È interessante analizzare il cambio di paradigma prodotto dall’intelligenza artificiale prendendo in considerazione come le principali potenze stiano raccogliendo la sfida tecnologica dell’IA nell’ambito della propria strategia di sicurezza nazionale. In un quadro da nuova guerra fredda che vede Stati Uniti e Cina opposti in una lotta per l’egemonia di questo nuovo settore, l’Unione Europea resta indietro. Il vecchio continente manca di dinamicità e di grandi imprese ad alta tecnologia. Soprattutto, investe poco in IA. Per risollevarsi, Bruxelles dovrà investire con più decisione su un modello di sviluppo etico delle nuove tecnologie, culturalmente compatibile con i propri valori.
martedì 30 aprile 2019
Tecno politica
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sabato 13 aprile 2019
In Libia inusitate strategie
Povera Italia! barzellette di un paese in forte crisi di rendita quindi di identità capitalistica, altro che storie. In ottima europea compagnia, mi vien da dire. Di seguito uno sconsolato Lucio Caracciolo ci illustra la costante della nostra secolare politica estera: fiutare da che parte tira il vento nel consesso internazionale senza una vera bussola. Non che da parte mia accusi nessuno di sotto-imperialismo, è che se non ci fosse da piangere mi verrebbe da ridere.
“Splende la pace in Tripoli latina, recando i dromedarii un sacro odore”
È passato poco più di un secolo
da quando Gabriele d’Annunzio così sobriamente cantava la conquista
italiana della quarta sponda, su cui Italo Balbo avrebbe poi inventato la Libia. Di latino, o meno aulicamente d’italiano, a Tripoli e in quella che gli atlanti continuano a designare Libia – di fatto uno spezzatino geopolitico conteso tra milizie, etnie, tribù varie, e dalle potenze esterne che le sponsorizzano ai propri fini – è rimasto davvero poco.
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domenica 24 marzo 2019
L' isola dei rifiuti
Anch' io, in un impeto mondano, do il mio contributo alla lotta contro il cambiamento climatico. Un pò mi vergogno, rispetto ai consumi personali sono sempre stato parecchio rilassato e, stante il fatto che non ho aspettato la crisi per non arrivare a fine mese, mi piace esagerare e non riesco ad avere per nulla la schiena diritta: tutto quello che il capitalismo produce a mio avviso va provato, assaggiato, toccato, visto ecc. Insomma sono corrotto fino al midollo e poco sensibile alla sobrietà e ai richiami ad un mondo più pulito. Epperò non mi può non tornare in mente che la ricchezza, nel attuale modo di produzione, si presenta come un' immane raccolta di merci. Fatto il salto mortale, realizzato il loro valore sociale di scambio, probabilmente consumato il loro valore d' uso, eccole qui che ne tornano gli esoscheletri vuotati; le correnti oceaniche li hanno riuniti in una sterminata indistruttibile colonia.
Molti forse ignorano la sua esistenza: la grande "isola di plastica" del Pacifico
è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto
da plastica) situato nell'Oceano Pacifico, che secondo le ultime stime
continua a crescere in maniera inarrestabile. Le navi e gli aerei della fondazione olandese Ocean Cleanup l’hanno
percorsa in lungo e in largo e hanno contato 80mila tonnellate di
frammenti in un’area grande tre volte la Francia. La massa di spazzatura
e plastica, concentrata dalle correnti, approssimativamente fra il 135º
e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord, è
rappresentata dalla superficie di oceano in cui la concentrazione di
rifiuti supera il chilogrammo al chilometro quadro e, fattore
preoccupante, è 16 volte più alta rispetto a quanto si stimasse fino a ieri.
domenica 10 marzo 2019
Surprise index
Stamattina, nella mia personale veloce rassegna stampa dei pochissimi blog che leggo regolarmente, mi ha irritato trovare già affrontati tutti quei temi a cui vagheggiavo dedicare questo post di oggi: transizione verso il nuovo modo di produzione, Algeria - paese verso cui nutro una attenzione storica particolare, ed i sempre più frequenti rumors su un prossimo crash degli high yield corporate bond - segnalato a suo tempo. Tipico arrivare tardi e trovarsi spiazzato.
