lunedì 31 agosto 2015

Il Capitale senza capitalista


«Se il credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e della sovraspeculazione nel commercio, ciò avviene soltanto perchè il processo di produzione, che per sua natura è elastico, viene qui spinto al suo estremo limite, e vi viene spinto proprio perchè una gran parte del capitale sociale viene impiegato da quelli che non ne sono proprietari, i quali quindi agiscono in tutt’altra maniera dai proprietari, i quali, quando operano personalmente, hanno paura di superare i limiti del proprio capitale privato... Il sistema creditizio affretta quindi lo sviluppo delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale, che il sistema capitalistico di produzione ha il compito storico di costituire, fino a un certo grado, come fondamento materiale della nuova forma di produzione. Ma il credito affretta al tempo stesso le eruzioni violente di questa contraddizione, ossia le crisi e quindi gli elementi di disfacimento del vecchio sistema di produzione» (Il Capitale III) 


Karl Marx, nel terzo volume de Il Capitale, immagina una situazione astratta, con un metodo per lui usuale, in cui la produzione di merci sia interamente avviata a debito e dove quindi il capitalista produttivo (industriale o agricolo) non abbia un proprio capitale da investire : si pongono qui le figure contrapposte dell' imprenditore  e del banchiere ove il capitalista produttivo contrarrà un debito con  il capitalista monetario che riceverà un certo saggio di interesse in cambio del prestito erogato.


Ma se all' imprenditore il suo proprio guadagno «appare quindi come indipendente dalla proprietà di capitale, piuttosto come risultato delle funzioni che lui esercita come non proprietario, come lavoratore. Nel suo cervello si sviluppa quindi necessariamente l’idea che il suo guadagno d’ imprenditore - ben lungi dall’essere in contrasto con il lavoro salariato e dal rappresentare unicamente lavoro altrui non pagato - è al contrario un salario,un salario di sorveglianza, un salario più elevato di quello del lavoratore comune 1) perchè il suo lavoro è più complicato, 2) perché egli si paga da sé il salario» E ancora [il proprio guadagno] «gli appare come frutto esclusivo delle funzioni che egli compie con il capitale, come frutto del movimento e del processo del capitale, di un processo che appare a lui unicamente come sua propria attività, in contrasto con l’inattività, la non partecipazione del capitalista monetario al processo di produzione»

Contrariamente «l’interesse fluisce al capitalista monetario, a chi ha prestato, che è semplice proprietario del capitale, che quindi rappresenta la semplice proprietà di capitale rispetto al processo di produzione e al di fuori del processo di produzione». L’interesse si presenta quale semplice conseguenza del diritto di proprietà che il capitalista monetario rivendica sul denaro dato in prestito.

 «Una parte del profitto si presenta ora come frutto del capitale che gli spetta in sé e per sé sotto una forma determinata, come interesse; l’altra parte si presenta come frutto specifico del capitale in una forma opposta, e quindi come guadagno d’imprenditore; l’una come semplice frutto della proprietà di capitale, l’altra come frutto del semplice operare con il capitale» Nella differenza dell’interesse dal guadagno d’imprenditore vengono ad esprimersi «il capitale come proprietà contrapposto al capitale come funzione»

Guardando ad un più alto livello la concentrazione di Capitale nelle mani del capitalista monetario gli attribuisce una capacità di “leva creditizia” inusitata, in grado di accelerare il processo di  riproduzione del capitale in duplice maniera: «da un lato questa accelerazione è tecnica, ossia, rimanendo uguali la grandezza e il numero degli effettivi scambi di merci che servono al consumo, una massa minore di denaro o di segni monetari compie lo stesso servizio- e questo è connesso con la tecnica bancaria. D’altro lato il credito accelera la velocità della metamorfosi delle merci e quindi la velocità della circolazione monetaria». Parlando di sistema bancario non dovremmo mai pensare ad usurai che agiscono in grande: la quantità dei prestiti, la capillarità degli scambi, ne cambia radicalmente la qualità.

Ritorniamo al profitto: «Per il capitalista produttivo, che lavora con capitale preso a prestito, il profitto lordo si suddivide in due parti, l’interesse che egli deve pagare a chi gli ha fatto il  prestito, e l’eccedenza sull’interesse, che costituisce la propria quota di profitto» 

Invece nel capitale produttivo d’interesse «il rapporto capitalistico perviene alla sua forma più esteriore ed assume  l’aspetto di un feticcio. Noi abbiamo qui D-D’, denaro che produce più denaro, valore che valorizza se stesso, senza il processo che serve da intermediario tra i due estremi».«La formula originaria e generale del capitale condensata in una espressione priva di senso» Dal punto di vista  del banchiere il denaro si fa «fonte misteriosa che da se stessa crea l’interesse, il suo proprio accrescimento» e assume la capacità «di valorizzare il proprio valore indipendentemente dalla riproduzione, la mistificazione del capitale nella sua forma più stridente. Per l’economia volgare, che vuole rappresentare il capitale come la fonte indipendente del valore, della creazione del valore, questa forma è naturalmente pane per i suoi denti, una forma in cui la fonte del profitto non è più riconoscibile e in cui il risultato del processo capitalistico di produzione, separato dal processo stesso, ha una esistenza autonoma» 

Ritornando di nuovo sul altro lato, la  stessa logica dell' accumulazione applicata al capitale e al capitalista operanti arriva al punto estremo di far sì che «il lavoro di direzione, completamente distinto dalla proprietà del capitale, vada per conto suo». Quando «il semplice dirigente, che non possiede il capitale sotto nessun titolo, né a titolo di prestito né  altrimenti,esercita tutte le funzioni effettive che competono al capitalista operante in quanto tale, allora rimane unicamente il funzionario e il capitalista scompare dal processo di produzione come personaggio superfluo»

Nella totalità capitalistica tutti provano a vendersi come qualcosa d'altro: uomini che non hanno a che fare con le cose, cose che non hanno a che fare con gli uomini, cose che sembrano uomini ma sono cose: è un mondo meraviglioso !



2 commenti:

  1. E dunque? Non si chiama alienazione, tutto ciò?

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    1. Certo che sì ma bisogna specificare. L' alienazione poco si presta ad essere afferrata dal pensiero, ha sempre bisogno di una natura umana originaria "infranta", "deturpata" ecc. Mi sono posto anche l'ipotesi che la natura umana sia proprio "l'alienarsi" ma non dico oltre.

      Su come Marx invece intende la natura umana, e quindi l'alienazione, puoi leggere questo

      http://lozittito.blogspot.it/2015/07/la-natura-umana-per-marx.html

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