domenica 28 febbraio 2016

I Soprano


Abbiamo anche noi il nostro stato, esosamente rentier, che redistribuisce, come tutti gli altri, secondo criteri di classe cioè di mantenimento dello status quo sociale.

Una merce, il suo prezzo e la stessa possibilità che sia progettata e realizzata, oggi dipende parecchio dal costo del sistema paese; da questo punto di vista riattivare un vantaggio competitivo alle merci italiane è cosa lunghissima, si fa molto prima a tagliare sul salario differito-welfare. Più che una soluzione una pezza temporanea.

Sappiamo che il welfare, lungi dall' essere una conquista data, dipende dal tasso di auto-valorizzazione dei capitali già presenti -e dalla qualità delle lotte sociali-, in particolare dal tasso di plusvalore relativo estorto, come si addice alle economie capitalisticamente più mature.  In effetti tanto più succoso e indispensabile diventa l'estrazione di plusvalore relativo tanto più la società borghese italiana, colta nel suo insieme, si mostra poco dinamica quando non addirittura ostile ad un salto di qualità del proprio capitalismo - salto che ovviamente richiede scossoni allo status quo.

Ma, lungi dal cercare di suggerire correzioni alle italiche storture, precisando un mio commento a giro per il web, mi pare che l'Italia sia cresciuta in fretta e altrettanto velocemente sia diventata anziana, capitalisticamente parlando.

Quando parlo di "approccio che si rifiuta di divenire adulto" non sto per nulla rifacendomi alle tesi che vedono nell' Italia il paese della "mancata rivoluzione borghese" per cui, dato il persistere di alcuni retaggi feudali, si da come cronica l'arretratezza capitalistica rispetto ai diretti concorrenti. C'è una parte vincente della borghesia italiana che è integrata benissimo nel mercato internazionale, parlo invece dei perdenti: del proletariato e della, per lo più piccola, borghesia che per poter continuare a dormicchiare al riparo della concorrenza si rivolgono allo stato, al sindacato, alle corporazioni. 

La decisione legislativa (esecutiva) che ha ancora gran peso, che fa molta fatica a inseguire una scivolosa prassi economica, è il frutto storico dei vari gap lasciati aperti, perfino benefici fino ad un certo momento, nello sviluppo complessivo della società italiana, primo fra tutti la questione meridionale: sono nodi venuti al pettine tutti insieme via via che il sistema-paese doveva razionalizzarsi come tale -cosa ammetto difficile in un paese piccolo, popoloso ed eccezionalmente stratificato- per reggere l'inevitabile confronto con altre società capitalisticamente più omogenee o con più slancio, a maggior ragione nella tempesta della crisi mondiale dei profitti e della feroce lotta per la loro spartizione.

3 commenti:

  1. A proposito della questione meridionale, allego un passo di una mail di un caro amico, prof ancor precario per disdoro della scuola italiana date le sue obiettive competenze sulla materia in cui si laureò:

    «Chiarisco subito sennò sembro leghista: non ho problemi con i docenti meridionali. Ho un problema se guardo le cifre:
    - le università hanno deciso che non tengono più conto dei voti di maturità perché le scuole del meridione erano piene di 100
    - nello stesso tempo, le scuole del meridione sono quelle che fanno i risultati peggiori ai testi Invalsi e Pisa-Ocse, con tassi di analfabetismo spaventosi
    - oltre metà degli abitanti d'Italia stanno nelle regioni padane (che quindi sono quelle con più bambini e giovani, e di conseguenza quelle con più scuole e più cattedre)
    - nello stesso tempo, un terzo delle domande di assunzione per la buonascuola vengono dalle sole Sicilia e Campania
    - le regioni che hanno i peggiori risultati scolastici hanno anche la maggiore quantità (sia pro-capite che in assoluto!) di docenti assunti (e sono docenti che sono stati studenti analfabeti... e che producono studenti analfabeti)
    ecco, i dati mi fanno pensare male. E penso anche ai giuvini meridionali che perpetuano la loro condizione sfigata perché non hanno buoni docenti, visto che i dati evidenziano (mi sembra l'unica interpretazione possibile) che molti fanno i docenti solo perché è un posto statale dal quale non li schiodano più. Ma se fai notare che c'è una "malattia culturale" ti danno del razzista. Come quello che va dal medico, il medico gli fa la diagnosi e gli prescrive la cura, ma quello dice "ma che cazzo ne sa il medico, io vado con l'omeopatia!". E poi muore male.»

    RispondiElimina
    Risposte
    1. i docenti di matematica solo nel 9,7% dei casi sono laureati nella materia che insegnano, per dire

      Elimina
  2. bhe mi viene da dire che il medico pietoso fa la ferita vermitosa...poi però il parassitismo sociale che alligna nella PA non è una malattia culturale.
    Per contro il fenomeno Lega segnalò a suo tempo come certi equilibri capitalistici erano già saltati da tempo nella società civile, ciao

    RispondiElimina