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lunedì 12 novembre 2018

Gli ultimi apologeti



I cinesi sembrano gli ultimi apologeti della globalizzazione nella versione win-win, nel mentre brexit, il sovranismo europeo, il Brasile, quel che può il Giappone e in particolare la politica trumpiana -che mira a mantenere l' egemonia con il minimo  di  manutenzione ordinaria riducendone al contempo i costi- rimandano ad un ripescaggio della economia inter-nazionale a guida geopolitica.

Sicuramente dopo gli anni dei G8 e G20 post-2008, quando nulla è successo rispetto all' aspetto finanzario della crisi, si è preso atto dell' impossibilità di una politica collegiale che controlli e contenga le interconnessioni e le scorribande dei flussi finanziari globali. Un intervento auspicato ma totalmente onirico all' interno della accesissima competizione  per l' accaparramento di quote di quel  plusvalore prodotto -con sempre maggior difficoltà- sul pianeta. Capitalismo come lotta fra capitali contrapposti.

La crisi persiste neanche tanto sotto pelle, nonostante gli USA in particolare abbiano imbroccato un ciclo espansivo ma difficile da stabilizzare (cruciale sarà il soft-landing monetario) e ancora più da far ricadere ai piani bassi dell' edificio sociale. Per il resto del capitalismo maturo qualche punto base di  crescita del PIL non è che un cerotto messo a tappare un' emorragia, a frenare le paure di ceti medi terrorizzati di vedersi tolti gli agi residuali, una rimanenza di distinzione da un proletariato che è rimasto nell' indigenza e nella disoccupazione. Vanno ancora a votare, pensando solo ai torti subiti. L' ironia è che tutto sommato si va avanti per ora quietamente.

Ma torniamo al Celeste Impero e al suo mastodontico progetto infrastrutturale BRI. Un progetto che tutti accreditano come la prosecuzione delle politiche export oriented che hanno fatto della Cina la fabbrica del mondo.  Invece mi pare che sia via via sempre più un progetto che ha un impronta di natura geopolitica. Ma in fondo che differenza fa, l' imperialismo è uno e trino.

"L’Europa e la Cina, già dieci anni fa, avevano lo stesso problema, quello di avere sistemi economici basati sulle esportazioni. La dirigenza cinese, più intelligente, flessibile e illuminata, ha sempre avuto piena consapevolezza della fragilità di un modello di questo tipo, ha ancora tirato la corda per qualche anno per sistemare le sue cose e poi ha avviato un processo di ribilanciamento dalle esportazioni ai consumi che ha ridotto il suo surplus delle partite correnti a un modesto 1.2 per cento." Le dinamiche che spingono verso la terziarizzazione sono sostenute, incentivate e per quanto possibile accelerate.

E allora perchè perseguire questo gigantesco progetto -nonostante l' aria di recessione tiri anche da loro- a partire proprio dal 2015, quando la fuoriuscita contemporanea di masse di capitali esteri provocò un mezzo crash finanziario ? La dirigenza cinese  ha chiaramente tutta l'intenzione di bypassare il controllo americano sulle rotte commerciali del sud-est asiatico, raddoppiandole via terra, e di attrarre nella propria sfera finanziaria tutta l' area interessata dai flussi, così assicurati, delle proprie merci e delle varie supply chain, comprese le forniture di competenze, beni e materie prime. Una visione di lungo periodo che sembra non aver paura di affrontare quel vasto e instabile insieme di scacchieri. Un atteggiamento che non mancherà di essere confrontato con quello americano.---


In un arco temporale di soli trent’anni, con un modello di crescita basato sui suoi vantaggi comparati e fortemente vocato agli investimenti e alle esportazioni, la Cina è stata protagonista di un rapido sviluppo da paese agricolo povero a potenza industriale globale, diventando nel 2010 la seconda economia del pianeta. Dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, tuttavia, e di fronte alla frenata dell’economia globale, molti paesi, compresa la Cina, hanno cercato nuove soluzioni per stimolare o sostenere la crescita. In effetti, in un mondo post-Trump e post-Brexit nel quale l’America e il Regno Unito stanno entrambi – concretamente o simbolicamente – puntando a sganciarsi dalla globalizzazione, l’aspettativa diffusa è che Pechino svolga un ruolo più importante nell’economia globale. L’economia cinese oggi vale qualcosa come 12.000 miliardi di dollari, e negli ultimi anni ha contribuito a circa un terzo della crescita economica mondiale.

