domenica 21 febbraio 2016

La guerra ibrida secondo Putin

Mentre la Turchia pensa ad un intervento di terra, ora che vede scemare la propria influenza sulla vicenda siriana a causa dei bombardamenti russi e delle milizie sciite -che hanno avvantaggiato i curdi e Assad- il generale Jean ci fa un quadro della dottrina, piuttosto adatta al quadro attuale, che costituisce l' ossatura alla base dell'interventismo mostrato da Putin negli ultimi anni. Una lunghissima tradizione imperialista grande-russa, quattro secoli tra zar e stalinismo, supporta una delle potenze nucleari del pianeta che non riesce proprio a digerire il ruolo marginale che le difficoltà economiche le imporrebbero--- .


1. Il Cremlino attribuisce particolare importanza alla sicurezza dell’enorme Federazione. I documenti ufficiali che la regolano sono oggetto di approfonditi dibattiti, non solo alla Duma e ai ministeri degli Esteri e della Difesa, ma anche nell’opinione pubblica. Tale interesse deriva dalla storia, dalla geografia e anche dal senso di frustrazione per la scomparsa dell’impero, con il collasso dell’Urss e la perdita di un quarto del territorio e tre quinti della popolazione. La dottrina militare, elaborata dal Consiglio di Sicurezza della Federazione e approvata per legge su proposta del presidente, è il documento chiave che identifica le minacce, descrive le strategie per fronteggiarle e contiene le direttive a lungo termine sullo sviluppo delle varie componenti – militari e non militari – della sicurezza. La sicurezza non riguarda solo la difesa del territorio, privo di protezioni naturali a ovest, a est e sulla fascia di frontiera a sud, dal Caucaso all’Asia centrale, ma ricchissimo di materie prime. I russi temono che altri paesi complottino per prenderne il controllo. La sicurezza riguarda anche la stabilità del regime politico contro interferenze e destabilizzazioni esterne. Il documento esplicita poi le ambizioni sul rango regionale e mondiale della Russia, cercando di identificare alleati e avversari.

Il Cremlino ha sempre avuto una sorta di paranoia per la sicurezza. Essa è comprensibile, date le numerose aggressioni subite da ovest e da est. Ed è alimentata dalla Chiesa ortodossa, che si ritiene custode dell’identità morale della Russia, costantemente insidiata da malvage forze straniere. Non per nulla, il patriarca Kirill ha affermato che l’intervento in Siria è una «sacra crociata», volta a salvare la presenza cristiana in Medio Oriente. Putin si è preoccupato di tale concezione oltranzista, anche per le possibili reazioni della popolazione musulmana, sunnita, che ammonta al 15-18% dei russi. Non per nulla, proprio prima d’intervenire in Siria, ha inaugurato di persona la moschea-cattedrale di Mosca.

I rapporti internazionali e anche la situazione interna sono resi dinamici dalla questione ucraina, dalla crisi economica (il pil è decresciuto del 4% nel 2015), dal diffondersi del radicalismo islamico e del terrorismo nel Caucaso del Nord e nell’Asia centrale, dal rafforzamento della criminalità organizzata e del traffico di droga, dalle richieste di maggiore autonomia da parte di vari oblast’. Diffuso fra i russi è un angoscioso senso della propria vulnerabilità: si sentono circondati da potenziali nemici e temono una «quinta colonna» interna. Questo sentimento è alimentato dal Cremlino per accrescere il consenso. È un fatto ricorrente nella storia: l’esistenza vera o presunta – non ha sostanziale importanza – di un nemico rafforza la coesione della «città». La popolarità di Putin è infatti alle stelle.

