso in cui i suoi interessi economici siano direttamente minacciati. Se l’aspirazione principale di una potenza civile è quella di civilizzare i rapporti internazionali (?), l’obiettivo di una potenza geoeconomica è molto più probabilmente quello di sottrarsi ai vincoli del sistema internazionale.

Gli Stati Uniti potrebbero, di conseguenza, entrare in conflitto con la Germania in due modi. In primo luogo, a causa di divergenze sulla politica economica, come quelle emerse durante il G20 dell’anno scorso, che hanno impedito un’intesa fra i due paesi sulle questioni delle politiche di stimolo dell’economia e della domanda interna. In secondo luogo, a causa della difficoltà di convincere la Germania a svolgere un ruolo attivo – commisurato alle sue dimensioni e alla sua potenza economica – per far fronte ai problemi della sicurezza internazionale e della gestione delle crisi. Berlino potrebbe essere semplicemente restia a fornire risorse, come ad esempio per l’Afghanistan, o contraria a iniziative sostenute dagli Stati Uniti, come l’intervento in Libia. In questo caso, molto dipenderà dal suo ruolo all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove ha condotto una campagna per ottenere un seggio permanente fin dall’epoca del governo Schröder.

6. Dal 1871 in poi, la Germania unificata ha posto un problema per l’Europa. La sue dimensioni e la sua posizione centrale – la cosiddetta Mittellage – la rendevano troppo potente per garantire un equilibrio di forze, ma non abbastanza per poter esercitare un’egemonia. La Germania ha creato instabilità in Europa attraverso la sua stessa esistenza. La «questione tedesca» sembrava esser stata risolta dopo la seconda guerra mondiale grazie alla divisione del paese e all’integrazione della Repubblica Federale nell’Occidente attraverso la Nato e l’Unione Europea. Con la trasformazione dell’Europa dopo la fine della guerra fredda, la Germania è in un certo senso ritornata a occupare una posizione centrale dal punto di vista geografico. Ma se in passato aveva affrontato nemici potenziali da tutti i lati e temeva l’accerchiamento, oggi è circondata da ogni parte dagli alleati della Nato e dai suoi partner europei. La sua «saturazione strategica» e l’interdipendenza della sua economia con quella dei paesi vicini stanno a indicare che non punta più a un’espansione territoriale e non si sente più minacciata. In termini geopolitici, è un paese benevolo.

Ma le dimensioni della sua economia e l’intreccio d’interessi con i paesi circostanti stanno creando instabilità in Europa. Dopo la riunificazione, la Germania è diventata più grande, ma all’inizio era economicamente più debole perché ha dovuto pagare i costi dell’assimilazione della parte orientale. Inoltre, ha dovuto contemperare i propri interessi con quelli degli alleati della Nato e dei suoi partner europei. Ma negli ultimi dieci anni, man mano che riguadagnava forza sul piano economico e all’interno dell’Ue si tornava a una competizione a somma zero, la Germania ha manifestato una maggior propensione ad imporre le sue preferenze agli altri Stati membri. Nel contesto dell’Unione, l’economia tedesca è un «colosso» (per dirla con Habermas) troppo grande per essere sfidato dai suoi vicini come la Francia, ma non abbastanza grande per poter esercitare un’egemonia. Sicché la «questione tedesca», risolta sul piano geopolitico, è riemersa su quello geoeconomico.*


24. E. LUTTWAK, «From geopolitics to geo-economics», The National Interest, Summer 1990, pp. 17-24. Ristampato in The New Shape of World Politics, New York 1999, Norton, pp. 177-186.
25. Ivi, p. 178.
26. Ivi , p. 180.
27. Ivi , p. 177.

28. Ivi , p. 184.
29. Ivi , p. 185.

30. Ibidem.

31. Cfr. M. WOLF, «China and Germany unite to impose global deflation», Financial Times, 16/3/2010,www.ft.com/cms/s/0/cd01f69e3134-11df-8e6f- 00144feabdc0.html
32. E. LUTTWAK, op. cit., p. 183.
33. Cfr. M. LEONARD, What Does China Think?, London 2008, PublicAffairs, pp. 84-86. 


* L’originale di questo articolo è apparso con il titolo: «Germany as a Geo-economic Power», The Washington Quarterly, estate 2011, pp. 31-45. © National Communication Association, su gentile concessione di Taylor& Francis Ltd, www.tandfonline.com a nome della National Communication Association.

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