domenica 14 agosto 2016

Le olimpiadi del Capitale


Un qualche dato sulla attuale divisione internazionale del lavoro tratto dal sito di Michel Husson, economista che fa parte del gruppo francese Attac - la cui linea altermondista non condivido per nulla. Leggendo i dati -che si fermano al 2012 cioè includono solo la prima onda della crisi- mi viene da dire che non si è mai lavorato così tanto nella storia umana; va riconosciuto al Capitale la spinta a mettere in relazione universale l' umanità con se stessa, a patto ovviamente che questa relazione sia una conferma del processo che tutto a sè sussume: la produzione di plus-valore.

Inoltre chi ha vissuto da adulto questi anni  può valutare come a quest' ultima espansione quantitativa del capitalismo– l’espansione mondiale della produzione e del mercato – si è accompagnata quella qualitativa: l’espansione mondiale del rapporto sociale capitale-lavoro, la messa a valore dell’intero spazio sociale.  Uno sviluppo che si ripercuote  anche nella tenuta degli apparati statali, quelli che si legittimavano come "pubblici" e che oggi si scopre hanno il solo scopo di preparare il corpo sociale a immolarsi  sul altare dell' accumulazione, oltre che di reprimerne eventuali caldane.


domenica 24 gennaio 2016

Le nuove vie dei commerci mondiali

California dreaming
on such a winter's day

Breve articolo che mette a fuoco come il Capitale, anche in tempi di crisi nera, è obbligato ad ampliare in continuazione le infrastrutture su cui far correre il valore. Ferrovie, canali, strade, reti informatiche, il mondo è un groviglio di connessioni tese a appianare il ripido sentiero che porta alla accumulazione. "Il capitalismo è incapace di dominare lo spirito della nuova tecnica che esso stesso ha generato" diceva un noto bolscevico nel 1928; oggi legittimamente nutro qualche dubbio in proposito, o meglio: al capitalismo non interessa comprendere le basi del proprio processo, esso dispone spontaneamente uomini e cose affinchè esso avvenga, il resto fa parte del talk show planetario.


Un tempo la geografia era la meno innovativa delle discipline scientifiche. Montagne, ghiacciai, mari non cambiavano mai. L’uomo aveva colonizzato il pianeta ma non ne aveva sostanzialmente mutato l’aspetto. Si potevano approfondire le conoscenze, con l’aiuto di fisica, chimica e quant’altro, ma era ben difficile dire qualcosa di nuovo.

Poi i ghiacciai hanno cominciato a ritirarsi, le agglomerazioni urbane ad allargarsi. Si sono costruiti strade e ponti, ferrovie e canali e i geografi sono tornati a lavorare davvero. Anche perché oggi geografia fa rima con economia e strategia, con antropologia, climatologia e demografia. Attraverso la geografia, e soprattutto la geografia economica, passa un nuovo tentativo di sintesi delle scienze umane.