La fine del reset con Washington e le reazioni europee alla crisi ucraina aumentano le probabilità di una nuova guerra fredda, di guerre locali, della destabilizzazione degli Stati che costituiscono la fascia cuscinetto del cuore della Federazione. La quale è percepita come indispensabile per la sicurezza contro minacce e rischi interni ed esterni. Il Cremlino teme una Jevromajdan russa. E se non ha un nemico, deve inventarselo. Questo spiega la determinazione e la brutalità con cui viene soppresso ogni dissenso e anche la reazione all’abbattimento di un Su-24 da parte della Turchia, che mostra anche un certo nervosismo da parte del Cremlino, peraltro comprensibile. La Russia si è sentita tradita. Non ammette di aver perso la guerra fredda. Pensa che l’Occidente abbia tradito le promesse fattele, in particolare con gli allargamenti della Nato. Ciò spiega anche le reazioni alquanto isteriche per l’invito a diverse repubbliche ex sovietiche a far parte dell’Alleanza Atlantica, ritenuto un’ingiustificata provocazione. Le «rivoluzioni colorate» prima e le «primavere arabe» poi hanno dimostrato la potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione, di disinformazione, di destabilizzazione e di mobilitazione del dissenso e della protesta popolare. Il Cremlino è consapevole dell’attrazione esercitata dall’Occidente su parte del popolo russo, soprattutto sui giovani e sulle minoranze. I rischi da sud aumenteranno con il ritiro delle forze Nato dall’Afghanistan e con l’inevitabile espansione dei taliban. Viva preoccupazione ha provocato la loro conquista di Kunduz e il loro arrivo sull’Amu Darya, a immediato contatto con il Tagikistan, di fatto protettorato russo.

Minacce esterne e interne sono sempre più considerate un tutt’uno. I confini fra la pace e la guerra, definiti a Vestfalia, sono divenuti porosi. L’ordine internazionale preesistente è messo in crisi dalle aspirazioni egemoniche degli Usa e dalle ambizioni di una Nato globale. Il Cremlino afferma che entrambe sono contrarie al diritto internazionale. Teme la ripetizione degli attacchi Nato alla Jugoslavia e alla Libia.

La nuova dottrina militare afferma che il mondo è divenuto più pericoloso. Da una guerra generale virtuale si è passati a molti conflitti locali e regionali reali. La dottrina afferma che rischi e minacce (le minacce sono rischi che potrebbero provocare l’uso della forza), militari e non, sono aumentati. La Russia si oppone all’egemonia americana. Per contrastarla deve avvalersi di organizzazioni multilaterali come l’Onu, l’Osce, la Csto, la Sco e i Brics, strumenti con i quali punta soprattutto alla prevenzione dei conflitti e alla neutralizzazione preventiva delle minacce alla pace. È consapevole che quest’ultima non è un concetto astratto. Tutti gli Stati vogliono la pace, ma si tratta della loro pace, corrispondente ai rispettivi interessi nazionali. La nuova dottrina militare vuole essere anche un messaggio di pace, rivolto ad alleati, potenziali nemici e neutrali. I suoi toni non sono aggressivi. La prevenzione dei conflitti fa premio sull’uso della forza.

La dottrina militare è un documento avente valore di legge. È subordinata alla politica militare, che è parte integrante della politica estera della Federazione. Sancisce gli interessi nazionali da perseguire. Le variazioni di quella del dicembre 2014 rispetto alla precedente del febbraio 2010, redatta dopo la guerra dei cinque giorni in Georgia, non sono particolarmente rilevanti. Il documento tiene comunque conto dei mutamenti della situazione geopolitica, dei rapporti di forza con gli altri Stati, dei loro concetti strategici e anche della tecnologia degli strumenti militari e non militari della sicurezza. Considera ormai passato il tempo delle «fantasie» del reset con gli Usa e della collaborazione con la Nato. La nuova dottrina militare sottolinea il suo carattere difensivo. Ha un carattere globale, onnicomprensivo di tutti gli strumenti di potenza dello Stato: militari, regolari e irregolari – inclusi volontari, forze speciali per operazioni coperte e compagnie militari private – economici, diplomatici, psicologici, comunicativi, spaziali, cibernetici eccetera. Ritiene improbabile lo scoppio di grandi conflitti, impedito dalla dissuasione nucleare reciproca, che resta l’elemento centrale. Non attribuisce a quelli regionali, locali e interni coefficienti di pericolosità e di probabilità relative. Ne riconosce la possibilità ed esplicita le risposte che si intendono dare a essi, precisa le risorse disponibili per la sicurezza nazionale e traccia le linee guida per la mobilitazione dell’economia e della società, stabilendo che, a differenza del passato, essa non precederà lo scoppio delle ostilità, ma avverrà nel corso dei conflitti.