Va bè, lasciamo stare la malinconia, e badate a non investire i vostri sudaticci risparmi negli strumenti sbagliati. La ascoltatissima BIS (Bank of International Settlements), dopo IMF e altri, ha lanciato un allarme sulle obbligazioni societarie ad alto rendimento ( e rischio) che per il solo mercato americano valgono un bel mucchietto di dollaroni, somme che hanno del fantasmagorico e a cui il piccolo borghese guarda contemporaneamente con l' occhio scandalizzato e l' acquolina in bocca: 6,4 miliardi di miliardi. Parrebbe che circa 1 di questi 6,4 triliardi di bond societari, alla prima scossa recessiva americana, verrebbe declassato dal rating "investment grade" a "junk". Se così fosse gli investitori istituzionali dovrebbero venderli perchè per statuto non possono detenerli in portafoglio, dando così la via alla rovinosa slavina del repricing.
domenica 3 marzo 2019
De ceto medio
Interessante articolo, da me sforbiciato delle premesse e conclusioni, del ricercatore sociale Salvatore Cominu apparso su Infoaut che, tralasciando di considerare le persistenti forzature concettuali del filone operaista ( la primazia del piano, nel senso di pianificazione, politico su quella economico, la sottolineatura esagerata dell' influenza delle passate lotte operaie ecc) mi sembra permetta di porsi in un buon angolo per osservare la precedente ascesa e l' odierna crisi del ceto intermedio all' interno di quella presunta dinamica che molti chiamano di polarizzazione sociale.---
[...] Non è che sia molto soddisfatto della categoria di crisi del ceto medio,
mi dice molto poco, anche perché se noi prendessimo documenti degli
anni ‘50, degli anni ‘70, potremmo dedurne che il ceto medio sia da
sempre in crisi; sia sempre descritto come attraversato da processi che,
soprattutto da parte nostra, sono stati letti come proletarizzazione,
impoverimento, processi che in qualche modo lo avvicinavano al nostro
campo. Preferisco fare riferimento, per la lunga stagione che va dagli
anni ‘50 agli anni ‘80 del secolo scorso in Italia, di un grande periodo
di cetomedizzazione, un espressione di De Rita, tra l’altro trovo molto
brutta, però ha anche dei meriti, il primo dei quali è quello di
evidenziare il carattere processuale e in divenire, il “ farsi” del ceto
medio in diversi settori della società italiana.
sabato 23 febbraio 2019
Il debito sia con noi
Ovunque piovono pietre, prima sugli italiani però. Fitch non ha declassato per ora nè il nostro debito nè l' outlook ma la situazione è ipertesa. Gli investitori internazionali vogliono rassicurazioni che dopo le europee cada questo governo e se ne faccia uno di centro-destra, con politiche volte ad non incrementare ulteriormente il rapporto deficit/pil all' interno dei paletti posti dalla crescita economica reale, mica le baggianate raccontate da Conte, Di Maio e Tria, che Salvini manda volentieri allo sbaraglio politico. Seguono le parole di un trader che ben riassumono la situazione italiana proiettandola nella attuale configurazione geopolitica, il confuso articolo sotto invece è di Claudio Antonelli scritto per La Verità, ma che io ho scaricato da Dagospia.---
"Servono urgentemente aiuti che possono venire da vari paesi , in un periodo molto
complicato che ci attende (rating in arrivo, elezioni europee, crollo
del PIL e relativa manovra correttiva, spread, emissioni sul primario,
ecc). Ragionavamo sul fatto che siamo facilmente ricattabili
dai mercati, e dai governi che hanno in mano i timoni della finanza
mondiale. Che siamo al tempo stesso un entità too big to fail
ma anche , per questo essere molto ingombranti, anche una leva enorme da
manovrare per interessi strategici all interno dell EU e nel
mediterraneo. Concludevamo che la tenuta del
sistema italia sarà determinata non solo dall' andamento della nostra
economia tout court ma anche dalle alleanze internazionali che il
governo riuscirà a tessere nei prossimi mesi."
Il numero due della Lega, Gian Carlo Giorgetti, non parla mai solo per
dire una cosa. Di solito ogni messaggio ne contiene due. L' uscita sul
rischio di andare incontro a una manovra correttiva da almeno 15
miliardi non solo annunciava la necessità di preparasi già ora alla
stesura del Def, documento di economia e finanza, con cui il governo
getta le basi per la manovra di fine ottobre. E al tempo stesso era l' amo per avviare un dialogo
diretto con banche d' affari, fondi d' investimento e pure gli hedge,
che di solito scommettono contro la nostra Borsa. Si tratta di capire
quali siano le aspettative o - perché no - i suggerimenti in vista della
stesura del Def. Sarà un periodo caldissimo.
domenica 3 febbraio 2019
De-globalizzazione monetaria ?
