mercoledì 23 marzo 2016

Aria di Grand Bargain allo scorso G-20 di Shanghai

Dopo il "big short" invernale le decisioni prese nelle ultime settimane dalle più importanti banche centrali del pianeta segnalano una piccola svolta nella guerra valutaria globale. La politica alla riscossa sull' economia ? Una rondine non fa primavera, storicamente non si esce dalla crisi se la distruzione di valore non sarà all' altezza: il redde rationem sul debito complessivo (finanziario, statale, industriale) è un' ombra onnipresente.---

Mi viene il sospetto che l’outcome del G-20 di Shanghai di 3 settimane fa, sia stato, alla fine, assai meno astratto e retorico di quanto osservabile  sulla base dei comunicati stampa. Ai tempi, molti osservatori avevano ritenuto che gli accenni ad una coordinazione delle politiche monetarie e fiscali (” We will consult closely on exchange markets” ; “we will not target our exchange rates for competitive purposes”) fossero troppo generici e indeterminati per costituire un cambio di stance.

 Eppure nelle  3 settimane successive abbiamo visto:

-L’ ECB virare distintamente verso il credit easing, sottolineando che la  leva dei tassi (e quindi la svalutazione) hanno in sostanza esaurito lo spazio in questa fase.
-La BOJ astenersi dal intervenire ulteriormente sul policy mix, nonostante lo yen scambiasse sui massimi da 15 mesi contro $
-La FED segnalare un ulteriore rallentamento del percorso di normalizzazione dei tassi, mostrando un’insolita attenzione per gli sviluppi finanziari globali e un’inedita rilassatezza nei confronti dell’inflazione.
-La PBOC, per contro, tagliare la  riserva obbligatoria subito dopo il  summit, incrementare le  iniezioni di liquidità, ma soprattutto gradualmente rafforzare lo yuan.

E’ difficile scacciare l’impressione che a Shanghai abbia avuto luogo un “grand bargain” tra i leaders, per abbassare la volatilità sui cambi che tanto sta danneggiando il sentiment globale. In soldoni, la Cina si sarebbe impegnata a intensificare gli sforzi per stabilizzare divisa ed economia. In cambio avrebbe ottenuto dagli USA una politica monetaria più accomodante, e di conseguenza un dollaro meno forte (circostanza che giova non solo al gigante asiatico, che mantiene di fatto un peg col biglietto verde, ma tutti gli emergenti), e dall’Europa  e dal Giappone un freno alle svalutazioni competitive. Un ritrovato equilibrio sui cambi eventualmente riduce una delle leve di politica monetaria, la  più rapida, in quanto sottrae domanda ai competitors ed esporta deflazione. D’altro canto, elimina una fonte di volatilità, e, ponendo un freno al rally del $, contribuisce a ridurre la pressione sulle commodities e con essa le spinte disinflattive. E restituisce credibilità alle banche centrali.

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