2. La guerra, contrariamente a quanto viene spesso affermato, non è la prosecuzione della politica con altri mezzi. La politica continua, con tutte le sue complessità, ma semplicemente con l’aggiunta di mezzi militari. È sempre stato e sempre sarà così. Caratteristica della dottrina russa è quella di sottolineare più volte la necessità di uno stretto coordinamento fra strumenti politici e militari, derivante anche dalla parziale fungibilità dei vari mezzi. Tale tipo di strategia indiretta globale consente a Putin di prendere l’iniziativa e di sorprendere avversari e anche amici, malgrado la strutturale debolezza militare e soprattutto economica nei confronti dell’Occidente. Lo si è visto in Ucraina, ove la Russia ha reso difficile, per la strutturale ambiguità della sua brillante strategia «non lineare», una coesione occidentale, approfittando dell’attenuarsi della leadership Usa e delle divisioni dell’Europa. Essa permette alla Russia un notevole attivismo e successi, almeno di facciata, in politica estera, senza eccessivi rischi di escalation e con mezzi e costi limitati.

Comunque, i margini di manovra non sono molto rilevanti, data la limitatezza delle risorse e il fatto che sue ambizioni appaiono sproporzionate ai mezzi. Il Cremlino non può adottare che la «strategia del carciofo», mantenendo le sue iniziative al di sotto della soglia che provocherebbe una risposta globale degli Usa e dei loro alleati. Putin conosce la storia. Sa che cosa è capitato alla Germania nazista dopo i successi della «strategia del carciofo» di Hitler negli anni Trenta.

Mosca si trova poi in un’imbarazzante inferiorità economico-finanziaria nei confronti di Pechino. Almeno implicitamente, è consapevole del «pericolo giallo». Deve quindi barcamenarsi per mantenere l’appoggio cinese, senza fidarsene però molto. La vittima sarà verosimilmente il trattato sugli euromissili. Mosca non può infatti rinunciare alle armi nucleari sustrategiche per compensare in qualche modo la superiorità convenzionale di Pechino.

Il fattore esterno che più di ogni altro determina la nuova dottrina strategica russa è rappresentato dai rapporti con gli Usa. Essi non riguardano solo gli aspetti materiali, economici e militari, ma anche la qualità e la determinazione della leadership esistente a Washington. Putin ha approfittato delle indecisioni di Barack Obama, che chiaramente disprezza per la sua inconcludenza, per trarne i maggiori vantaggi possibili per la Russia. Ha poi capitalizzato le divisioni che neutralizzano l’Europa in campo strategico e che la rendono irrilevante nei momenti difficili. A tal riguardo, la Russia si avvantaggia delle simpatie di cui gode nelle destre e nelle sinistre estreme europee. Elemento essenziale sono i finanziamenti ai loro partiti e un’efficace campagna d’informazione e disinformazione. Come ha affermato l’ex segretario generale della Nato, il danese Andres Fogh Rasmussen, la Russia avrebbe finanziato movimenti «anti-fracking, per ostacolare lo sfruttamento dello shale gas e consolidare la dipendenza europea dal gas russo» (l’affermazione è stata smentita da Greenpeace). Si tratterebbe di un aggiornamento di quanto l’Urss promuoveva con i movimenti ideologici e quelli pacifisti durante la guerra fredda o, prima ancora, di quanto fecero negli anni Trenta i servizi segreti italiano e tedesco in Francia e in Gran Bretagna (Organizzazione Prisma) per contrastarne l’entrata in guerra. 