I rapporti fra divise prezzano i rapporti di forza fra le varie aree capitalistiche, dove però la trasmissione non è affatto 1:1. Non è detto che la supremazia la si misuri meccanicamente con il metro di una moneta forte, ma con la possibilità di poterla posizionare dove conviene in quel momento. L' U-turn del governatore Fed Jerome Powell sui prossimi step di rialzo dei tassi d' interesse è eloquente. A mio avviso anche questa lunga querelle politica sullo shutdown è concordata fra democratici e repubblicani per non far irrobustire troppo il biglietto verde, visto che gli USA sono gli unici al mondo a ritrovarsi un' economia che così ancora per un pò strapperà al rialzo mentre Cina ed in particolare l' Europa arrancano, il Giappone così così. Si sta cercando di porsi nel terreno migliore per riprendere quel pò di controllo politico, nella misura del possibile, sui flussi finanziari globali, quelli stessi che determinano e sono espressi nelle loro operazioni dal dollar index, il rapporto di cambio del dollaro contro un paniere di monete. La globalizzazione esprime tali asimmetrie che l' ente statuale, se riprendesse un minimo di controllo del proprio mercato interno, il più ricco del mondo, ritroverebbe una rinnovata fonte di potere e legittimazione. Da qui un' altra prospettiva per leggere le esigenze di aprire la trade war contro Cina e EU.
A questo proposito negli ultimi mesi l' EU sembra perdere rapidamente punteggio sul piano economico e politico, le troppe faccenduole gestite con i piedi a partire dalla Grecia per giungere al labirinto della Brexit fanno pari con l'oramai sempre più evidente gap tecnologico rispetto ai principali concorrenti, in primis nello sviluppo dell' intelligenza artificiale e dei big data. Mai come in queste settimane le borse europee aprono e chiudono strette tra gli umori prima di Tokyo e Shangai e dal pomeriggio in poi di New York. Il trattato di Aquisgrana, firmato in settimana da due leader fortemente indeboliti, getta ora le basi per un impegno franco-tedesco in campo militare, a quasi 30 anni da Maastricht. Gli analisti americani ancora ci ridono.
Tratto da Aspenia, l' articolo di Maurizio Sgroi ci parla dei complicatissimi equilibri, in egual misura geo-politici e geo-economici- in cui fluttuano le principali valute di scambio internazionale. Ancora una volta le relazioni in campo energetico sono un punto di vista privilegiato---
Nulla racconta meglio del tramonto di un impero quanto osservare le
vicissitudini della sua moneta. Cento anni fa, quando ancora il mondo
degli affari era denominato in sterline, la Grande Guerra segnò l’inizio
del tramonto per il dominio di Londra nel mondo finanziario. Ma ci
vollero alcuni decenni prima che la sterlina perdesse la sua supremazia.
Solo nel secondo dopoguerra il dollaro si affermò definitivamente come
principale valuta di riserva, nonché quale strumento del commercio
internazionale e finanziario. La sterlina rimase dignitosamente a far
presenza, come capiterà allo yen alcuni decenni dopo e più tardi ancora
al giovane euro e al giovanissimo yuan, che solo di recente ha iniziato a
muovere i suoi primi passi nel Grande Gioco valutario.
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domenica 20 gennaio 2019
Sussidi a tutto campo
In attesa che riprenda lo scontro sui dazi USA-EU, che non mancherà di riaccendersi dopo la tregua Trump-Juncker siglata in agosto, tregua dettata dall' urgenza di badare ad altri fronti, una rappresentanza delle parti trainanti dell' industria europea, cioè quella automobilistica e chimica tedesca, sembra richiedere segni di svolta nelle linee guida che hanno caratterizzato fino a ieri la politica industriale e commerciale continentale (cioè confacente al modello tedesco).
Si prende atto della persistenza della crisi globale dei profitti, del mutamento di clima politico e si asseconda il diffondersi del protezionismo; siamo vicini alle prossime elezioni dopo tutto. La frenata europea (economica e politica) occorsa nel secondo semestre 2018 era già stata intravista e si chiedono interventi.