mercoledì 30 dicembre 2015

Lo sviluppo ineguale e combinato dei BRICS

"...Un paese arretrato assimila le conquiste materiali e intellettuali dei paesi avanzati. Ma ciò non significa che li segua servilmente, ripercorrendo le fasi del loro passato. La teoria del ripetersi dei cicli storici -propria del Vico e dei suoi discepoli- si basa sull' osservazione dei cicli compiuti dalle vecchie culture precapitalistiche e in parte sulle prime esperienze dello sviluppo capitalistico. Il carattere provinciale ed episodico di tutto questo processo comportava effettivamente un certo ripetersi delle fasi culturali in centri sempre nuovi. Ma il capitalismo segna il superamento di tali condizioni. Esso ha preparato e, in un certo senso, realizzato l'universalità e la continuità del progresso umano. Di conseguenza, resta esclusa la possibilità di un ripetersi delle forme di sviluppo da parte di paesi diversi. Costretto a mettersi a rimorchio dei paesi avanzati, un paese non segue lo stesso ordine di successione: il privilegio di una situazione storicamente arretrata -poichè esiste tale privilegio- autorizza o, più esattamente, costringe un popolo ad assimilare tutto quello che è stato fatto prima di una determinata data, saltando una serie di fasi intermedie. I selvaggi rinunciano all' arco e alle frecce per prendere immediatamente il fucile, senza ripercorrere la distanza che nel passato ha separato queste due armi. Gli europei che colonizzavano l' America, non riprendevano la storia dall' inizio. [...] Lo sviluppo di un paese storicamente arretrato porta necessariamente a una combinazione originale delle diverse fasi del processo storico. L' orbita acquista, nel suo insieme, un carattere irregolare, complesso, combinato. la possibilità di saltare le fasi intermedie, va da sè, non è affatto assoluta: in ultima analisi, è limitata dalle capacità economiche e culturali del paese.[...] La legge razionale della storia non ha nulla a che vedere con schemi pedanteschi. L' ineguaglianza dello sviluppo, che è la legge più generale del processo storico, si manifesta con maggior vigore e complessità nelle sorti dei paesi arretrati. Sotto la sferza delle necessità esterne, lo loro cultura in ritardo è costretta ad avanzare a salti. Da questa legge universale della ineguaglianza deriva un' altra legge che, in mancanza di una denominazione più appropriata, può essere definita legge dello sviluppo combinato e vuole indicare l' accostarsi di diverse fasi, il combinarsi di diversi stadi, il mescolarsi di forme arcaiche con le forme più moderne."

Ennesima finestra sui paesi BRICS a valutarne la posizione nelle charts mondiali dello sviluppo economico e politico. Emerge che le posizioni nel 2015 si sono ulteriormente differenziate. La gestione della crisi internazionale dei profitti è una brutta gatta da pelare: se la cavano peggio i più ricchi di materie prime; meglio chi si è dimostrato, facendo di certa debolezza la propria forza, più abile e sottile nella risposta organizzativa di carattere politico.


Il 2015 ha visto un allargamento delle fessure all’interno dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che nei primi anni della crisi finanziaria iniziata nel 2008 si erano staccati come un gruppo compatto con elevati tassi di crescita, valute forti rispetto a quelle dei paesi del nord Atlantico, e richiesta di maggiore voce nelle decisioni di politica economica internazionale.

La crescita economica in alcuni di questi paesi secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale è rimasta nel 2015 superiore alla media dei paesi avanzati (2%). Tuttavia, a un’India fortemente dinamica (+7,3%) e a una Cina che cresce a ritmi più contenuti che in passato, ma comunque elevati (6,8%), si contrappongono il significativo rallentamento del Sudafrica (1,4%), e cali della produzione in Brasile (-3%) e Russia (-3,8%), nonostante politiche fiscali essenzialmente espansive. Dall’estate del 2014 la valuta brasiliana è calata del 42%, il rublo del 46%, il rand sudafricano del 22%, e anche le autorità cinesi sono intervenute per invertire la graduale e pilotata rivalutazione dello yuan che aveva caratterizzato gli ultimi anni. Come conseguenza del rafforzamento del dollaro e del recente aumento dei tassi d'interesse da parte della banca centrale degli Stati Uniti, il 2015 sarà il primo anno dai lontani anni Ottanta in cui il saldo complessivo dei movimenti di capitale rischia di essere negativo per i paesi emergenti. Il ventaglio dei tassi di crescita e delle condizioni di stabilità macroeconomica tra i paesi emergenti di spicco si è quindi allargato, venendo ad assomigliare in misura maggiore alla diversificazione all’interno dei paesi Ocse, che vedono gli Stati Uniti e il Regno Unito in crescita, sia pure con politiche monetarie debolmente restrittive, l’area euro con una performance mista, e il Giappone ritornare a tassi di crescita che restano deboli nonostante la continua espansione monetaria.