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domenica 6 maggio 2018

Equilibrio di potenza

Lungo articolo "contrarian" di un ottimo analista di geopolitica in cui emerge la razionalità che sorregge  la tattica trumpiana, entrata infine in dialogo con la strategia più di lungo corso degli apparati di potere che si annidano nello Stato profondo, nei recessi della burocrazia americana, notoriamente impermeabili alla volatilità politica.
 Il mantenimento del equilibrio di potenza oggi si sostanzia nel contrapporre fra loro  elementi regionali in modo atto a mantenere la supremazia ad un piano più alto. Ma la attuale declinazione di questa strategia richiede anche un gigantesco e pericoloso presupposto interno: i twin deficits, federale e commerciale, sono una crepa nelle fondamenta dell' edificio statale e  al contempo il segno indiscusso e lo strumento più efficace della potenza statunitense nella sua proiezione globale.
 Fu, in particolare il disavanzo commerciale, il grosso chip gettato sul tavolo planetario che nei decenni ha condensato attorno a sè la galassia del mercato mondiale, imperniato sulla merce-dollaro. Per contro questa politica di crescita della potenza americana, che sconfisse l' Urss principalmente su questo piano e su quello tecnologico, trova nel lungo termine il suo limite strutturale proprio nell’emersione di nuove potenze.
 Avere un certa quota di controllo sul sistema internazionale dei pagamenti, cioè delle banche depositarie dei titoli statali, può essere molto lucroso e ben più efficace di un intervento armato, al contempo però si è esporti al rischio di flussi globali di capitali che ritengono profittevole posizionarsi contro o la creazione di valute di riserva alternative. Comunque sia, l' operazione richiede molta abilità, tempo e un contesto storico favorevole. Ne sanno qualcosa gli inventori dell' euro e del renimbi.


1. Al cospetto di un mondo in sostanziale movimento, gli americani sono diventati conservatori. Alle prese con gli effetti collaterali della monopotenza, non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica. Dopo aver sperimentato le conseguenze negative del proprio avventurismo, le sofferenze causate da una azzardata voglia di rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia. Soddisfatti del momento che vive il pianeta, dell’assenza di minacce concrete alla loro supremazia, sono finalmente consapevoli di non poter incidere su ogni dinamica umana. Stretti tra l’impulsiva voglia di ritirarsi dagli affari internazionali e i monumentali sforzi richiesti dalla condizione egemonica, scelgono la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono. 


domenica 13 novembre 2016

Conciliare l’impero e la retorica antiliberista



Articolo di Dario Fabbri da Limes, il commento che ho trovato più azzeccato sulle modifiche che la recente elezione di Trump potrebbe portare al quadro statunitense e mondiale. Quello che ovviamente è certo è che nulla cambierà per quanto riguarda il drenaggio di plusvalore che gli Stati Uniti operano ai danni dei paesi emergenti, e non solo, tramite il signoraggio valutario e i rami d' industria ad altissima composizione organica di capitale. In questo consiste oggi l' Impero Americano, fondato sulla esigenza e capacità di quei capitali di stare a galla in tutti i chiari di luna dei vari cicli economici più che sulla opzione militare, la quale spesso ha smaccatamente spianato la strada alla penetrazione commerciale ma che non ne è la ragion d' essere. In generale mi pare di capire, ora che le carte iniziano a vedersi, che la maggior parte degli ambienti politici e finanziari internazionali preferissero la Clinton semplicemente perchè sapevano già cosa aspettarsi in politica estera e  la sua elezione non avrebbe interferito con le mosse di politica monetaria già annunciate della Federal Reserve. Ora non è più questo il caso: Trump pare mettere l'accento sugli "stimoli fiscali" per grandi aziende -e grandi azionisti- combinati con un certo uso del dumping doganale a protezione delle merci US -da giocarsi anche in chiave geopolitica. Il tutto probabilmente producendo debito federale e inflazione, la quale può essere anche un modo di attaccare il monte salari e il welfare. Un analista finanziario così descrive la situazione: " Ironicamente, la reazione del mercato sembra anche sottolineare come difficilmente le cause che lo hanno portato al potere, la disegualglianza, la crisi della middle class, la rabbia contro l’establishment, vedranno i benefici sperati da un presidente che vuole aumentare la spesa fiscale e tagliare la corporate tax."


Le elezioni che hanno sospinto Donald Trump alla Casa Bianca hanno dimostrato la preminenza negli Stati Uniti della questione di classe. Tema che si reputava sommerso, tant’è vero che i sondaggisti si sono fatti depistare dall’applicazione delle griglie demografiche (sesso, età, etnia, religione e via dicendo) alle rilevazioni delle preferenze dell’elettorato.

Così le donne, nonostante il plateale sessismo del candidato repubblicano, si sono schierate in suo favore molto più di quanto ci si potesse aspettare. A dimostrazione di quanto questa tornata sia stata decisa da questioni economiche.

Persino più d’un ispanico ha votato per Trump. Non solo gli anticastristi cubani, contrari come il magnate newyorkese al disgelo con il regime dell’Avana, ma pure gli immigrati che, ormai ottenuta la cittadinanza statunitense, non volevano la naturalizzazione dei clandestini promessa da Hillary Clinton e la loro conseguente regolarizzazione nel mercato del lavoro.