Come si leggerà, - l' articolo è di pochi giorni fa, di Jacob Hanke, ma il TDI si è tenuto nel settembre 2018- le problematiche vertono alla fin fine sul ruolo organizzativo-complessivo del ente statuale (che, nel caso comunitario, sembra depotenziato) in merito alle tattiche e strategie che portano - o meno- un' area del sistema-mondo al successo capitalistico. La debolezza della politica imperialista europea viene fuori tutta, mentre per i diretti concorrenti si può parlare ad esempio di China complex.---
L'industria
tedesca ha lanciato oggi un'importante offensiva per garantire che la
prossima Commissione europea prenda una linea più dura sulla Cina. In vista delle elezioni europee di quest'anno, la federazione
industriale più influente della Germania chiede a Bruxelles di innalzare
le difese dell'UE contro quella che considera una concorrenza sleale da
Pechino. Fondamentalmente, il suo piano in 54 punti, ottenuto da Politico ["Politico" è la rivista da cui ho preso questo articolo], cerca un più potente ruolo per l' unità che si occupa della concorrenza nella Commissione Europea, mentre l'UE cerca di combattere le
esportazioni sovvenzionate della Cina, la sua sovracapacità industriale e
le acquisizioni societarie. Le proposte della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI) offrono un
segnale che Berlino e l'UE potrebbero gravitare verso una posizione più
dura contro Pechino dopo la partenza dal blocco dei 28 del Regno Unito, più favorevole
alla Cina.
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lunedì 14 gennaio 2019
Black mirror
Sto seguendo la serie tv "Black mirror", ieri sera mi è toccato il secondo episodio della seconda stagione intitolato "Torna da me". La storia è presto detta: due giovani fidanzati inglesi vanno felici a vivere nella vecchia casa di campagna, abbandonata da anni, dove lui è cresciuto con la madre. Tra le ragnatele, su una mensola, una foto del ragazzo ancora bambino: traendone spunto lui le racconta che l' unica reazione della madre alle morti -avvenute in successione e per motivi diversi- di suo fratello e poi del capofamiglia fu di levare tutte le foto dei deceduti e di portarle mestamente in soffitta.
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martedì 1 gennaio 2019
Mi sacrifico per la felicità del genere umano
E' da stamattina presto che leggo riviste e quotidiani e non trovo neanche un articolo di mio interesse, nè di quelli improntati a una retrospettiva e bilancio del 2018 e neppure tra quelli che ambirebbero a dare anticipazioni su "l' anno che verrà". Sotto traccia, il tema è unico: la valutazione della profondità della crisi del capitalismo globale. Si possono leggere considerazioni sul DEF italiano, sulla trade war o sul rallentamento globale, oppure sul prosciugamento della liquidità sui mercati finanziari, sulla brexit (che pasticcio !) o quelle di Gramsci sul capodanno, ma l' ansia è una sola. In tutto questo considerare e valutare sempre c'è un motivo scatenante, un capro espiatorio da additare, una vittima da compatire. A nessuno viene in mente che non è la musica ad essere stonata, è il pianista che è preso via, seguendo il suo cuore.
L' articolo sotto, di tono leggero e brillante -ed è per questo che lo pubblico, è intitolato " Viaggio nelle fabbriche cinesi di Babbo Natale" a firma di Gabriele Battaglia; il mercato mondiale visto dalla più grande rivendita all’ingrosso di merci a basso costo del mondo. Stupenda la signora Yu, colei che " si sacrifica per la felicità del genere umano".---
I Babbi Natale sono decine, di tutti i tipi: alcuni sono dei
manichini di dimensioni umane che si muovono a scatti diffondendo
canzoncine natalizie, altri sono invece gonfiabili e più imponenti. Un
pupazzo meccanico indossa una giacca di tartan scozzese invece della
solita giubba rossa, ma a ipnotizzarmi è soprattutto una composizione
corale: da un grande uovo esce Shengdan Lao (Babbo Natale in
cinese) e abbraccia un pupazzo di neve con bombetta e mantello che lo
aspetta lì fuori. Il tutto grande come un paio di frigoriferi, il tutto
gonfiabile, il tutto in loop.
Una cacofonia di Jingle bells si contende lo spazio sonoro con altrettanti adattamenti di Feliz Navidad;
sullo sfondo, l’ininterrotto ronzio dei motorini elettrici che gonfiano
i Santa Claus pneumatici. Insomma, un baccano pazzesco. Nel negozio
della signora Yu Qiaofang non c’è che l’imbarazzo della scelta. Le
chiedo come mai tutti i pupazzi abbiano gli occhiali: “Babbo Natale è
vecchio e deve indossarli”, mi risponde.
Alla fine ne scelgo uno gonfiabile che, attaccato alla presa di
corrente, cresce in pochi secondi fino a un’altezza di due metri e
dieci: è come avere in casa Dino Meneghin, largo però come due Bud
Spencer. Il mio non ha gli occhiali, ma due occhi sgranati da manga
giapponese. Qui tutto si contamina, ma il tocco creativo resta
invariabilmente cinese.
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