3. Ma quali sono le radici dell’attuale dottrina russa? Facciamo un breve tuffo nel passato, a partire dalla fine della guerra fredda, che rese del tutto obsoleta la dottrina militare sovietica del 1987. Ne divenne necessaria la completa revisione. Il collasso dell’apparato militare, le difficoltà dell’economia, la sua dipendenza dall’Occidente e il caos esistente nelle istituzioni, impedirono la definizione di una dottrina militare avente caratteristiche di una certa stabilità. Nel 1993 fu però approvata una dottrina «per il periodo transitorio». Essa affermava che la Russia non aveva avversari, neppure potenziali, e che prevedeva l’uso della forza – in pratica delle armi nucleari – solo per la deterrenza, non per la difesa. Non era menzionata la Nato, che pure progettava chiaramente la sua espansione a est verso il cuore della Russia, e che dopo pochi anni sarebbe intervenuta in Jugoslavia contro i serbi, tradizionali alleati di Mosca, prima in Bosnia-Erzegovina, poi in Kosovo, sfidando apertamente la Russia. Così erodendo di fatto i poteri che le derivavano dall’essere membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e non onorando le promesse fatte, almeno implicitamente, alla fine della guerra fredda di rinunciare all’espansione della Nato verso est. La massa dei russi è persuasa che al danno si sia aggiunta la beffa e che l’Occidente abbia tradito la buona fede della Russia, approfittato della sua debolezza. Mentre nel 1990 i sondaggi indicavano che il 90% dei russi aveva un’opinione favorevole degli Usa, la percentuale è ora scesa al 10%. Le «rivoluzioni colorate» in Georgia, Kirghizistan e soprattutto in Ucraina (quella «arancione» del 2004 e quella di Jevromajdan del 2013) sono state percepite come minacce e umiliazioni.

Nell’edizione del 2010 della dottrina militare russa gli allargamenti della Nato vennero considerati rischi. Non furono considerati minacce, perché la redazione della dottrina militare del 2010 avvenne nel periodo del reset con gli Usa – dopo la crisi scoppiata per la Georgia nel 2008 – e della firma del «nuovo Start», che sanciva il mantenimento di un equilibrio nucleare strategico fra Mosca e Washington. La dottrina del 2010 non riguardava solo gli aspetti militari della sicurezza, ma era più comprehensive, come peraltro lo era già il concetto strategico della Nato. Affermava che le minacce erano mutate e che si rendeva necessaria una profonda ristrutturazione non solo delle Forze armate, ma anche dell’apparato istituzionale preposto alla sicurezza dello Stato, per tener conto dell’interdipendenza fra le varie componenti della sicurezza e della necessità di un loro coordinamento centrale, anche in linea con i concetti di «verticale del potere», cioè della sua centralizzazione al Cremlino, indispensabile per l’unità della Federazione, e di «democrazia sovrana», che riafferma la volontà di proteggere la completa sovranità russa da ingerenze esterne.

Nell’edizione del 2010 veniva riaffermato il carattere difensivo del sistema di sicurezza russo, ma erano considerati interventi anche militari a difesa delle popolazioni russe residenti nelle repubbliche ex sovietiche, come quelli della «guerra dei cinque giorni» in Ossezia del Sud e in Abkhazia. Veniva infine confermata la dottrina d’impiego delle armi nucleari, che rinunciava al no first use, costante nella strategia sovietica durante la guerra fredda. Si prevedeva il loro utilizzo contro un avversario dotato di armi nucleari, ma anche contro un’aggressione convenzionale che mettesse a rischio la sopravvivenza dello Stato. Si trattava in pratica di una dottrina simile a quella adottata dalla Nato durante la guerra fredda per compensare la sua inferiorità convenzionale. Collegando la guerra nucleare impossibile con quella convenzionale possibile si rendeva impossibile anche la seconda. Con le armi nucleari la Russia compensava la sua inferiorità convenzionale.


4. La dottrina militare russa del 2014 non contiene consistenti variazioni rispetto a quella del 2010. Riafferma gli obiettivi difensivi della politica della Russia, in un mondo in cui sono aumentati rischi e minacce e la probabilità di conflitti reali, regionali, locali e interni, che richiedono capacità di prevenzione e dissuasione. Alla dissuasione nucleare va aggiunta quella convenzionale, basata sulla disponibilità di forze più potenti, capaci di uno schieramento rapido, e sul binomio forze militari e strumenti non militari, da coordinare strettamente fra loro, secondo il concetto di «strategia ibrida» o «non lineare», approfondito successivamente.

La probabilità di un grande conflitto mondiale viene considerata molto bassa, pressoché nulla. Esiste comunque la consapevolezza che, nonostante lo sforzo di ammodernamento militare, nucleare e convenzionale intrapreso dal 2007, la Russia è troppo debole economicamente e demograficamente per poter reggere una corsa al riarmo con l’Occidente, specie con gli Usa.

