martedì 8 dicembre 2015

Il potere a Silicon valley

Street wiew: preghiera per la forma merce

Articolo da leggere su più livelli, di qualche mese fa, ci parla di quella che è, assieme alle biotecnologie, l'avanguardia della produzione di plusvalore relativo a livello mondiale. I saperi, come mi pare che alcuni apologeti si ostinino a non capire, sono soggetti creati e sottoposti fin dalla nascita al processo di valorizzazione, la loro anima non è innocente ma profondamente contraddittoria, solo l'antinomia umana può mutarne la traiettoria, come l'atomo epicureo. Il Capitale, nell' epoca della sua sussunzione di ogni tempo e spazio, può addirittura finanziare e lasciare temporaneamente "open" e "free" alcuni  ambiti, lasciare alla creatività del lavoro lo sviluppo delle risorse mentali senza limitarlo con pressanti indicazioni volte a ritorni immediati; poi, quando le condizioni sono maturate, mettere questi prodotti a frutto, ovvero a profitto. Nessun pasto è gratis alla mensa del Capitale! Ecco detto un frammento di quanto sia oramai estremamente complesso il meccanismo sociale che produce plusvalore relativo, a raffinata matrice scientifica e tecnologica, e di quanto questo investa, generi e necessiti la complessità sociale.---


Alle elezioni del 2012, il presidente Barack Obama era considerato politicamente vulnerabile perché il suo avversario era un noto finanziere e l’economia americana ancora pareva in crisi. Eppure, malgrado la ripresa a singhiozzo, Apple valeva già allora mezzo trilione di dollari al Nasdaq. Oggi, con l’economia in crescita costante, la capitalizzazione del colosso di Cupertino è aumentata del 60%, mentre gli analisti si interrogano su quando – e non più su se – raggiungerà il trilione.


L’attuale valore, 800 miliardi di dollari, è pari, per fare un esempio, all’importo speso dal governo americano tra fine 2007 e inizio 2008 per arginare la crisi del mercato finanziario. La capitalizzazione di un’azienda non è né una spesa né un ricavo; facciamo allora qualche esempio più attinente. Fiat Chrysler, nata dalla fusione delle due società automobilistiche, ha una valutazione di 15 miliardi. La capitalizzazione di Lvmh, il più grande conglomerato di marchi di lusso (Hermès, Moët & Chandon, Louis Vuitton eccetera), è di 80 miliardi, mentre quella di Walmart, il maggiore distributore del mondo, supera i 200.

Allargando lo sguardo ad altre aziende tecnologiche scopriamo che Google, il cui quartier generale si trova a 5 chilometri da quello di Apple, ha una capitalizzazione superiore ai 350 miliardi di dollari, mentre quella di Facebook, altro protagonista di Silicon Valley, si aggira sui 210. Insieme, i tre colossi – che hanno un’età media di 22 anni (Apple è la più vecchia, Facebook la più giovane) – arrivano a quasi un trilione e mezzo di dollari, valore ampiamente superiore a quello dell’intera Borsa di Milano.

Ovviamente, Apple, Google e Facebook non sono cattedrali nel deserto. Oracle vale circa 200 miliardi di dollari, Intel 165, Cisco 150. Potremmo continuare. Il punto è che le aziende tecnologiche raggiungono valutazioni enormi malgrado l’uso aggressivo della pratica che in teoria ridurrebbe la capitalizzazione, ossia il riacquisto delle azioni: invece di offrire nuove azioni, l’azienda le compra sul mercato, riducendo così il loro numero. Il riacquisto delle azioni, unito alla distribuzione di dividendi, favorisce gli azionisti e li attira come mosche. Negli ultimi due anni, queste pratiche – che il compianto Steve Jobs, nei suoi ultimi 17 anni da amministratore delegato di Apple, aveva accuratamente evitato – sono diventate una costante delle aziende tecnologiche. Ormai, più del 90% dei profitti delle 150 più importanti aziende di Silicon Valley va agli azionisti sotto forma di dividendi o riacquisti. Ovviamente, per pagare somme così generose, le aziende tecnologiche devono produrre profitti importanti. E lo fanno, al ritmo di 100 miliardi di dollari all’anno.

