domenica 14 agosto 2016

Le olimpiadi del Capitale


Un qualche dato sulla attuale divisione internazionale del lavoro tratto dal sito di Michel Husson, economista che fa parte del gruppo francese Attac - la cui linea altermondista non condivido per nulla. Leggendo i dati -che si fermano al 2012 cioè includono solo la prima onda della crisi- mi viene da dire che non si è mai lavorato così tanto nella storia umana; va riconosciuto al Capitale la spinta a mettere in relazione universale l' umanità con se stessa, a patto ovviamente che questa relazione sia una conferma del processo che tutto a sè sussume: la produzione di plus-valore.

Inoltre chi ha vissuto da adulto questi anni  può valutare come a quest' ultima espansione quantitativa del capitalismo– l’espansione mondiale della produzione e del mercato – si è accompagnata quella qualitativa: l’espansione mondiale del rapporto sociale capitale-lavoro, la messa a valore dell’intero spazio sociale.  Uno sviluppo che si ripercuote  anche nella tenuta degli apparati statali, quelli che si legittimavano come "pubblici" e che oggi si scopre hanno il solo scopo di preparare il corpo sociale a immolarsi  sul altare dell' accumulazione, oltre che di reprimerne eventuali caldane.


Sono le stesse necessità che hanno indotto -e insieme sono stimolate da- questa espansione, nel suo duplice aspetto, a far aumentare a dismisura l' importanza -ai fini della realizzazione del plusvalore primario- dei settori commerciale e terziario (finanza compresa), settori che operano una pressione sempre più significativa a danno del tasso di profitto industriale riducendolo al lumicino, almeno dal punto di vista di un sano e vorace appetito, proprio in virtù della grande separazione fisica e temporale tra produzione e consumo, della capillarità e moltiplicazione degli scambi.

Questi sarebbero gli spazi di crescita propri dei paesi a capitalismo maturo: far produrre materialmente le merci ad altri e tenersi la lucrosa posizione di " un capitale che partecipa al profitto, senza partecipare alla produzione", oltre a trattenere presso di sè le produzioni ad alti contenuti tecno-scientifico e di valore aggiunto. Qualcosa però non sta andando, gli ex emergenti stanno uscendo molto rapidamente e consapevolmente dall' epoca produttiva del basso valore, pur se questo impone sconvolgimenti alla vecchia struttura sociale, politica compresa. Parlo di India e Cina per prime.

In più c'è quella fastidiosa, per le borghesie nazionali che non reggono il ritmo, tendenza del Capitale ad  andare lì dove l' infrastruttura sociale offre standard più appropriati ai suoi fini più o meno immediati. E qui parlo della crescita zero dell' Italia, verificabile dalla caduta degli investimenti diretti esteri più che dai dati sul PIL.

Il Capitale è necessariamente fame insaziabile di accrescersi punto su punto, la pena è disperdersi: ci sono montagne di denaro a disposizione ma nessuno ha più idea di come investirlo produttivamente; questo sembra il limite secolare contro cui, anche questa volta, sta sbatacchiando il Nostro. Sto miseramente facendo il verso a quello che ci avvertiva che la massa dei profitti può aumentare a dismisura mentre il saggio di profitto, ovvero il ritorno percentuale netto sull'investimento, può tranquillamente diminuire: la situazione però collasserà; questo è il nucleo della crisi e tutti si preparano alla sua lunga durata: in questo quadro è probabile che lo tsunami ancora ha da arrivare.

E questa nuova classe lavoratrice mondiale? Sembra partecipare alle olimpiadi del Capitale rigorosamente divisa in squadre, l'asino sta per ora dove il padrone lo lega.---


Grafico 1
Il forza lavoro salariata mondiale - Base 100 nel 1992. Fonte OIL
Negli anni 1990 si è sviluppato un fenomeno decisivo con l’entrata nel mercato mondiale della Cina, dell’ India e del ex blocco sovietico; tutto questo ha avuto come conseguenza il raddoppio della forza lavoro sottoposta ad un condizione di concorrenza sul mercato mondiale (1). I dati (2) dell’ Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) permettono di effettuare una stima del salariato su scala mondiale. Nei paesi “avanzati”, il numero dei lavoratori salariati è progredito di circa il 20% tra il 1992 e il 2008, conoscendo poi una fase di stagnazione collegata allo sviluppo della crisi. Nei paesi “emergenti” è invece aumentato,nello stesso periodo,dell’80% circa (grafico 1).