La dissuasione rimane essenzialmente nucleare. Potrebbe essere destabilizzata dagli sviluppi delle difese antimissile e del Global Strike e dalla militarizzazione dello Spazio da parte Usa. La nuova dottrina tratta a lungo della dissuasione convenzionale, da attuare non solo con la predisposizione di guerre condotte con «strategie ibride o non lineari» ma anche con l’adozione delle strategie dell’Air-Land Battle, adottate dagli Usa nel Golfo e nella ex Jugoslavia. Determinante per l’attuazione di tali strategie è la disponibilità del Comando delle forze per operazioni speciali – truppe aeroportate d’assalto – forte di 35 mila effettivi, dotato di una prontezza operativa completa e costituito nel 2013. Il coordinamento globale delle forze militari e di quelle non militari viene attuato nel Centro di gestione della difesa nazionale, costituito nel 2014 e che Putin ha fatto visitare ai vertici della Csto, illustrando le funzioni che assolve nella «strategia non lineare».

Espresso più volte è il timore di una «Nato globale», di fatto strumento della Casa Bianca, che ha recentemente avanzato in forma provocatoria elementi delle sue forze e infrastrutture ancora verso est, mascherando le sue iniziative con la crisi ucraina. Viene anche detto che Mosca non si può fidare della Nato, che non avrebbe rispettato gli impegni presi alla fine della guerra fredda di non ammettere come membri i precedenti satelliti dell’Urss.

Sottaciuto è il rischio di un confronto con la Cina, anche se si afferma che, con la sua politica aggressiva nei confronti di Mosca, l’Occidente sta spingendo la Russia nelle braccia di Pechino, che le impone pesanti e umilianti condizionalità nella concessione di prestiti.

Trattati con particolare cautela sono il radicalismo religioso e le motivazioni confessionali dei conflitti. Il Cremlino segue la politica adottata dagli zar (la parentesi sovietica non ha fatto eccezione, nota mia), volta a realizzare una convivenza non conflittuale con le popolazioni islamiche dell’impero. Putin resiste in questo alle pressioni della Chiesa ortodossa. Il Cremlino è riuscito per ora almeno a evitare di prendere posizione nel conflitto fra sunniti e sciiti. È dubbio, a parer mio, che possa continuare a farlo. La politica di collaborazione con l’Iran in Medio Oriente determinerà prima o poi tensioni con le popolazioni islamiche della Federazione, nella quasi totalità sunnite e ampiamente finanziate dall’Arabia Saudita e dagli Stati del Golfo. La crisi in atto con la Turchia potrebbe accelerare tale contrasto, mettendo a dura prova le brillanti capacità equilibristiche di Putin. Nella dottrina militare si valuta la possibilità di collaborare con l’Occidente nella lotta al terrorismo. Per evitare di immischiarsi in dispute teologiche, questo non viene qualificato «di matrice islamica».

La nuova dottrina militare tratta ampiamente degli aspetti propriamente tecnologici dei futuri conflitti e della competizione strategica globale, precisando che l’obiettivo di Mosca è quello di evitare l’egemonia globale degli Usa, collaborando con gli Stati Brics e con la Sco, che condividono tale obiettivo. Destano al riguardo preoccupazioni la dottrina dell’Air-Sea Battle, il Global Strike, la militarizzazione dello Spazio, la messa a punto della Bmd americana. Esse vanificherebbero gli equilibri strategici globali. Vengono anche accennate le potenzialità dei droni, la maggiore efficacia dell’infowar e della cyberwar, si sostiene inoltre la necessità di predisporre la mobilitazione dell’economia e della società, precisando che essa non verrebbe attuata, come avveniva in passato, prima dello scoppio di un conflitto, ma durante il suo svolgimento.

