domenica 25 marzo 2018

Capitale contro Capitale









Le schermaglie sui dazi commerciali le trovo particolarmente divertenti per l' abilità (mai farne una questione di stile) con cui Trump vuole portare alcuni dei principali partner a incontri bilaterali che gli permettano di ridurre l' enorme deficit commerciale americano, marginalizzando le istituzioni come il WTO anche se per ora non le delegittima apertamente.

Vuole fare questa cosa ma non può spingerla fino in fondo, le dinamiche compatte dell'imperialismo mondiale gli impongono di continuare a essere il paese imperiale che consuma le merci di tutti gli altri, pena uno  sconquassamento un pò troppo radicale dello status quo dei commerci mondiali che per ora non conviene a nessuno degli antagonisti.

La prima onda della crisi dei profitti si è appena appena chetata e tutti ne sono usciti malconci,  indeboliti e con la sensazione che non sia per nulla finita qui. Hanno ragione. Nel frattempo però si cerca il miglior posizionamento sulla scacchiera geoeconomica in attesa che si manifesti la seconda e Trump quello sta facendo. L' articolo del Sole più sotto di questo parla, dando per scontato un naturale atlantismo che a mio avviso è oggi invece molto mal subito da questa parte dell' oceano: e chi se lo scorda l' Hotel Plaza ?

Alla faccia di chi pensa che lo stato, nella sua significativa accezione di mercato interno, sia depotenziato nell' era della globalizzazione, ricordo che il PIL americano è composto per 2/3 di consumi interni  di merci per lo più importate, gli Usa sono l' unico paese al mondo in cui la lobby degli importatori è molto più forte di quella degli esportatori e i primi che soffrirebbero di una vera e propria trade war sarebbero Wall Street e il CME. Il tonfo è appena iniziato: è bastato un velatissimo accenno a metà settimana da parte cinese ("China is said to plan countermeasures against US tariffs") per scatenare un sell-off piuttosto prevedibile, data anche un' altra serie di fattori che spingono in quel senso.

Alle aste di titoli di stato americani di due settimane fa (offerta molto superiore alla media, la riforma fiscale e il piano infrastrutturale di Trump pretendono il finanziamento) mi sarei aspettato che cinesi (e giapponesi, per questioni valutarie) mandassero un segnale di ritorsione, invece niente: venduto tutto. Evidentemente gli interessi offerti sono niente male e il rischio per ora valutato come contenuto.

Ma non è finita qui, la cosa andrà avanti a strappi. Quelli che per ora hanno ridotto al minimo il rischio di instabilità e di discontinuità delle politiche economiche sono proprio i cinesi. Quelli che sembrano non avere idea di come uscirne sono ovviamente gli europei, imperialisti quanto gli altri contendenti. Osservo questo schifo e mi dico che presumibilmente dovrò essere in balìa di tutto ciò finchè campo: si ride per non piangere.


Il volto feroce verso la Cina e la chiamata alle armi all’Europa. La strategia dell’amministrazione Trump continua a dipanarsi tra minacce e aperture, ora agli avversari ora agli alleati, in un succedersi di accelerazioni e brusche correzioni di rotta che mirano a spostare gli equilibri del sistema multilaterale in chiave prevalentemente anti-cinese. Anche a costo di farlo saltare.

Ieri è arrivato lo schiaffo a Pechino, sotto molti aspetti il primo, visto che i dazi su pannelli solari e lavatrici penalizzano soprattutto gli alleati. Come pure, e in misura ancora più netta, potrebbero fare quelli su acciaio e alluminio, senza le esenzioni. La barriera tariffaria nei confronti del made in China, accompagnata da quella sugli investimenti cinesi negli Usa, fa salire di diversi livelli la tensione tra le prime due economie al mondo. Il containment di Obama, che pure aveva individuato nel confronto con la Cina la bussola della politica estera americana, è troppo soft per Trump e i suoi falchi. Gli Stati Uniti ora parlano apertamente di «aggressione economica» a proposito della strategia di Pechino, che ha al suo arco molte frecce per reagire e accelerare la spirale verso una guerra commerciale.

Al tempo stesso, la Casa Bianca invia un segnale distensivo all’Europa, ma non di resa: l’esenzione dai dazi su acciaio e alluminio è solo temporanea. I negoziati per renderla definitiva cominciano ora. È comunque una correzione di rotta rispetto ai toni delle ultime settimane.
Forse in preparazione della grande offensiva contro Pechino, l’amministrazione Trump sembra aver riscoperto l’utilità di coinvolgere l’Europa. Sarebbe stato più semplice farlo a dicembre dello scorso anno, quando erano state Bruxelles e Tokyo a proporre a Washington un’iniziativa congiunta in chiave anti-cinese, a margine del fallimentare vertice della Wto.

Come si è visto, non è impossibile ritrovare le fila del dialogo oggi, malgrado l’irritazione destata in Europa dalle spallate di Trump e il fondato sospetto che la Casa Bianca tornerà ad agitare l’arma dei dazi per ottenere quello che vuole. I punti di convergenza non mancano. Né gli Stati Uniti né l’Unione Europea riconoscono a Pechino lo status di economia di mercato, reclamato dalla Cina. Entrambe le sponde dell’Atlantico si sentono assediate dalla rincorsa tecnologica di Pechino e dal suo shopping di gioielli dell’industria e dell’innovazione. Se il Parlamento Usa si prepara a rafforzare i poteri dell’agenzia che vigila sugli investimenti esteri (anche quelli in uscita), Germania, Francia e Italia hanno promosso un’iniziativa comune che va nella stessa direzione.

In Europa, però, nessuno sembra volere una guerra commerciale. Né contro gli Stati Uniti, né contro la Cina. Ed è forse questo che non piace alla Casa Bianca.

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