Grafico 2
La forza lavoro mondializzata-Base 100 nel 1990. Fonte: FMI





Ritroviamo lo stesso tipo di risultato, ancora più marcato, per quel che riguarda i dati  sull’occupazione nell’industria manifatturiera: tra il 1980 e il 2005, la manodopera industriale è aumentata del 120% nei paesi “emergenti”, mentre è diminuita del 19% nei paesi“avanzati” (3). La stessa constatazione emerge da un recente studio (4) del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che calcola i volumi della forza lavoro nei settori esportatori di ogni paese. Si ottiene in questo modo una valutazione della forza lavoro a livello mondiale, quella direttamente integrata nella catena del valore su scala globale. La divergenza è ancora più marcata: tra il 1990 e il 2010, la forza lavoro globale calcolata in questo modo è aumentata del 190% nei paesi “emergenti”, a fronte di un aumento del 46% nei paesi “avanzati” (grafico 2). 


Grafico 3
Tasso di salarizzazione nei paesi “emergenti”- Fonte: OIL
La mondializzazione conduce dunque tendenzialmente alla formazione di un mercato mondiale e anche di una classe lavoratrice mondiale la cui crescita avviene essenzialmente nei cosiddetti paesi emergenti. Questo processo è accompagnato da una tendenza alla salarizzazione della forza lavoro. Il tasso di salarizzazione (la proporzione di salariati nell’impiego totale) aumenta in maniera continua, passando dal 33% al 42% durante gli ultimi 20anni. Si nota anche che questa tendenza è più marcata per le donne (grafico 3). 






Grafico 4
Ripartizione della forza lavoro mondiale- Fonte: OIL
La dinamica dell’impiego nel mondo è illustrato dal grafico 4 e può essere così riassunta:  la stagnazione o debole progressione dell’impiego nei paesi “avanzati”, aumento solo nei paesi “emergenti”: +40% tra il 1992 e il 2012, con accentuata salarizzazione (salariato: + 76%, altri impieghi:+ 23%). 










Grafico 5 Parte dei salari nel reddito mondiale 1979-2010 in % del PIL.



Questa classe lavoratrice mondiale è straordinariamente segmentata a causa dei considerevoli divari salariali; ma la sua mobilità è limitata, mentre i capitali sono riusciti a conquistare una libertà di circolazione praticamente totale. In queste condizioni, la mondializzazione ha come effetto di mettere potenzialmente in concorrenza i lavoratori di tutti i paesi. Questa pressione concorrenziale si esercita sia sui salariati dei paesi “avanzati” sia su quelli dei paesi “emergenti” e si manifesta attraverso una tendenziale diminuzione della parte dei salari nel reddito mondiale (Grafico 5). 




1 Richard Freeman, « China, India and the Doubling of the Global Labor Force: Who Pays the price of Globalization? », The Globalist, Juin 2005.
2 ILO, Key Indicators of the Labour Market (KILM)
3 John Smith, « Imperialism and the Law of Value », Global Discourse [Online], 2: I, 2011.
4 FMI, Jobs and growth: analytical and operational considerations for the Fund, Mars 2013.

3 commenti:

  1. Le "caldane" sono e saranno facilmente reprimibili fintanto che gli sbuffi degli accaldati pretenderanno invertire la posizione di dominio nella oramai esaurita lotta di classe. Ma di questo, mi pare, abbiamo già accennato.
    A margine, del tuo post mi sovviene quest'altra pensata: dal Dopoguerra (dopo?) i paesi del capitalismo maturo non hanno mai smesso di fare la guerra, ma l'hanno fatta sempre altrove, piuttosto lontano da casa (interventi nell'ex Jugoslavia a parte). Orbene, fino a quando riusciranno a tenerla fuori dalla porta? Oppure gli attacchi terroristici sono già espressione del conflitto dentro le mura?

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  2. il conflitto diventa via via sistemico, si esprime ad ogni livello sociale, dal femminicidio con benzina al radicalizzato con arma da taglio, assomigliando la realtà sempre più al Suo concetto, alla Sua antagonista
    "polemos è origine di tutte le cose... "

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