La dottrina militare si diffonde poi sul bilancio della difesa, base economica dell’ammodernamento delle Forze armate. Precisa che le difficoltà economiche non comporteranno una riduzione del suo previsto aumento, considerato priorità nazionale. Nell’attuale situazione economico-finanziaria della Russia si ripropone però il dilemma «burro o cannoni». Esso è risolto almeno dichiarativamente a favore del secondo. Bisognerà vedere fino a quando il pur patriottico e orgoglioso popolo russo accetterà una contrazione del suo benessere. Nel sottofondo s’intravvede anche l’angoscia che la Russia, respinta dall’Occidente, divenga un junior partner della Cina e che i programmi dell’enorme ammodernamento militare non possano essere finanziati. Un cenno riguarda le difficoltà derivanti all’industria degli armamenti dalla crisi in Ucraina, che le forniva componenti pregiate, quali i motori per elicotteri. Nella «nuova strategia» si afferma che tale difficoltà verrà superata sia con uno sforzo di import substitution, sia con l’aumento delle collaborazioni (e non solo delle esportazioni) nel settore degli armamenti con la Cina e con l’India. Resta comunque il dubbio sulla capacità del Cremlino di mantenere il ritmo d’aumento del bilancio militare previsto nel 2007, quando i prezzi del petrolio e del gas erano doppi di quelli attuali e le sanzioni non colpivano l’economia russa.

La nuova dottrina militare tratta poi ampiamente dell’importanza dell’Artico, sia per lo sfruttamento delle enormi risorse naturali, sia per il controllo del «passaggio a nord-est», divenuto percorribile per il ritiro della calotta polare. Al riguardo sono in corso di riattivazione numerose basi aeronavali esistenti sull’oceano ai tempi dell’Urss ed è stato costituito uno speciale corpo equipaggiato a combattere nelle condizioni meteo «limite» della regione. È infine costituito un Comando dell’Artico.


5. Come accennato, la nuova dottrina militare sottolinea in varie parti il carattere non aggressivo delle previsioni russe circa l’uso della forza. Tale interpretazione è valida anche per la cosiddetta «guerra non lineare» o «ibrida», come viene solitamente denominata in Occidente. Essa consiste nell’utilizzo coordinato, volto a un unico scopo strategico, di mezzi militari e non militari (economici, diplomatici, psicologici, cibernetici, comunicativi), coperti e palesi, diretti e indiretti, sovversivi e militari, volti a raggiungere un obiettivo politico. Nei conflitti non lineari non esistono differenze fra pace e guerra. Nel mondo attuale è scomparsa la «guerra in forma», preceduta da una dichiarazione di guerra.

La nuova edizione della dottrina militare tratta ampiamente il rischio di una «guerra non lineare» contro la Russia, cioè di una Jevromajdan volta a far cadere il regime di Mosca, a erodere la sovranità della Federazione e ad acquisire il controllo delle sue ricchezze. Viene invece sottaciuto il brillante uso offensivo di tale strategia onnicomprensiva effettuato in Ucraina. La questione era stata trattata nel 2013 in un lungo articolo del generale Valerij Gerasimov, capo dello Stato maggiore generale russo. Esso testimonia la superiorità dello studio scientifico della struttura e dei meccanismi dei conflitti armati, tradizionale dei vertici militari zarista prima, sovietico poi e oggi russo. Quello sovietico aveva sviluppato i commenti (intitolati «noterelle») sul trattato di Carl von Clausewitz scritti da Lenin sulla natura offensiva o difensiva delle guerre.

Contrariamente all’approccio «militarizzato» seguito in Occidente, il pensiero militare russo è stato sempre globale. L’uso della forza viene trattato con la serietà che merita, senza facili slogan o invocazioni alla pace, che non siano solo strumentali al disarmo culturale dei potenziali avversari. I conflitti non sono fenomeni tecnico-militari, ma in primo luogo politici, sociali e psicologici. La strategia va considerata sempre nella sua complessa globalità. I vari strumenti che utilizza vanno impiegati unitariamente, data la loro fungibilità. Quello che in ogni conflitto è più importante è il confronto di volontà, non la brutale prova di forza.

In realtà anche i più brillanti pensatori occidentali, a partire da Machiavelli, avevano sostenuto i medesimi concetti. Essi sono stati poco seguiti, almeno esplicitamente, nell’organizzazione principale della sicurezza occidentale, l’Alleanza Atlantica, che aveva sistematicamente ridotto i conflitti alla loro dimensione militare. Tale riduzionismo consentiva di raggiungere due obiettivi: rendeva più semplice la leadership nella Nato degli Usa, che potevano valorizzare la loro superiorità e indispensabilità militare in Europa. In secondo luogo, permetteva di denazionalizzare la dottrina strategica e di trascurare le differenze di percezioni e interessi fra gli alleati, derivanti dalla geografia, dalla storia e dall’economia.(mha!)