Il risultato è che, pagati dipendenti, tasse, ricerca e sviluppo, investimenti e tutto quanto serve all’azienda per mantenere la leadership tecnologica mondiale, le 150 più importanti aziende di Silicon Valley restano con circa mezzo trilione di dollari in banca. L’Italia ci pagherebbe cinque anni di interessi sul debito pubblico. Con tutta quella liquidità a disposizione, non è difficile capire perché le aziende tecnologiche godano di un accesso pressoché illimitato alle risorse finanziarie.

Riassumendo. Silicon Valley mantiene la leadership tecnologica, garantisce agli investitori guadagni da favola e alla fine resta pure con una montagna di liquidità a disposizione. Può permettersi di acquistare aziende a valori impensabili per altri competitori. Si può concedere iniziative di filantropia e beneficenza – Mark Zuckerberg ha appena donato 70 milioni di dollari a un ospedale di San Francisco che rischiava di chiudere – servizi pubblici (copertura wifi, trasporti) e investimenti in iniziative che cementano il suo vantaggio tecnologico nei confronti del resto della concorrenza: viaggi spaziali privati, automobili senza pilota, energia solare. I dipendenti, poche migliaia per azienda, ricevono stipendi nella misura di milioni di dollari in azioni. Basta venderne una manciata e ci si compra l’aereo personale.


Silicon Valley e potere economico

La più grande distribuzione di ricchezza della storia – come fu definita l’èra delle dotcom negli anni Novanta – fu il risultato dell’effetto moltiplicativo della diffusione della tecnologia nella struttura produttiva americana. A guardare le statistiche del periodo 1996-2000, l’aumento di produttività è innegabile. Lo stesso fenomeno non si è rinnovato nel decennio successivo, quello di Google e Facebook: certo, l’irruzione dei social media ha cambiato per sempre il mercato pubblicitario, ma si trattava di effetti limitati al marketing e alla comunicazione.

Oggi, invece, l’effetto della tecnologia è più pervasivo perché i suoi tentacoli si stanno insinuando ovunque. Lo scopo delle aziende tecnologiche è controllare l’intelligenza ovunque essa sia. L’ambizione è trasformare la materia inerte in materia intelligente. Nel rapporto tradizionale tra orologio e individuo, l’intelligenza è allocata nel secondo fattore; Apple lo ribalta. Nel passaggio di intelligenza tra individuo e oggetto si materializza il valore economico della transazione. L’individuo spende un certo importo per avere un deposito di intelligenza allacciato al polso. Lo stesso per il telefono o per l’automobile. Qualunque oggetto può diventare un contenitore di intelligenza. Ecco perché è sbagliata l’idea che un giorno ci divideremo tra chi guida la propria auto e chi si farà guidare dall’auto senza pilota di Google. Piuttosto, troveremo deprimente salire su un’automobile in cui un cruscotto incredibilmente largo ci fornirà un numero spaventosamente limitato di informazioni. Quella automobile dalle possibilità così imbrigliate, così inerme e stupida, ci farà tristezza. Come una televisione in bianco e nero o un telefono di casa.

Il business di Google è tener impegnata la pupilla umana. Spostare l’intelligenza dal computer al telefono, e poi dal telefono all’automobile, sembra una evoluzione naturale, sebbene la soluzione killer rimane prendere controllo della pupilla stessa attraverso un paio d’occhiali intelligenti. Così, gli occhiali cambiano scopo, da strumenti da vista a portatori di informazioni. Oggi gli occhiali Google non sono più in commercio, complici problemi di sicurezza e privacy. Ma il concetto alla base è lo stesso dell’auto senza pilota: l’intelligenza mi segue ovunque vada. Libero dalle preoccupazioni della guida, posso concentrarmi sull’intelligenza che eventualmente sarà incorporata nell’automobile stessa.

