domenica 11 agosto 2019

Summertime

Tempo d' estate, tempo di mare. Pare s' andrà votare, anzi forse no. Propendo per un governo del presidente che in fondo va bene a tutti, anche ai dirigenti leghisti, cioè praticamente l' incarnazione della maggioranza di chi va a votare. Nel paese dove vivo, poche migliaia di anime in quel centro italia che consuma esattamente quanto produce, di tradizioni comunista quanto democristiana, la lega alle europee ha preso il 42%. Alle politiche la media nazionale. Qui vanno a votare dicendo che un secolo fa i fascisti, quelli passati alla storia intendo, picchettarono i seggi per impedire il voto. Non ho neanche la forza di obbiettare che forse a distanza di un secolo almeno il sospetto che già allora andare alle urne non fosse stata una gran idea gli sarebbe potuto venire. Andarci oggi poi. Non fossi così spossato mi piglierebbe una risatina ilare.
 
La situazione economica internazionale invece mostra crepe sempre più ampie: la earning season americana ha visto in parte fallire e in parte confermare le previsioni sugli utili del trimestre scorso  ma quello che risalta di più è la generalizzata riduzione delle prospettive per i prossimi trimestri, un abbassamento della guidance che coinvolge tutti i rami produttivi inclusi i beni ciclici.

Il mostruoso allargamento della base monetaria, con le banche centrali di tutto il mondo che abbassano i tassi di interesse, pure a sorpresa come ha fatto la Nuova Zelanda, denunciano un certo panico che non traspare dai dati macroeconomici di cui sono in possesso. In fondo se abbassa uno deve abbassare anche l' altro. O forse sanno qualcosa che non so. Quel che è certo è che il mondo è cambiato dal 2008, se allora la guerra valutaria è stata solo un accenno in una fase di ripresa economica (svalutazione dello yuan dell' estate 2015 con fuoriuscita repentina di capitali in dollari e correzione azionaria) trattenuto e neutralizzato all interno del G-20 di shangai (inizio 2016), ora con USA e Cina che si parlano a fatica e senza accordi in vista la cosa potrebbe sfuggire di mano. Intanto Trump si interessa affinchè la Federal Reserve intervenga (funzione che non è nel suo mandato, ma queste sono foglie di fico) per abbassare il valore internazionare del dollaro, il che vuol dire che si stanno  preparando ad una lunga serie di battaglie sui rapporti di cambio in Asia ma anche in Europa. Con le tariffe doganali risana la bilancia del import, con il dollar index basso promuove le esportazioni. Un cambio di passo notevolissimo nella politica imperiale statunitense, non privo di grossi rischi.

Un' ultima annotazione sui rendimenti negativi delle più affidabili obbligazioni sovrane: il 25% dello stock globale delle emissioni governative è a tasso negativo. In settimana pure il trentennale tedesco, una scadenza lunghissima, rende meno di quel che costa, almeno così è nel mercato primario. Per il Capitale certo che è una astuzia, visto che in questo modo si sostiene il debito degli stati, i titoli spazzatura e i crediti inesigibili delle banche più grosse (anche il portogallo sfiora il rendimento negativo, per dire), ma certo è  anche uno smacco e ci dice due cose: tutta la difficoltà del investimento nel settore industriale e della capovolta autonomia a corto raggio del settore finanziario, che ad ogni taglio dei tassi ( altrecchè "insurance cut" per le attività produttive, come lo chiamano) festeggia: la continuazione del businnes è assicurata. Bisogna che mangino anche loro.








2 commenti:

  1. bella scommessa (?) quella di rallentare la cina e rianimare (?) gli us : ammesso che vogliano davvero rianimare l.industria us e che possano tirare il collo ai cinesi...
    quanto alla finanza, mi hai fatto ricordare la famosa canzone: j.entend le loup le renard et la belette chanter....
    buone ferie

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