Oggi la sicurezza e la difesa si sono rinazionalizzate; quindi, ripoliticizzate. Occorre recuperare, come ha fatto il generale Gerasimov, la cultura di una sicurezza tornata per molti versi simile a quella del passato, anche per la maggior democratizzazione della strategia e della guerra, conseguente allo sviluppo di media globali e in tempo reale. Essi producono un maggior grado di democratizzazione delle scelte strategiche e obbligano a ricercare una maggiore partecipazione a quella che era un tempo considerata una prerogativa del «principe». È un fatto che deriva anche dall’indebolimento e, in talune regioni, dalla frammentazione degli Stati, nonché dall’emergere di forze substatali.

Un approccio globale alla competizione fra gli Stati e fra i gruppi substatali – tribali, etnici, confessionali eccetera – diventa indispensabile per contrastare una strategia sofisticata quale è quella delineata nella nuova dottrina militare russa. La sua sofisticazione consiste non solo nella capacità di sorprendere l’avversario, di mantenere l’iniziativa e di dividere le sue alleanze. Deriva anche dalla capacità di mascherare le proprie intenzioni e di colpire all’improvviso e di sorpresa, nonché di coordinare con le operazioni strategiche la battaglia comunicativa, basata sulla disinformazione e su narrazioni capaci di colpire le vulnerabilità dell’avversario, interne o derivanti dalle differenze inevitabilmente esistenti fra i membri di ogni alleanza. La Nato e l’Ue, ma anche i loro Stati democratici, sono al riguardo particolarmente vulnerabili. Nella strategia globale non va esclusa la possibilità di «comprare» giornalisti e uomini politici (il caso più noto è quello dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, divenuto presidente, lautamente pagato, del Nord Stream, che lui stesso aveva negoziato con Mosca). Nulla di nuovo, quindi, se non l’efficienza dei nuovi mezzi di comunicazione, certamente maggiore di quella delle trombe di Giosuè a Gerico. La novità della «guerra non lineare» è quindi un mito. Tutte le guerre sono sempre state non lineari. Non è invece un mito l’importanza attribuitale dalla nuova dottrina militare russa. È perciò necessario che l’Occidente divenga consapevole della natura dei conflitti e dei meccanismi che essi attivano e si metta in condizione, anzitutto culturalmente, di fronteggiarli con una risposta altrettanto coordinata e globale di quella prevista dalla nuova dottrina militare russa e già brillantemente attuata soprattutto nella crisi ucraina

2 commenti:

  1. Jean, che non va sopravvalutato perché riesce a sopravvalutarsi da sé, a volte riesce a mettere insieme un quadro d'analisi interessante, anche se incappa in banalità. Che cosa c’è di più banale che aprire un articolo sul tema della strategia russa scrivendo: “Il Cremlino attribuisce particolare importanza alla sicurezza dell’enorme Federazione”? Perché gli Usa non attribuiscono forse particolare importanza alla propria sicurezza, rasentando la paranoia?

    Quando Jean scrive che la Russia “Pensa che l’Occidente abbia tradito le promesse fattele, in particolare con gli allargamenti della Nato”, fotografa una realtà che non può essere smentita e che però copre una bugia. Infatti non si tratta di mere promesse, ma di accordi sottoscritti.

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  2. Jean si riferiva agli ingombranti vicini che i russi si ritrovano alle frontiere

    Per mio conto la banalità degli analisti geopolitici, borghesi quindi, è data per assodata: dove loro vedono un risiko di stati-nazione (magari solo crisalidi di stato) che tramano e si combattono per espandere la loro potenza in senso territoriale, industriale, commerciale, culturale (che per me si riassume in una parola sola: sociale) essi colgono l'imperialismo (ma almeno lo colgono, le colombe sinistroidi neanche quello !) nel suo stadio più esteriore.

    A quel punto il materialista storico si spinge più a fondo e vede all' opera la rete mondiale dell'imperialismo, le cui articolazioni -conflittuali, neanche a dirlo- sono gli stati-nazione e gli organismi di arbitrato internazionale e regionale (per quel che valgono)

    ciao e grazie della compagnia

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