Le aziende tecnologiche stanno costruendo l’infrastruttura che raccoglie, organizza e distribuisce l’intelligenza da una parte all’altra del nostro mondo: dalla nostra casa – Google vuole controllare i software che regolano il nostro freezer, il sistema antifurto e l’apertura della porta garage – alla nostra auto, al nostro telefono, ai nostri accessori. Non stanno rendendo il mondo virtuale, stanno piuttosto facendo emergere il flusso cognitivo normalmente depositato nel nostro linguaggio: libri, televisione, discorsi. Questo flusso, questa intelligenza costruita attraverso un complesso sistema tecnologico, è il centro pensante dell’economia, la mente del corpo.

Così, il software si sta mangiando il mondo, come Marc Andreessen ha scritto sul Wall Street Journal, nel senso che esso si installa all’interno del sistema delle transazioni economiche e lo governa da dentro. Separando la materia intelligente da quella inerte e trasferendo il valore dalla seconda alla prima. I negozi rimarranno, e così pure le automobili, i telefoni e i capi d’abbigliamento. Ma ciò che rende preziosi questi manufatti è il concentrato di intelligenza al loro interno. E questo stesso concentrato è ideato, costruito, organizzato, diffuso e amministrato dalla tecnologia.

Oggi la tecnologia è più pervasiva perché non si limita a trasformare l’economia esistente, realizzando la struttura intelligente che la rivitalizza, ma ne costruisce una nuova. Letteralmente. Un esempio. Tesla è un’azienda che vende vetture a energia elettrica. La soluzione più semplice al problema della ricarica della batteria, il cuore dell’auto, è di effettuarla a casa propria. Questo non implica solo una diversa architettura dell’abitazione, ma soprattutto una diversa rete di distribuzione dell’energia.

Ecco allora che la stessa organizzazione dei servizi di pubblica utilità è chiamata in causa. Ma non è finita qui. Tesla, o meglio il suo maggior azionista, Elon Musk, non può permettersi di attendere che le aziende di servizi di pubblica utilità si adattino alla nuova situazione. E allora sviluppa una sua società che eventualmente rifornirà le abitazioni. Questa azienda non si basa sulla combustione ma sul sole. Partendo dall’automobile siamo arrivati alle centrali di energia solare, passando dal mercato residenziale e dai servizi di pubblica utilità.

La trasformazione dell’economia esistente dall’interno e la creazione di una nuova economia non sono finanziate dal capitale. Il contrario. Quando il direttore del Washington Post, Marty Baron, si è recato a casa di Jeff Bezos, l’amministratore delegato di Amazon e nuovo proprietario del giornale, si è sentito in dovere di portare con sé alcune slides sulle previsioni finanziarie, pur premettendo che si trattava di pure stime. Bezos non ha degnato le slides di un’occhiata. Ma si è entusiasmato all’idea di un’applicazione mobile per portare le notizie del giorno (rigorosamente gratis) ai lettori del Post.

Due anni dopo, il quotidiano è diventato un laboratorio per le nuove tecnologie dell’informazione, in cui i giornalisti lavorano con gli ingegneri. Probabilmente Baron ancora crede nel primato dei primi. Tuttavia, nello sforzo di adeguarsi alle novità, durante l’incontro con Bezos aveva provato a ribaltare le priorità: la finanza prima di tutto. Ma questo non è il modo di ragionare di un’azienda tecnologica. Essa mette la tecnologia, non la finanza, al primo posto.

La nuova economia non è quella in cui la tecnologia ha sostituito il lavoro e si allea al capitale per costruire un capitalismo tecnologico, ma quella in cui la tecnologia genera una quantità di valore così rilevante che la finanza ne è inevitabilmente attratta. Quando possiedi una batteria ricaricabile come quella di Tesla, è la finanza che viene da te perché sei un’opera unica. È come possedere un dipinto di Leonardo. La casa automobilistica di Musk vale oggi circa 20 miliardi di dollari e la quota del suo maggiore azionista, intorno al 27%, circa 5 miliardi, pari a 25 volte l’investimento. Quando una tecnologia garantisce un simile ritorno, è la finanza che dipende dalla tecnologia, non viceversa.


Silicon Valley e potere politico


Malgrado il crescente potere economico, l’influenza politica di Silicon Valley è minima. Obama atterra spesso all’aeroporto di San Francisco, dove una colonna di limousine lo porta a Union Square, il centro finanziario. Il presidente è una presenza familiare in Silicon Valley. La gente è abituata agli elicotteri che sorvolano radenti El Camino Real, l’arteria che attraversa la valle da nord a sud, ai blocchi sulle due autostrade, all’impressionante arrivo dell’Air Force One scortato da aerei militari. Durante i primi sei anni di presidenza, l’inquilino della Casa Bianca è stato qui venti volte, praticamente ogni quadrimestre.

A parte Washington D.C., dove esercita le sue funzioni presidenziali, San Francisco è di gran lunga il posto che Obama ha visitato più volte. In questo, sta ripercorrendo la strada aperta da un altro presidente democratico, Bill Clinton, il primo politico di livello nazionale a prendere Silicon Valley sul serio, mossa consigliata da Al Gore, il quale aveva già maturato interesse per le nuove tecnologie digitali. Clinton ha mandato la figlia Chelsea a laurearsi a Stanford e Gore ha addirittura preso casa a San Francisco e siede nei consigli di amministrazione di alcune aziende di Palo Alto.

L’attenzione speciale che la politica dedica alla tecnologia è strumentale e parziale. È strumentale perché la prima ha imparato che con la seconda si possono vincere le elezioni e ha scoperto che gli imprenditori tecnologici sono generosi quando contribuiscono alle campagne elettorali. La politica intende usare la tecnologia, non farsi usare. La parzialità deriva dal fatto che questa attenzione è limitata alla sicurezza: non esiste a Washington un’agenda specifica per la tecnologia che non sia quella della Difesa.

Oggi la politica è impegnata a traghettare l’intero paese fuori dalla depressione, salvaguardando nel contempo la propria sicurezza e il proprio primato militare. Offrire un lavoro alle nuove e vecchie generazioni, risanare i danni della crisi del mercato finanziario, tenere sotto controllo il debito pubblico: queste le priorità. La tecnologia, il futuro, sembrano poco più di una distrazione.

Nessuno dei tentativi delle aziende tecnologiche di produrre legislazioni che interessano Silicon Valley – sull’immigrazione dei cervelli, sull’investimento in startup, sulla gestione dell’informazione – è arrivato in aula. Facebook e altre aziende hanno pure creato un’agenzia per condurre attività di lobbying al Congresso e l’hanno finanziata con 35 milioni di dollari, ma anche questa iniziativa ha dato pochi frutti. Il governo federale cavalca il populismo di sinistra mentre l’opposizione repubblicana istiga quello di destra.

Gli storici tracciano paralleli tra questa èra della storia americana e un’altra, giusto un secolo fa. Anche allora la politica era in mano ai populisti, l’economia ai finanzieri, e il dibattito politico era saturato dal destino della classe media. La tecnologia non era una priorità politica, come non lo è oggi. Anche i tentativi di darsi un’autonoma rappresentanza al Congresso sono finiti male. Pochi mesi fa, Ro Khanna, un professore di Stanford candidato alla Camera dei rappresentati con il sostegno anche finanziario di Google e Facebook, ha perso la sfida con il vecchio deputato sostenuto dai sindacati di insegnanti, vigili del fuoco e infermieri. La politica è ancora il territorio del capitalismo manifatturiero.

In conclusione, ci sono due Americhe, una dentro l’altra. La prima sta nascendo intorno alla tecnologia, ai vecchi prodotti infusi di nuova vita grazie alle piattaforme di software che organizzano l’intelligenza, la raccolgono, la spostano. La seconda ancora pensa che la materia sia inerte, che un’automobile abbia bisogno di un pilota, che un’organizzazione sia la somma dell’intelligenza delle sue persone. Due sono anche le economie. Una intende la tecnologia come fine e l’altra la pensa come mezzo. La prima sta ricostruendo l’America pezzo per pezzo, dall’interno, una versione 2.0 dell’America manifatturiera. La seconda guarda alla politica e le chiede di portare l’intero paese fuori dalla recessione piuttosto che pensare al futuro.

Enrico Beltramini, Limes, giugno 2015

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